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Pagine Zen N° 63
settembre /ottobre 2007
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


Daruma rosso di Isshi Bunju (1608-1646).

UN VECCHIO BARBARO BARBUTO
Daruma nella tradizione agiografica,
nell'iconografia zen e nel folclore popolare
Virginia Sica (prima parte)
La scuola buddhista conosciuta universalmente come zen deve il proprio nome alla lettura giapponese di chan, abbreviazione del termine cinese channa (che trascrive foneticamente i corrispondenti dhyana1 in sanscrito e jhana in pali), “meditazione”. In origine, per il buddhismo cinese la meditazione costituì una pratica, non una dottrina; divenne dottrina quando in Cina, scaturita dalle complesse interpolazioni con il taoismo, essa venne esaltata al punto da non apparire più in funzione del buddhismo quanto, paradossalmente, il buddhismo in funzione di essa.
Informava il chan una contestazione a quella fede che riponeva la catarsi dell'uomo in un caritatevole aiuto ultraterreno o nel mistero magico dei rituali; un rifiuto della macerazione e dell'avvilimento dell'uomo attraverso astinenze e logorii psicofisici; una contestazione alla memorizzazione e alla recitazione di testi con apprendimento puramente mnemonico piuttosto che vera comprensione; una risposta al monachesimo ecclesiastico in favore di quello anacoretico; un monito al superamento dei settarismi scolastici per il recupero dei valori originari. Acquisita come atto primo per una conquista interiore, la meditazione fu variamente concepita, ora con spirito introspettivo, ora con spirito contemplativo o di sereno “acquietarsi”.
“Change” di Paola Billi

Paola Billi e Nicola Piccioli,
Associazione Culturale FeiMo,
artisti docenti di calligrafia orientale.
Hanno due scuole di calligrafia,
una a Firenze (FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.
www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
Secondo la tradizione riconosciuta dal Canone buddhista la scuola fu fondata in terra cinese dal XXVIII patriarca indiano Bodhidharma (cin. Puti Damo, giapp. Bodaidaruma o Daruma) e quindi I patriarca in Cina del chan. Per alcune fonti egli era di origine persiana; per altre di nascita indiana; per altre ancora terzogenito di stirpe reale; egli studiò sotto la guida del XXVII patriarca Prajnatara, per poi diffondere il Mahayana in India. Ai primi del VI secolo, dopo un lungo e faticoso viaggio dall'India meridionale, giunse a Canton, per poi recarsi nel 520 o 527 al cospetto dell'imperatore Wu (r. 502-550) dei Liang (502-557 ).
Nel corso dell'incontro, l'imperatore tenne ad illustrare gli sforzi compiuti in favore del buddhismo e della sua propagazione, ma quando chiese a Bodhidharma quali meriti avesse accumulato con le proprie azioni, gli fu bruscamente risposto:
«Nessun merito!»
Interdetto, il sovrano replicò:
«Qual è il significato primo della sacra Verità?»
«Il vuoto. Nulla di sacro.»
«Chi è colui che sta al mio cospetto?»
«Non lo so.»2
Questo colloquio avrebbe poi assunto il valore simbolico di presentazione ufficiale della dottrina in Cina. Una più complessa analisi storica, tuttavia, ci indica che il chan avrebbe cominciato a profilarsi come scuola indipendente solo nell'inoltrato periodo Tang (618-906) e che non fu istituzionalizzato se non verso l'VIII-IX secolo. Fino ad allora esso fu insegnato (o, meglio, trasmesso, nel rispetto della tradizione) nei monasteri del lü zong, la scuola del vinaya; le fonti, infatti, parlano di monasteri chan datandoli solo dalla fine dell'VIII secolo. E' da supporre però che questi fossero luoghi conventuali presso i quali si insegnasse prioritariamente la pratica meditativa, ma non disgiunti da un istituzionalismo buddhista più globale.
Il lungo periodo di gestazione del vero e proprio riconoscimento di una scuola a se stante sembra essere stato simbolicamente figurato nei nove anni successivi all'incontro con l'imperatore, trascorsi da Bodhidharma in meditazione. Secondo alcune fonti, infatti, dopo il colloquio il patriarca si allontanò dalla corte, guadò il Chang Jiang su una canna di bambù e si ritirò nella grotta di un monastero rupestre, lo Shaolinsi sul monte Song, nei pressi della capitale Luoyang; lì rimase per nove anni seduto in meditazione con il volto verso la parete rocciosa. Quando gli occhi gli si chiusero a causa del torpore, si sentì così contrariato da recidersi irosamente le palpebre. Gettate al suolo, da esse germogliò la pianta del tè (cha), il cui infuso allontana il sonno e rende lucida la mente. Da qui un gioco di parole che accomuna il sapore del chan e del cha e la secolare connessione fra monachesimo e impiego della pianta 3. “Fissare il muro” (bi guan) avrebbe quindi acquisito il significato simbolico dello stato in cui la mente si svuota del pensiero o di ogni illusione di esso. Sarebbe anche diventata espressione di una verità acquisita con tenaci atti interiori.
Dall'amalgama di tutti questi elementi, risulterà prevalente un'iconografia molto amata dall'agiografia seriore, cinese come giapponese: lo straniero che viene da occidente, vecchio corrucciato e burbero, dalla barba folta, lo sguardo allucinato, che fissa il muro.
Un vecchio barbaro barbuto, così come ci viene trasmesso dai testi apocrifi quanto canonici, che lo descrivono come personalità brusca e incline al dialogo minimale.
La leggenda, divenuta poi diffusa tradizione popolare in Cina come in Giappone, vuole che fosse rimasto in stato di meditazione assisa (zazen) tanto a lungo che infine avrebbe perduto l'uso delle braccia e delle gambe per atrofia. Nel corso del processo di trasformazione iconografica da agiografia a simbolismo, egli giunse ad essere ritratto di spalle, con le sole linee di contorno: ben presto assunse le sembianze in apparenza irriverenti di una zucca, poi progressivamente sintetizzate in un cerchio, essenza del chan perché zucca e cerchio sono entrambi simbolo del vuoto nel pieno. In seguito l'artigianato conventuale lo avrebbe raffigurato come uno sferico Daruma, fino alla realizzazione popolare dello okiagari Daruma (“Daruma che torna su”), oggetto in cartapesta che, spinto, torna nella posizione primigenia. E' evidente che, al di là della leggenda popolare, il significato ultimo risiede nel messaggio di perseveranza dell'uomo alla ricerca dell'illuminazione buddhista. (continua)


1. Per questioni editoriali non è possibile riportare i segni diacritici indicanti letture e allungamenti delle vocali. In accordo con l'autore, pertanto, si sceglie di riportare le trascrizioni prive di indicazioni per il sanscrito ed il pali, e si opta, per il giapponese, per ou e uu rispettivamente per l'allungamento della o e della u (n.d.ed.)
2. Jingde chuandeng lü [giapp. Keitoku dentouroku], in Takakusu J. (ed.), Taishou shinshuu daizoukyou, LI, 2076, juan III, Taishou issaikyou kankokai, Tokyo 1924-1934, p. 219a.
3. Sull'utilizzo del tè presso le sedi conventuali cinesi e l'avvio di piantagioni come voce di economia monastica in Giappone v. Virginia Sica, Cha no yu. Le radici del tè, Asia Orientale, Napoli 1988.

Bibliografia aggiuntiva essenziale:
• Dumoulin H., A History of Zen Buddhism, Beacon, Boston 1963
• Shindai S., Daruma no kenkyuu, aChikuma Shobo, Tokyo 1968 [Studio analitico delle testimonianze storiche e degli aspetti leggendari e folcloristici legati a Bodhidharma]
• Beviglia R., “Daruma no kenkyuu”, East and West, N.S. XX/1-2, 1970, pp. 214-215 [Recensione al volume di Shindai]
• Hyers M.C., Zen and the Comic Spirit, Rider, London 1974
• Neill McFarland H., Daruma, the Founder of Zen in Japanese Art and Popular Culture, Kodansha International, Tokyo-New York 1987
• Arena L., Storia del Buddhismo Ch'an. Lo Zen cinese, Mondadori, Milano 1992

Virginia Sica è docente di Cultura giapponese presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano. Subito dopo la laurea in Lingue e civiltà orientali, conseguita all'Istituto Universitario Orientale di Napoli, ha insegnato per alcuni anni presso la Facoltà di Lettere dell'Università del Touhoku (Sendai, Giappone). Membro del CARC (Contemporary Asia Research Center) è socio AIStuGia (Associazione Italiana Studi Giapponesi), Fujikai, e Asia Orientale, associazione culturale e produzione editoriale scientifica co-fondata a Napoli nel 1985 con altri (allora) studenti del Dipartimento di Studi asiatici dell'I.U.O.

Questo breve saggio è dedicato ai fondatori di Asia Orientale, oggi docenti in diversi Atenei italiani o professionisti nel mondo, ma ancora amici e compagni di studio e di ricerca, in ricordo di quegli irripetibili anni di crescita e di goliardia.

Ultime pubblicazioni (di facile reperimento per tutti):
• Traduzione delle sezioni Nord e Ainu in Fiabe giapponesi (a cura di M.T. Orsi), Einaudi, Torino 1998
• “Cronologia", in Mishima Yukio. Romanzi e racconti (a cura di M.T. Orsi), vol. I, Mondadori, Milano 2004
• “Non di soli manga. La letteratura giapponese ” (agosto 2006) in Treccani Scuola, sito web dell' Enciclopedia Italiana Treccani (www.treccani.it), alla pagina http:• “Tre componimenti moderni” (traduzione, scheda critica e note) in Kataoka Shikou, Shodou. Lo spirito giovane della calligrafia classica (a cura di Virginia Sica e Francesca Tabarelli de Fatis), GoBook editore, Trento 2006.
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SUSHI
Graziana Canova Tura
Tratto da IL GIAPPONE IN CUCINA - di Graziana Canova Tura
© 2006 Ponte alle Grazie srl - Milano - (Prima parte)
Ormai notissimo anche fuori dal Giappone, il sushi è oggi apprezzato anche in Paesi dove fino a pochi anni fa era del tutto sconosciuto. Vi è chi crede che sia il ''solo'' cibo giapponese e questo mio libro vuole anche far conoscere quanto di altro, e di buono, offra la cucina nipponica. Possiamo dire che quasi ogni parte del mondo conosca il sushi, tanto da ritenerlo un ''proprio'' alimento, come quel ragazzino americano che ricordo, intervistato alla televisione del suo Paese, era assolutamente convinto che il sushi fosse un piatto tipico americano (come la pizza, del resto...).
Incidentalmente è anche il mio preferito, tanto che gli amici, a ogni mio arrivo a Tokyo, mi accoglievano immancabilmente con un invito a pranzo in un ristorante specializzato in questa cucina.
Ricordo ancora il mio primo incontro con il sushi. I sotterranei dei palazzi adibiti a uffici offrono in Giappone un'incredibile varietà di piccoli locali che all'ora di pranzo si riempiono dei lavoratori delle aziende, banche o negozi della zona. Un'amica e collega giapponese mi portò da Kanpachi, un ristorantino che avrei poi saputo essere parte di una catena con lo stesso nome, notissimo tra gli impiegati che lavorano nella city di Tokyo. Il sapore del sushi mi conquistò : ne mangiammo tanto che arrivammo tardi in ufficio (i giapponesi di solito ne consumano una decina di pezzi, un occidentale arriva al doppio e, qualcuno che conosco, anche al triplo). Per me e mio marito è valida l'espressione giapponese Hebi no sushi demo kuu (''Uno che mangerebbe anche sushi di serpente''), usata per definire chi sia pronto a mangiare qualsiasi cosa, ma attenzione: non esiste il sushi di serpente!
Tokyo, mercato del pesce, ore 6 di mattina, poco prima che partano le contrattazioni.

Il tipico sushiya (il suffisso ya indica un negozio), in Giappone, è spesso piccolo, con un banco di legno chiaro, naturale, al di là del quale stanno i cuochi in divisa bianca (ovviamente pulitissima), che preparano su richiesta dell'avventore i bocconi di sushi desiderati. Il cliente si accomoda e con calma sceglie il pesce più appetitoso tra ciò che vede di fronte a se´ in una lunga vetrina frigorifera. Si può anche consumare una porzione standard di sushi, a prezzo fisso, e in tal caso ci si siede a uno dei pochi, piccoli tavolini del ristorante. Ma il meglio in assoluto è la consumazione al banco: si sceglie di volta in volta il pesce preferito, si beve, si chiacchiera con gli amici
Bannero con il cuoco, del quale spesso si diviene affezionati clienti. Questi ci consiglia le specialità del giorno o qualche rarità che non abbiamo mai assaggiato e ci rende piacevole il pranzo, anche se siamo soli. Il sushiya è uno dei posti in cui una donna sola può cenare con piacere per l'atmosfera calda del locale e l'efficiente gentilezza di chi vi lavora.
Il primo compito del buon sushiya san è l'acquisto del pesce, che avviene ogni giorno, direttamente al mercato. Ogni grande città giapponese è dotata di mercati all'ingrosso, ma Tokyo è nota per averne più di 70, tra i quali emerge quello, notissimo, di Tsukiji, nel quale si vende il miglior pesce del mondo. Questo mercato ha una lunga storia: la sua posizione in questa zona, anticamente paludosa alla foce del fiume Sumida, risale al 1923, quando fu trasferito qui dopo che quello originario di Nihonbashi (risalente al periodo Tokugawa) fu distrutto dal grande terremoto del 1º settembre di quell'anno.
Ordinato, pulitissimo, offre una varietà di pescato inimmaginabile e attira migliaia di visitatori soltanto per la curiosità di vedere ciò che vi accade. Alle 4 del mattino il lavoro ferve e prima delle 6 hanno luogo le aste (seri) in cui si vende ogni
prelibatezza di origine marina. Anche questo è uno spettacolo: acquirenti e battitori parlano una lingua conosciuta soltanto da loro e si capiscono con segni convenzionali simili a quelli che si usavano una volta nelle Borse Valori. Le merci più pregiate verranno in poche ore consegnate a chi le ha prenotate e alle undici del mattino è tutto finito. Allora per il turista è piacevole uscire e tuffarsi in un piccolo sushiya, uno dei tanti che sorgono proprio all'esterno del mercato. E l'esperienza lascerà il segno nel ricordo di ognuno. Sarà in futuro molto difficile ritrovare i sapori gustati qui un mattino. Inoltre consiglio di approfittare di questi prossimi pochi anni perché le voci di un trasferimento del mercato in un'altra zona, molto periferica, si fanno sempre più attendibili. Gli appassionati, giapponesi e stranieri, stanno cercando di opporsi a questa perdita storica per la zona, ma è anche vero che l'enorme spazio di Tsukiji, molto vicino al centro di Tokyo, appareprezioso per la crescita di questa enorme, affascinante, città.
INAUGURAZIONE IL 15 SETTEMBRE
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualità e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it
Vorrei descrivere, del mercato, l'incredibile assenza di ''puzza'' di pesce, ma il lieve profumo di mare che vi si respira, l'ordine con cui sono allineati e disposti in contenitori pulitissimi tutti i beni dell'oceano, come fossero un campionario di gioielli, ma le parole non potrebbero rendere l'impressione provata, bisogna vederlo. Se siete a Tokyo, andateci. Vale la pena di alzarsi all'alba, magari approfittando del jet lag che vi terrà svegli nelle prime notti dopo il lungo viaggio aereo. La domenica e nei giorni di festa il mercato è chiuso e così pure i migliori sushiya. Alcuni consigli: niente borse ingombranti, attenzione ai carrelli che portano in giro le cassette di pesce senza badare al turista (che spesso è un ingombro fastidioso: loro stanno lavorando!), scarpe comode e resistenti al viscido e al bagnato, il terreno è perennemente umido e scivoloso, pantaloni lunghi e occhi aperti per cercare di dare il minor fastidio possibile. Durante le aste è proibito l'uso del flash. Le 80.000 persone che popolano i 231.000 metri quadrati di Tsukiji non devono essere disturbate in alcuna maniera nei ritmi di lavoro, animati, concitati, ma nello stesso tempo perfettamente ordinati. I grossisti hanno accesso a tutto il mercato, mentre i dettaglianti devono limitare la loro presenza ad alcune sezioni ben definite. Più di 2.500 tonnellate di pesce vengono movimentate ogni giorno (per un valore di 20 milioni di euro) e solo il ghiaccio prodotto per conservarlo nelle migliaia di celle frigorifere del mercato supera le 100 tonnellate.
Il mondo di Tsukiji è talmente interessante da formare oggetto di studi antropologici che hanno indagato nei legami sotterranei, a volte antichi, che uniscono le famiglie, le ditte, i battitori d'asta, i compratori e tutti coloro che formano il colorito popolo del mercato. Una complessa rete di rapporti sociali lega queste persone, in alcuni casi addirittura attraverso i matrimoni, e rappresenta ancora oggi un esempio di quella che era la vita del giapponese comune che viveva nella shitamachi, la ''città bassa'' di Edo tante volte rappresentata nei romanzi popolari e nelle stampe oggi conosciute in tutto il mondo. (continua)
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TENZO - IL CUOCO ZEN
Maestro Tetsugen (Monastero Zen "Il Cerchio") Tratto da “Zen” di Tetsugen Serra Fabbri Editori, Milano-2005

Nello Zen di Scuola Soto, il cuoco, che si chiama Tenzo, è la figura più importante dopo l'abate e il maestro spirituale che ha in carica il tempio. Il Tenzo si alza prima di tutti per preparare i pasti e si corica la sera dopo di tutti, perché deve provvedere alla pulizia della cucina e a preparare quanto servirà per il pasto della mattina seguente. Come in tutte le famiglie, anche nei monasteri zen la voce cibo è una della più importanti nel bilancio economico ed è affidata interamente al Tenzo.
Il primo maestro che codificò le regole del pasto fu il fondatore della scuola Soto Zen Eihei Dogen Zenji (1200-1253); i suoi insegnamenti, raccolti in Istruzioni per un cuoco zen, sono una guida spirituale per ogni monaco che si occupi di cucina o altro. Anche chi, nella nostra vita quotidiana, si occupa di cucina ricopre il ruolo di Tenzo. Oggi troppo spesso ci si affida al caso nel comprare il cibo, si entra in un supermercato e si arraffano velocemente cibi il più delle volte surgelati o precotti che verranno altrettanto velocemente cucinati e consumati. Chi si occupa di fare la spesa e di cucinare dovrebbe essere consapevole dell'importanza che questo ruolo ricopre, anche se vive da solo.
Una cosa importante che deve essere tenuta in considerazione dal Tenzo è il numero di persone per le quali deve cucinare. Dogen suggeriva di passare in rassegna tutti i monaci presenti nel monastero. Nelle nostre famiglie però questo è un bell'impegno: spesso i figli telefonano all'ultimo minuto per comunicare che non saranno a cena, oppure uno dei coniugi è trattenuto dal lavoro o si decide all'ultimo momento di uscire a cena, e tutto questo rende il compito del Tenzo difficile. Parlo del pasto serale, perché purtroppo, per il pasto di mezzogiorno, solo poche famiglie hanno davvero la possibilità di consumarlo a casa tutti insieme.
Il Tenzo famigliare deve assicurarsi di conoscere, prima di fare la spesa, il numero di persone presenti ai pasti della sera e del giorno dopo.
Questo comporta recuperare un dialogo, una comunicazione tra famigliari che spesso si è persa. Al mattino, nei monasteri zen c'è Sanzen; il direttore del monastero, con i principali responsabili delle differenti attività, si riunisce per pianificare la giornata. Al mattino, nelle nostre famiglie, ormai l'abitudine generale è quella di arrangiarsi da soli con la colazione o a casa o al bar. Se invece riuscissimo a riprogrammare gli orari di sveglia mattutina e il Tenzo, come nei monasteri, si alzasse prima di tutti per preparare la colazione, tutti saremmo grati e seduti insieme attorno al tavolo, potremmo inoltre comunicare i nostri impegni quotidiani e la nostra presenza ai pasti. Al giorno d'oggi alzarsi prima di tutti costa fatica, ma come sa bene una madre che ha dei bambini piccoli, il ruolo del Tenzo è un ruolo socialmente importante e la sua presenza sarebbe di giovamento per tutti. Cambiare abitudini fa
Ci sono tre ragioni nella giornata per essere
felici e sorridere.
La prima ragione è quando mi sveglio,
perché ho tutta una giornata davanti a me
per fare bene tutto ciò che non ho potuto
fare ieri, e quindi sono felice.
La seconda ragione è a mezza giornata,
perché, se non sono riuscito a fare molto,
ho ancora davanti a me una mezza giornata
per migliorare e me ne rallegro.
La terza ragione è alla sera, perché la giornata
è finita e se è andata bene sono felice,
se invece è andata male sono felice che sia finita.
(Detto cinese)
bene alla mente e al corpo, e poi non è così difficile quando lo scopo è vivere una vita in armonia, elemento che dovrebbe essere vivo prima di tutto in famiglia. Se siete costretti a far colazione al bar, scegliete quello meno frequentato, dove potete, anche se solo per due minuti, sedervi con calma davanti a una tazza di cappuccino o di tè fumante e sentirvi bene nella nuova giornata che sta iniziando; ricordate la storia zen: ”Ci sono tre ragioni al giorno per essere felici”.
ISAMU MURATA
IL DISCEPOLO DEL BONSAI MODENO
Crespi Bonsai - seconda e ultima parte

In questa seconda e ultima parte pubblichiamo alcune dichiarazioni di Isamu Murata, che fanno comprendere bene il pensiero di questo importante personaggio dell'attuale mondo del bonsai giapponese...
Conoscenza e sintesi
“Alla fine il bonsai è la sintesi di tutte le conoscenze. Osservando l'albero crescere si accumula conoscenza. I risultati in arte bonsai non sono niente.
L'arte bonsai è un modo individuale di divertirsi e uno strumento utile per la disciplina spirituale.
Le piante non possono muoversi e quando sono messe sotto la luce artificiale delle mostre perdono espressività”.
Concimazione, l'importanza delle dosi corrette
Murata pensa che la coltivazione a bonsai faccia emergere le potenzialità di una pianta. “Se si concima in eccesso, la pianta apparentemente è sana e vigorosa, ma la sua forza vitale originaria viene danneggiata. Per la pianta è come per l'uomo aver mangiato troppo: non potrà usare efficacemente tutte le energie accumulate poiché si sentirà appesantito.
Il concime deve aver effetto sulla forza vitale dell'albero senza che però “appesantisca” la pianta, a causa di una somministrazione eccessiva. Per esempio, quando piove a lungo l'acqua piovana, nonostante i fori, può depositarsi nel vaso con il rischio di provocare marciume alle radici. Se l'albero è fisicamente forte e concimato adeguatamente riforma subito nuove radici, ma se le sue condizioni non sono ottimali il recupero può essere difficoltoso. È meglio quindi non abusare del concime.”
Picea jezoensis di piccole dimensioni, ottenuta per talea circa sessant'anni fa.

Formazione con la pinzatura
La pinzatura si opera essenzialmente nel momento in cui si avvia la crescita, ma personalmente quando i germogli stanno crescendo preferisco lasciarli sviluppare. A un certo punto l'energia di crescita finisce per esaurirsi. Io pinzo quando la crescita delle foglie si è sostanzialmente arrestata, decidendo la lunghezza del ramo e la forma. I germogli nuovi contengono una o due foglie minute alla base e dalla terza in poi tendono ad avere dimensioni maggiori: se tolgo solo questa parte si sviluppano più minuti e ordinati.”
“Dopo la pinzatura si sviluppa la seconda vegetazione; se tende ad ingrossare e quindi deve essere nuovamente pinzata è perché l'albero è troppo concimato. Pertanto i germogli pinzati in primavera vanno concimati adeguatamente affinché non si sviluppino in modo eccessivo. Tuttavia, arrestando completamente la concimazioni, la seconda germogliazione non si sviluppa, e così aumenta il rischio di perdere dei rami in autunno: è consigliabile quindi stimolare il vigore dell'albero, ma in misura adeguata. Su questo tema non si possono adottare le parole come regole. Nelle ricette di cucina una presa di sale è una quantità standard, ma trattando la concimazione dei bonsai non esiste un'indicazione standard per il periodo e la quantità. Diventa quindi importante la pratica, e di conseguenza l'esperienza. Per esempio, allineando alberi della stessa specie posti in vasi uguali, si può facilmente osservare che gli effetti del concime sono diversi da un albero all'altro.”
“Pensiamo ad un albero modellato nelle piccole dimensioni, in alcune decine d'anni. Una persona lo acquista e in due o tre anni l'albero si ingrossa... e la persona si infuria. Per quanto si senta dire che il concime va sempre bene non si può applicare il principio con leggerezza. Non pensiate che ci sia un sistema corretto o una tecnica precisa e non venga insegnata. È solo una questione di esperienza!”
Bonsai trasfigurati
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Murata si occupa delle cure di coltivazione stagionali dei bonsai del Palazzo Imperiale, che si possono ammirare in occasione della mostra nazionale Kokufu-bonsai-ten o anche alla mostra dei professionisti Sakufu-bonsai-ten, alle quali sono esposti ogni anno. In realtà si dovrebbe constatare che la loro forma cambia nel tempo come succede in genere al bonsai moderno. Ma il loro fascino è proprio l'appartenenza ad una certa epoca, che ancora si riconosce nella forma. La trasfigurazione moderna risale al principio della crescita economica di alto livello della società giapponese.
“Se si sfogliano i primi cataloghi della mostra nazionale Kokufu-ten penso che sia evidente che il fascino, la suggestione degli esemplari è molto cambiato. Si pensi solo all'inizio del novecento: le pubblicazioni sulla coltivazione dei bonsai non avevano fotografie, ma soltanto illustrazioni; tuttavia le forme proposte erano estremamente naturali, selvatiche. A quell'epoca le classificazioni e le tecniche probabilmente non erano ancora state precisamente definite. Le specie erano estremamente varie. C'erano anche erbacee e piante da fiore provenienti dall'Occidente e ogni cosa messa in vaso poteva essere un bonsai. Poi si cominciò a parlare di arte bonsai ed a restringerne il campo. Oggi il mondo del bonsai è diventato molto rigido. Con una maggiore libertà d'iniziativa ci si divertirebbe sicuramente di più… soprattutto se si penserebbe che in un piccolo vaso si concentrano tutti i principi della natura.”
“Quando iniziai a muovere i primi passi nel mondo del bonsai ero perplesso: pensando e ripensando a cosa fosse meglio fare, vidi un quadro che mi folgorò e tutto fu più chiaro. In quel quadro erano raffigurati molti alberi, ma non ce n'era uno veramente bello.
Eppure erano così naturali. Erano alberi, non importa che forma avessero e come fosse stata raggiunta. Erano paesaggi scolpiti nella vita delle persone... In quel quadro vi era dello spazio vuoto e questo è importantissimo in quadro perchè è lì che si può dipingere ciò che non c'è. È stato un incontro per me davvero fondamentale.”

Tratto da BONSAI & NEWS - Crespi Editore
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GIOCATTOLI TRADIZIONALI GIAPPONESI
Simonetta Ceglia - www.fujikai.it - seconda parte
CANE DI CARTAPESTA (INU HARIKO): fedele compagno dell'uomo, in ogni parte del mondo e anche in Giappone, il cane è animale che protegge e fa la guardia. Nella tradizione folclorica giapponese, si ritiene che il cane sappia smascherare i demoni che si celano dietro finte sembianze umane; per questa ragione, in molti racconti popolari (pensiamo alla storia di “Momo tarou” - il ragazzo nato da una pesca), il cane spesso accompagna bambini che viaggiano soli di notte. Queste statuine di cane sono poste sul comodino, o accanto al guanciale dove dorme un bambino, con una chiara funzione protettiva. Spesso durante il miya mairi (pellegrinaggio al santuario), quando il neonato viene presentato per la prima volta al tempio, questi inu hariko sono scambiati come regalo di buon auspicio per la salute e la buona sorte del bambino. L'usanza di considerare queste statuine dei portafortuna o scaccia-guai per i bambini si sviluppò a partire dal tardo periodo Edo. Si iniziò infatti con l'esporre accanto agli amagatsu e houko (coppia maschile e femminile di “bambole protettive”) anche una coppia di scatole in cartapesta a forma di cane. Si chiamavano inubako “scatole a forma di cane” o otogi inu “coppia di cani”. A partire dal periodo Muromachi si era diffusa l'abitudine di tenere queste scatole per riporre i piccoli oggetti di cui la persona si liberava, quando era in camera da letto o nella stanza del parto. Inoltre, poiché si riteneva che fra gli animali, il cane avesse una notevole facilità nel parto, ben presto la figura del cane fu associata all'idea di protezione per la puerpera e per il bambino, nonché all'idea di talismano (engimono) contro le malattie e i mali che avrebbero potuto danneggiare il bambino. Per questa ragione, accanto alle bambole hina (hina ningyou), si sviluppò la prassi di esporre anche la coppia di inubako o otogi inu.
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

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BUE ROSSO di cartapesta (AKABEKO): come la civetta (mimizuku), anche il bue è considerato un importante oggetto talismano (engimono) contro le malattie e in particolare il vaiolo. Lo akabeko è un giocattolo tipico in cartapesta della regione del Touhoku e in particolare della città di Aizu Wakamatsu (Fukushima-ken), famosa per la lavorazione di oggetti laccati. Beko nel dialetto del Touhoku significa ushi, ossia bue; lo akabeko è un bue dipinto di rosso; ha un'anima rigida in legno ed il collo è snodabile. Proprio in virtù delle connotazioni che ha la figura del bue, lo akabeko non è solo un giocattolo tradizionale, ma viene considerato un vero e proprio portafortuna, un oggetto talismano (engimono) esposto nelle case e nei negozi dei commercianti, oppure messo come protezione per la salute dei bambini. Le origini del nakabeko sono legate alla costruzione della sala Kokuuzouson (Kokuuzousondou) del Tempio Fukuman a Fukushima. Si narra infatti che a seguito della morte di molti capi di bestiame, i lavori di costruzione avessero subito forti rallentamenti. Improvvisamente e per fortuna comparvero dei buoi dal pelo rosso e i lavori poterono riprendere fino al completamento del tempio buddhista.
Nel giorno in cui i lavori furono del tutto terminati, questi animali si mutarono in pietra e si trasformarono in divinità protettrici di quel luogo. In seguito, nella provincia di Aizu si diffuse una temibile malattia, ma le famiglie che avevano nelle proprie case una statuetta rappresentativa dello akabeko non furono colpite dal contagio e da ciò si è sviluppata la funzione di engimono (talismano) per questi giocattoli in carta-pesta. Va ricordato anche che nelle corte zampe dello akabeko vi sono dei piccoli pesi: questo meccanismo è detto okiagari koboushi ( lett. piccoli maestri dell'alzarsi in piedi) ed indica quella tipologia di giocattoli detti “misirizzi”, ossia giocattoli che, anche se spinti a terra, sanno rialzarsi da soli. Il più famoso giocattolo tradizionale “misirizzi” è sicuramente la bambola rappresentativa del Daruma (in sanscrito Bodhidharma). (continua)

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IL MONDO DI BANANA YOSHIMOTO
Giorgio Amitrano - Giangiacomo Feltrinelli Editore - Milano - 2007

Nato nel 1999 come omaggio ai lettori dell'Universale Economica Feltrinelli, questo piccolo volume è diventato un prezioso strumento, un libro di culto. Vi si analizzano i temi cari alla narrativa dell'autrice, vi si riconoscono manie, predilezioni, tratti caratteristici. Sicuro e partecipe come può essere un amico e traduttore di fiducia, Giorgio Amitrano entra nel “mondo” di Banana offrendo interessanti spunti di lettura.
Questa nuova edizione è arricchita da un'intervista condotta all'Orientale di Napoli nel 2001, da un saggio che situa la narrativa di Banana nel contesto della cultura giapponese contemporanea e da altre utili curiosità.
Accompagnano il volume le riproduzioni di alcune opere degli artisti giapponesi che hanno costituito e continuano a essere il cerchio figurativo in cui si muove l'immaginazione della scrittrice.
Che cosa pensa Banana Yoshimoto del mondo? E del cinema? E della pittura contemporanea? E dell'Italia? E del Giappone? E della sua stessa scrittura? Un piccolo volume per entrare nelle stanze rarefatte, aeree, segrete di Banana Yoshimoto. Un tributo al culto ormai planetario di un'autrice che ha continuato a rinnovarsi, ad aprire in sé e fuori di sé le porte della percezione.
Giorgio Amitrano insegna Lingua e letteratura giapponese all'università degli Studi di Napoli “L'Orientale”. Ha tradotto opere di Yoshimoto Banana, Murakami Haruki, Miyazawa Kenji, Nakajima Atsushi, Kawabata Yasunari, e Inoue Yasushi. E' autore di The new Japanese Novel. Popular Culture and Literary Tradition in the Work of Murakami Haruki and Yoshimoto Banana (Italian School of East Asian Studies, Kyoto 1996) e di una recente monografia su Kawabata, Yama no oto. Kowareyuku kazoku (Misuzu shobo, Tokyo 2007).

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Silvia Molinari

espone dall’8 settembre al 5 ottobre 2007,
allo Zen Sushi Restaurant di Milano, - via Maddalena, 1
Roma

Lafrance Sabbadini

espone dal 15 settembre
al 28 ottobre 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma,
I soggetti sono quelli prediletti, i fiori di campo, gli sterpi, quando li incontra nel pensiero e con i sensi in giro per gli spazi che ama. Utilizza pigmenti naturali e sintetici che mescola per formare le basi dei suoi acquerelli, ottenendo effetti ritmici, ritmati, contattando le nature circostanti delle piane e delle colline. Vegetali e animali, tradotti alla vita delle carte. Sensibili a leggerezza, nitidezza, visibilità, delicatezza, eleganza. Autonome dalle cornici, tuttavia consistenti e stese su piani intelati, portano fresche atmosfere dai campi, esteticamente, paesaggi poetici. Un ramo, una foglia, un fiore, un animale, sono la vita che si fa arte; l´artista prende un pezzo di quell´esistenza e ne fa un acquarello. L´acquarello è qualcosa che, scriveva Vincent van Gogh, esprime "l'atmosfera e la distanza......, perché i personaggi sono come circondati dall'aria e sembrano poterla respirare". Ogni suo quadro prova a rappresentarlo, lo straordinario di una vita nuova, distante, staccata dalla precedente, una nuova aria. Questo effetto è sottolineato anche da un altro concetto espresso quando scrive "che quello che si vede è solo un indizio". La scoperta, la ricerca, sono gli ingredienti delle sue magie; si realizza tutto lì, in quel gioco tra più e meno tra le parti delle tele, la cosa c´è ed è da scoprire. E´ l´idea di cercare durante la realizzazione artistica una sorta di bilanciamento intenso e leggero tra pesi che vanno ad occupare gli spazi, tra soggetti e carte. Riesce a connettere immobilità e velocità, fluire delicato e immediatezza. L´ampio chiaro che c´è insieme alle figure equilibra le sospensioni tra soggetti e sfondi sorprendendo: da dove viene erica selvatica? E´ dunque l´accadere, "l´evento", a rappresentare un punto di contatto con la poetica giapponese, il catturare l´ambiente in modo che traspaiano lentezza e velocità, pesantezza e leggerezza, attimi e stasi. I suoi lavori cercano le trame, sono delle storie, sul volo e sugli accadimenti. Non ci sono i fondi colorati, ci sono soltanto intelaiature, le trame materiali delle carte sono nidi, luoghi del cuore e della natura, l´intimo dell´artista che fatto proprio si svela. Paesaggi di luce

Sono i luoghi dove la luce si posa muovendosi per sollecitare con i suoi effetti gusti passionali, curiosità estetica, rigore, equilibrio, giochi imprevedibili. I colori, vivaci e immediati, sono combinati in modo da incuriosire senza spaventare, alleggerire gli ambienti arricchendoli di movimento. Crea molteplici fenomeni compositivi, figure non riconoscibili normalmente, capaci di trasmettere tranquillità mista a curiosità per la ricerca. Gli sfondi diventano ora più tenui ora più decisi, aumentando o diminuendo al loro interno le quantità di progetti; bacchette, linee, binari, o come si vogliano intendere, trasmettono rigore e sregolatezza, passionalità: "l´arte che risveglia i sensi". Come tracciati bianchi, spazi neri e scie di rossi, bande, con rigore e originalità, lasciano spazio a pensieri poco aderenti alla realtà ma aperti, nondimeno, a immaginari linguistici. Infatti se si osservano alcuni dei suoi quadri si trovano scritte o fasce di colori, come parole di un altro vocabolario o come ritocchi fatti in numeri o di idee. Questi lavori dimorano gli spazi abitativi rendendoli cinetici, dinamici esteticamente. Perciò la sua arte prosegue non finisce, proprio perchè cattura il movimento, le vibrazioni. Sono perciò da leggere anche come passaggi, sequenze temporali di tela in tela, comunicazioni visive. Alcuni paesaggi richiamano gli elementi di acqua e terra, cogliendo di questi la circolarità di senso e di atmosfere. Le tele stanno in accordi accompagnandosi a scelte coloristiche d´insieme che ottengono chiarezza e trasmissioni di energie. Ravvivano gli sguardi e solleticano la fantasia di infanzia o età adulta secondo un´approccio giocoso, riflessivo e sorridente. Composizioni emotive e geometriche per tentare assonanze, sinfonie, moti, avvicinamenti con il tempo, il movimento, la musica, i sentimenti.
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