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Pagine Zen N° 64
ottobre/novembre 2007
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


Parata dello Zuiki Matsuri, antica Festa di ringraziamento per i raccolti dei campi,
che si tiene ogni anno a Kyoto, dal primo al 4 Ottobre.

IL TE' IN GIAPPONE OGGI
Francesca Natali (quarta parte)
In giapponese i nomi dei colori fanno sempre riferimento a qualche cosa di concreto. Il verde (Midori) ad esempio, è il colore dei giovani germogli: quei germogli di camellia sinensis cosi cari ai giapponesi tanto da fargli dedicare meticolosa attenzione alla produzione dei tè verdi di primavera che, ancora pieni di germogli di un bel verde luminoso con sfumature smeraldo, regalano un infuso spettacolare dalle note marine e al tempo stesso dolci.
La qualità dei tè è tributaria dei raggi del sole, della situazione stagionale e delle condizioni climatiche: in primavera, dopo il lungo letargo invernale, le giovani foglioline approfittano del sole caldo, della bruma mattutina e delle piogge benefiche. Questa alternanza sviluppa la ricchezza di sostanze aromatiche e, infatti, le prime raccolte sono le più ricche.
Il Gyokuro, il tè giapponese per eccellenza ed in particolare quello di Uji raccolto a Wazuka, è il più raffinato e antico tra tutti i tè giapponesi. Qui infatti fù piantato il primo seme di camellia sinensis portato dal monaco Eisai di ritorno dalla Cina. In quel periodo (1191d.C.) era grande abitudine nei templi buddisti cinesi, coltivare e usare il tè non solo per rimanere svegli durante le lunghe sessioni di meditazione ma anche come interessante nutrimento per il mantenimento del corpo in buona salute.
In Giappone esiste una grande tradizione nel produrre il tè che consiste nel far crescere i giardini nella penombra, cosa che permette di aumentare la qualità del prodotto. Nel sud nella regione del Kagoshima, dove si trova il vulcano risvegliato Sakurajima, sono applicati dei teli speciali chiamati kabusé, posati a mano, che filtrano la luce, come succede nei giardini selvaggi di Assam dove le fronde degli alberi proteggono le delicate foglioline dalla luce troppo intensa. I “tè della penombra”, così chiamati per il processo produttivo, sono molto ricchi di composti benefici e possiedono dei sapori fruttati pieni e freschi. La produzione di questi tè nasce soprattutto per proteggere i preziosi componenti delle foglioline. Queste foglie vengono poi passate al vapore e preparate secondo un metodo speciale e successivamente confezionate nel loro involucro ermetico che ne conserva intatto il profumo e l'aroma. In città oggi i giovani giapponesi non hanno grande esperienza del vero e delicato gusto di questo tè fresco che ricorda l'erba appena tagliata, perchè sono spesso attratti da quelle colorate bottigliette di PET contenenti tè freddo preparato spesso industrialmente. Bevanda dissetante si, ma davvero poco affascinante. Non solo al gusto ma anche nei preparativi, perchè in Giappone ogni tè necessita una diversa ritualità anche nell'uso quotidiano della bevanda.
Ad una prima analisi potrebbe sembrare che in Giappone non esistano teiere classiche ma solo tazze di varie misure e grossi bollitori in ghisa.
Oppure thermos molto capienti usati spesso nei ristoranti di città. Ma in verità nella quotidiana preparazione del tè si usano piccole teiere di porcellana o terracotta, semplici e ricche di charme. Il gusto e il sapore del tè dipenderà certamente dalla qualità scelta, dalla natura dell'acqua, dalla sua temperatura, dai tempi di infusione e dal dosaggio delle foglie. Ma senza dubbio la tradizione per il bello e per l'armonia, si trova anche nella scelta dei servizi da tè che spessono sono composti da pochi oggetti curatissimi e dalla fattura impeccabile.
Se si è ospitati in una famiglia giapponese che ama il tè si potrà constatare di persona come vengano utilizzati utensili diversi per ogni tipo di tè. Il Sencha ad esempio viene spesso infuso utilizzando una piccola teiera in porcellana con il manico laterale. Al suo interno un grazioso filtro blocca la fuoriuscita delle foglie e al termine della brevissima infusione tutto il liquore va filtrato in un bricchetto specifico. Il Gyokuro invece si degusta usando una ciotolina bassa con coperchio di ispirazione cinese, qui usata come teiera. Per i tè più correnti come il Genmaicha o il Bancha Hojicha invece si sceglie abitualmente una teiera alta in ceramica con manico in bambu simile a quelle occidentali.
Spesso si beve il tè in occasione dei pasti ma anche da solo in compagnia di piccoli finger food dolci o salati.
Anche l'abbinamento con il cibo, dolce o salato, è piuttosto differente. Se con i tè raffinati e particolarmente aromatici come il Gyokuro Ashai o l'UjiKabusecha, è preferibile degustare in tutta calma un piccolo Wagashi Fiore di Montagna o un piccolo Yokan fatto con pasta di fagioli rossi e castagne, con un Bancha Hojicha si può addirittura cenare mentre con un Kukicha sarebbe perfetto un buon aperitivo con dischetti di riso e salsa di soia.
Oggi in giappone moltissime preparazioni sono a base di tè verde, dai gelati, ai plum cake sino alla pasta con il salmone e la cipolla dolce, apportando cosi una nota davvero speciale a piatti a base di pesce, verdure o dolci in generale.
La speciale polvere di tè utilizzata si chiama Matcha ed è anche l'ingrediente più importante per la preparazione della famosa Spuma di Giada che viene preparata in occasione del Cha No Yu. La qualità varia a seconda delle foglie usate per produrla ed è davvero molto costosa. Il suo sapore può stupire perchè ricorda l'acqua di certi vegetali ma la varietà più pregiata è invece molto dolce e lascia al palato un retrogusto delizioso e persistente.
Un solo suggerimento per la preparazione dei tè giapponesi di qualità: se la temperatura dell'acqua è troppo elevata essa uccide certi delicati aromi conferendo al tè un gusto amaro. Eventualmente si può portare l'acqua ad ebollizione per farla poi raffreddare versandola in un altro contenitore appropriato cosi da avere una temperatura di circa 75°.
Diversamente, più la varietà è nobile, più lunghi saranno i tempi di infusione. Se le teiere utilizzate sono quelle piccole i tempi possono variare tra i 50 e gli 80 secondi. Per le infusioni successive si può aumentare di 15 secondi ogni volta. Ogni infusione deve essere servita fino all'ultima goccia ed è meglio non riscaldarlo mai ma preparalo al momento. Se, per praticità, si scelgono le teiere in ghisa con filtro interno, allora i tempi di infusione si allungano poichè il rapporto acqua calda/foglie di tè è minore.
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UN VECCHIO BARBARO BARBUTO
Daruma nella tradizione agiografica,
nell'iconografia zen e nel folclore popolare
Virginia Sica (seconda parte)

Durante il soggiorno presso lo Shaolinsi, Bodhidharma si sarebbe incontrato con il suo successore, il monaco Shen Guang (487 ca.-593 ca.), più tardi chiamato Huike (giapp. Eka) dallo stesso maestro.
Huike desiderava strenuamente incontrare Bodhidharma e diventarne discepolo ma il maestro non aveva accettato neppure di riceverlo. Huike, dunque, si era posto pazientemente ad aspettare fuori della grotta, seduto nella neve, anch'egli in meditazione. Quando si rese conto che difficilmente Bodhidharma gli avrebbe concesso udienza, si amputò un braccio e lo porse al maestro (fig. 1), che si compiacque di chiedere il perché della visita:
«Il mio spirito non ha pace. Ti imploro, Maestro, concedimela!»
Il Maestro disse: «Portamelo e te lo pacificherò»
«Lo cerco ma non lo trovo!»
E dunque, te l'ho pacificato!» 4
Questo fu il “risveglio” di Huike. La circostanza sarebbe stata tramandata come il primo caso di wenda (giapp. mondou ) “domande e risposte” attraverso cui si consegue il risveglio per via intuitiva.
Daruma ed Eka di Sesshuu Touyou (1412-1506)

Si vuole che Bodhidharma, conclusa la meditazione, elaborasse la nuova dottrina, fuor della regola ed indipendente dalla tradizione, non basata sulle parole o sui testi e diretta alla mente dell'uomo. Il Canone buddhista riporta che, deciso a muovere verso occidente in tarda età, egli radunò i discepoli e disse loro:
«E' giunto il tempo che ciascuno di voi esprima ciò che ha ottenuto!».
E dunque si fece avanti Daofu: “ Per me, poiché il dharma non si coglie attraverso le lettere né ne è disgiunto, esso stesso è l'applicazione pratica della Via.”
Il Maestro disse: “ Tu hai ottenuto la mia pelle.”
La monaca Zhongchi disse: “ Quel che io adesso comprendo è come la fausta e gioiosa vista della Terra del buddha Achu5: si vede una volta sola, mai una seconda.”
Il Maestro disse: “Tu hai ottenuto la mia carne.”
Daoyu disse: “I quattro grandi elementi in origine sono il vuoto; i cinque yin6 non esistono. Secondo la mia opinione, non v'è alcun dharma da cogliere.”
Il Maestro disse: “Tu hai ottenuto le mie ossa.”
Da ultimo Huike si inchinò rispettosamente e, annuito, rimase stante.
Il Maestro disse: “Tu hai ottenuto il mio midollo.”
7. Si era così rinnovata la trasmissione silente dell'insegnamento8 e della linea patriarcale. Bodhidharma consegnò a Huike i quattro libri del Sutra del tesoro dell'ingresso a Lanka9 , spiegando che il testo conteneva la chiave per conseguire lo stato di buddha e gli raccomandò di illuminare le generazioni a venire secondo le indicazioni della scrittura. Il chan era certo dottrina ineffabile ma, come aveva osservato il discepolo Daofu, il dharma non era disgiunto dai testi scritti. La consegna del sutra a Huike indicava le fonti ortodosse del chan, la giusta trasmissione da maestro a discepolo e, emblematicamente, le radici in un buddhismo “meridionale”10. Con ciò Huike raccoglieva la successione e diveniva il II patriarca del chan.
Nella Cina del VI secolo il messaggio di Bodhidharma non dovette essere meno rivoluzionario di quello socratico in Grecia. Sei volte i suoi antagonisti cercarono di avvelenarlo, ma questo non arrestò la propagazione della dottrina, la cui eco giunse all'imperatore Xiaoming (r. 516-527) dei Wei settentrionali (386-532) che tre volte lo invitò invano a corte.
Successivamente vari templi della Cina settentrionale si contesero la permanenza del patriarca, primo fra tutti lo Yongning di Luoyang. Yang Xuanzhi, autore del Luoyang qielan ji (“Cronache di un tempio buddhista di Luoyang”, portato a termine nel 547) scrive di averlo incontrato lì e, durante l'incontro, Bodhidharma avrebbe asserito di venire da molto lontano e di avere allora 150 anni.
Bodhidharma sarebbe morto in età molto avanzata ma le fonti non si accordano né sul dove né sul quando. Alcune vogliono sia tornato in India negli ultimi anni, altre che sia morto in Cina nel 535 e la sua urna tumulata sullo Xiong'er Shan nello Henan.
Poco tempo dopo, tale Songyun, inviato in missione in Asia centrale nel 538, fu certo di averlo incontrato sui monti del Turkestan, un sandalo in mano. Alla domanda sul dove fosse diretto, il patriarca avrebbe risposto che andava verso occidente. Il sovrano del luogo, udita la notizia, dette disposizioni per una verifica dell'urna: vi si trovò un unico sandalo. Ulteriori fonti ritengono che, attraversato il mare, Bodhidharma si fosse stabilito in Giappone, introducendo la dottrina nell'arcipelago. La data ufficiale contenuta in queste fonti è il 613.
Nella realtà storica, il chan, ora zen, come mera pratica meditativa avrebbe vissuto un ben più lento processo di acclimatazione fra il VII ed il XII secolo, favorito da numerose personalità religiose, cinesi e giapponesi, patrocinate da personaggi di spicco dell'aristocrazia. Fu solo al culmine di questo lungo e cauto processo che, con le personalità di Myouan Eisai (Yousai, 1141-1215) e Dougen Kigen (1200-1253), si assisté alla nascita di una scuola zen dotata di luoghi conventuali riconosciuti dalle autorità religiose e civili. (continua)


4. Jingde chuandeng lü, cit., p. 219b.
5. Sanscrito Aksobhya, giapp. Ashuku.
6. Sanscrito panka-skandha, giapp. go'un (anche, più anticamente, goshu), letteralmente “cinque aggregati”: i cinque elementi di tutte le forme di esistenza.
7. Jingde chuandeng lü, cit., p. 219b-c.
8. Nota in cinese come yi xin chuanxin, in giapponese ishin denshin (“trasmissione da mente a mente”) o, anche, kyouge betsuden (“speciale trasmissione al di là delle scritture”). La “speciale trasmissione”, nonostante non appartenga alla tradizione indiana, venne attribuita allo stesso buddha storico Sakyamuni dalla tradizione buddhista apocrifa cinese.
9. E' il Lankavatara sutra, del II-III sec. d.C., la cui versione cinese è il Lengjia abatuoluo baojing. Lanka è comunemente identificata con Ceylon, odierna Sri Lanka.
10. La questione “meridionale” si sarebbe ampiamente riproposta, in un panorama già scissionista, ai tempi del V patriarca Hongren (601-674, giapp. Kounin) e il futuro VI patriarca Huineng (638-713, giapp. Enou), umile boscaiolo illetterato di Canton. Alle origini della sua vita monastica, presentatosi a Hongren, egli fu invitato dal maestro a desistere, giacché “i meridionali non possiedono la natura di buddha”. La sua sorte fu naturalmente diversa e la tradizione narra di rocambolesche vicende e persecuzioni attuate nei suoi confronti. Nella realtà, il dibattito scolastico fra nord e sud coinvolgeva l'ipotesi dottrinaria di un “risveglio immediato” che, nel corso dell'VIII secolo, avrebbe soppiantato la dottrina “gradualistica” propugnata dalla scolastica settentrionale.

Per un approfondimento:
Suzuki D.T. (ed.), The Lankavatara Sutra. A Mahayana Text, Translated for the First Time from the Original Sanskrit by D.T. Suzuki, Routledge and Kegan Paul, London 1932 (l'opera è stata continuativamente ristampata per più case editrici internazionali fino a tutto il 2003).

Virginia Sica è docente di Cultura giapponese presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano. Subito dopo la laurea in Lingue e civiltà orientali, conseguita all'Istituto Universitario Orientale di Napoli, ha insegnato per alcuni anni presso la Facoltà di Lettere dell'Università del Touhoku (Sendai, Giappone). Membro del CARC (Contemporary Asia Research Center) è socio AIStuGia (Associazione Italiana Studi Giapponesi), Fujikai, e Asia Orientale, associazione culturale e produzione editoriale scientifica co-fondata a Napoli nel 1985 con altri (allora) studenti del Dipartimento di Studi asiatici dell'I.U.O.
Ultime pubblicazioni (di facile reperimento per tutti):
• Traduzione delle sezioni Nord e Ainu in Fiabe giapponesi (a cura di M.T. Orsi), Einaudi, Torino 1998
• “Cronologia", in Mishima Yukio. Romanzi e racconti (a cura di M.T. Orsi), vol. I, Mondadori, Milano 2004
• “Non di soli manga. La letteratura giapponese ” (agosto 2006) in Treccani Scuola, sito web dell' Enciclopedia Italiana Treccani (www.treccani.it), alla pagina http • “Tre componimenti moderni” (traduzione, scheda critica e note) in Kataoka Shikou, Shodou. Lo spirito giovane della calligrafia classica (a cura di Virginia Sica e Francesca Tabarelli de Fatis), GoBook editore, Trento 2006.
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SUSHI
Graziana Canova Tura
Tratto da IL GIAPPONE IN CUCINA - di Graziana Canova Tura
© 2006 Ponte alle Grazie srl - Milano - (Seconda e ultima parte)

I pesci d'acqua dolce sono poco usati nel sushi, mentre sono apprezzatissime quasi tutte le specie commestibili presenti nell'oceano: branzini, orate, sogliole, ricciole, gamberi, diversi molluschi, ricci, polpi, totani, calamari, seppie, gamberi, pesce spada e il re del sushi, il tonno (di cui i figli del Sol Levante prediligono la ventresca, venata di grasso, detta toro) e le uova di salmone. Non il salmone, che invece è sempre presente nel sushi italiano, perché, come le aringhe, se non freschissimo potrebbe essere portatore di sgradevoli parassiti. Si consuma crudo solo nell'isola di Hokkaido, le cui acque sono ricche di salmone selvaggio e il clima locale, molto freddo per la maggior parte dell'anno, ne facilita la conservazione. Nel resto del Giappone il salmone è considerato pesce comune ed è presente in ogni ristorante (non di sushi), ma viene sempre cotto.
Forse qualcuno può anche non sapere che cosa sia il sushi: molto semplicemente si tratta di piccole
“Change” di Paola Billi

Paola Billi e Nicola Piccioli,
Associazione Culturale FeiMo,
artisti docenti di calligrafia orientale.
Hanno due scuole di calligrafia,
una a Firenze (FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.
www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
polpette ovoidali di riso bianco bollito e condito con pochissimo aceto dolce; su di esse viene spalmato 1 pizzico di wasabi grattugiato e appoggiata una fettina di pesce (in genere crudo, ma si possono usare gamberi cotti, anguilla o grongo kabayaki, fettine di frittata e così via). Il boccone di sushi viene leggermente intinto nella salsa di soia e subito gustato.
La storia di questa preparazione risale a molti secoli fa e si dice sia di origine cinese: consisteva allora in pesce d'acqua dolce conservato nel riso e lasciato fermentare. Nel XV secolo un miglioramento delle vie commerciali permise il trasporto e la diffusione del pesce all'interno del Paese e verso la metà del periodo Tokugawa (1600-1867) apparve una nuova vivanda, formata da pesce cotto e riso acidulato pressati in una scatola di legno: oshizushi, simile a quello che oggi viene anche detto Osakazushi. Il sushi che conosciamo ai nostri giorni apparve a Edo (Tokyo) all'inizio del XIX secolo, veniva venduto sulle bancarelle, per la strada e divenne subito popolare: un vero e proprio fast food. I ristoranti cominciarono ad apparire dopo gli anni '20 e da allora non hanno fatto altro che crescere di numero e in prosperità.
L'esperienza deliziosa del vero sushiya consiste nel fatto che ogni cuoco si dedica a pochi clienti, prepara due bocconi di sushi con il pesce richiesto, li dispone davanti all'ospite, spesso su una foglia di aspidistra (meglio di un freddo, banale piatto) e accompagna il servizio con sottili fettine di zenzero sott'aceto, che servono a ripulire la bocca dal sapore del pesce per poter assaporare al meglio quello che segue subito dopo. I pezzetti di sushi vanno leggermente insaporiti nella salsa di soia (servita in una piccola ciotola) e poi mangiati in un boccone; non si intingono invece i pesci cotti come grongo e anguilla e lo zenzero sott'aceto. Le bevande classiche sono il tè (rigorosamente giapponese, cioè tè verde altamente digestivo), la birra o il sake. Quest'ultimo in teoria non sarebbe ammesso perché in Giappone si ritiene che il riso non vada accompagnato da una bevanda a base di riso; comunque è bene stare attenti, il sake è traditore: ci si alza, a volte, con le gambe molli e il portafogli svuotato.
Un appassionato infatti non resiste ad assaggiare, oltre al normale pesce del giorno, alcune prelibatezze come il fegato di pescatrice o il riccio di mare, che insieme con il resto fanno salire il conto alle stelle. (Nelle consumazioni al banco non esiste menu e non si conosce mai il prezzo di ciò che si ordina, se non alla fine, quando arriva il conto). Questo modo di gustare il sushi è però molto pericoloso per le finanze famigliari: alla fine la spesa può essere stratosferica (soprattutto per chi lo ama come me, mio marito o molti nostri amici).
Il sushi si mangia anche con le mani. L'etichetta lo permette, anzi da come il cliente affronta il boccone si può subito capire se è un consumatore esperto o un neofita. Quest'ultimo tende a intingere nella salsa di soia la parte inferiore, cioè il riso, che si sgrana subito nella salsa, impiastricciando la mano. Si deve invece insaporire soltanto una punta della fetta di pesce, capovolgendo il boccone di sushi, per poi portarlo alla bocca senza esitazione. La lingua verrà a contatto con quattro sapori gradevolmente assortiti: il salato della salsa di soia, il dolce del pesce, la piccantezza del wasabi e la leggera acidità del riso condito.
Il fanatico del sushi conosce anche i vocaboli usati dai cuochi: una lingua da iniziati che chiama kappa il cetriolo, agari il tè, shari il riso e gari lo zenzero sott'aceto. Perfino i numeri da 1 a 10 sono detti in modo differente.
Per la preparazione sono necessari, ovviamente, riso e pesce, oltre all'aceto giapponese, la salsa di soia, l'alga nori, lo zenzero sott'aceto e il rafano (wasabi), utilissimo perché stimola la secrezione della saliva, dei succhi gastrici e di conseguenza anche l'appetito. Oltre ad aggiungere sapore al sushi essi sono necessari per l'azione antibatterica esercitata: questi ingredienti possono distruggere in pochi minuti o in alcune ore i bacilli, per esempio, del colera. E chiaro a tutti il perché siano usati in una preparazione culinaria che prevede un grande uso di pesce crudo. Per i particolari relativi a ognuno di essi rimando alla sezione dedicata agli ''Ingredienti''.
Ma non chiedete a una casalinga giapponese di prepararvi un sushi: questo è un compito esclusivo del cuoco specializzato (itamae san, signor ''davanti-al-tagliere'') che è quasi sempre maschio: pare che le donne abbiano le mani troppo calde e ciò non fa bene al pesce crudo. BannerMi dicono che ai nostri giorni non siano più molti i giovani disposti ad assoggettarsi ai lunghi anni di apprendistato necessari fino al secolo scorso (il Novecento, in cui siamo nati...). Si usava far passare all'apprendista un duro tirocinio di pulizia del locale, incarichi di basso rango, servizio ai clienti e ai cuochi prima di ammetterli alla cottura del riso, alla scelta e al taglio del pesce, alla preparazione dei vari ingredienti che vengono predisposti prima dell'apertura del locale. Ma se i canonici sette anni forse sono richiesti a un giovane cuoco soltanto in ristoranti di altissima classe, è comunque necessario un lungo periodo di umile studio e lavoro per imparare a servire un sushi di ottima qualità. Esso va fatto con tutti i crismi anche per un altro motivo: in Giappone è considerato un cibo per le feste, quindi sacro e meritevole di grande impegno.
Il sushi arrotolato nell'alga nori (norimaki) è quello più alla portata di una normale donna di casa; oppure è possibile preparare quello pressato in una forma di legno (batterazushi / hakozushi / oshizushi) o ancora, più semplicemente, del pesce servito sul riso in una scatola laccata (chirashizushi) o in una ciotola ed è di questi che darò le ricette.
Una raffinatezza molto utile e apprezzata è l'offerta, per ogni commensale, di un piccolo asciugamano bagnato, ben strizzato e arrotolato, che si usa durante il pasto per pulire le dita tra un boccone di sushi e l'altro. Si appoggia su cestelli di bambù o di legno.
ZEN
I QUATTRO SPIRITI:
Wa, kei, sei, jaku. Armonia, rispetto, purezza, realizzazione

Maestro Tetsugen Serra (Monastero Zen "Il Cerchio") - Tratto da “Zen Shiatsu” di Tetsugen Serra Fabbri Editori, Milano-2005
Nel suo libro ZEN SHIATSU il Maestro Tetsugen Serra parla dei Quattro Spiriti, qui riferiti allo Zen Shiatsu ma, crediamo, utili se applicati ad ogni campo del vivere umano.
La visione cinese del corpo umano è come quella di uno strumento musicale, da accordare come un'arpa che si impara a suonare. L'accordatura sono i Quattro Pilastri, cioè la tecnica e le note musicali, e i Quattro Spiriti dello zen shiatsu, la melodia che permette di far vivere le note che escono dallo strumento, dal nostro corpo. Note e melodia sono un tutt'uno che dà come risultante una sinfonia dolce da praticare e ricevere, mai stridente e invasiva, sempre accordata sulla reale richiesta del corpomentespirito di chi riceve lo zen shiatsu.
I Quattro Pilastri sono da vedere come iscritti in una circonferenza, in un Cerchio: Enso, come si dice nello zen. Il significato del Cerchio è di Unità, nulla viene prima o dopo, tutto è di uguale importanza e peso, ogni pilastro promuove l'altro. I Quattro Spiriti vengono dalla visione buddista dell'universo, dove simbolicamente i quattro elementi fondanti e creatori dell'universo sono: Cielo, Terra, Fuoco e Acqua. I Quattro Spiriti come i Quattro Elementi, l'origine e la manifestazione, intrinsecamente Uno.
Sopra il Cielo, sotto la Terra, in mezzo Fuoco e Acqua, complementari ma non opposti.
Questa rappresentazione dell'universo, precedente anche al buddismo, affonda le radici nelle antiche filosofie indiane,ma la ritroviamo anche in Grecia e in Medioriente. La visione dell'universo dei quattro elementi, in Cina, si trasformerà successivamente nella teoria dei Cinque Elementi adottata dalla
Medicina Tradizionale Cinese.
Accordato il corpo con i Quattro Pilastri dobbiamo accordare lo spirito per far sì che lo zen shiatsu prenda, oltre che forma, anche vita. I Quattro Spiriti, o come direbbero i taoisti le Quattro Virtù, sono l'elemento che trasforma lo shiatsu in zen shiatsu, in Via o Do, come si dice in giapponese. Da arte di riequilibrio psicofisico, lo zen shiatsu diviene Via di realizzazione per sé e per gli altri. Seguire i principi zen dei Quattro Pilastri comuni a tutte le arti zen trasforma l'azione in realizzazione. Naturalmente esistono differenti Vie per realizzare questa trasformazione, ogni persona deve trovare la propria e attuare la propria essenza.
I Quattro Spiriti sono e devono essere presenti in tutte le operazioni, in tutte le tappe e in tutti gli aspetti della pratica e della vita di un operatore zen shiatsu. Colui che si impegna in questa Via deve essere teso nella realizzazione degli Spiriti all'interno di sé, non solo durante l'esecuzione dello shiatsu, ma anche e soprattutto fuori da tale contesto e nella vita di tutti i giorni. Un vero Maestro di zen shiatsu sarà colui che è capace di rendere presenti e vivi i Quattro Spiriti non solamente dentro di sé, ma nel cuore dei suoi allievi. Questo è quello che ho appreso in Giappone, alla Scuola di Masunaga, con il Maestro Kimura San, e nel monastero zen Toshiji, dove sono diventato monaco con il Maestro Ban Roshi Tetsugyu Soin; e questo è quello che cerco di praticare tutti i giorni nei trattamenti zen shiatsu e con gli allievi.
Nel prossimo numero Wa, Kei, Sei e Jaku verranno trattati singolarmente. (continua)
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GIOCATTOLI TRADIZIONALI GIAPPONESI
Simonetta Ceglia - www.fujikai.it - (terza parte)
FISCHIETTO A FORMA DI PICCIONE (HATOBUE): i fischietti in terracotta sono originari della provincia di Aomori, regione del Thoku, dove venivano prodotti sin dal 1590. Sebbene fischietti di varie forme vengano ancora oggi prodotti, il fischietto a forma di piccione è la tipologia più apprezzata. Si riteneva che le malattie fossero causate da spiriti malvagi, da entità negative le quali però erano a loro volta spaventate dai suoni forti. Per questo ai bambini veniva detto di suonare forte il loro fischietto e lo hatobue finiva con essere sia un divertente passa-tempo ludico, ma anche un efficace engimono (talismano) contro i demoni. L'origine dello hato-bue è cinese; in Cina infatti questo tipo di flauto ha una lunga tradizione e pare fossero prodotti da artigiani esperti sin da tempi molti antichi.
Tuttavia le prime fonti cinesi che parlano di questo tipo di flauto sono della dinastia Qing (1644-1911), infatti appartengono a questo perio
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
do anche molti fra i migliori esemplari storici di hato-bue. Questi fischietti venivano applicati alla coda dei piccioni di allevamento appena nati, mediante un filo di rame; il peso del fischietto era solo di pochi grammi (meno di 15 gr, essendo il fischietto in bambù, raramente con la bocca in avorio nel caso di esemplari particolarmente costosi) e dunque non intralciava minimamente, né impediva il volo. Quando lo stormo di piccioni-viaggiatori si alzava in volo, il vento faceva vibrare il fischietto posto sulla coda dei piccioni, producendo una sorta di concerto all'aria aperta. Lo scopo per cui veniva applicato il fischietto alla coda del piccione era legato al fatto che il rumore prodotto dal vento sul fischietto avrebbe spaventato gli uccelli rapaci e avrebbe garantito al piccione-viaggiatore un viaggio sicuro, fino alla consegna del messaggio. Inoltre, il rumore prodotto dal fischietto avvertiva il destinatario del messaggio dell'arrivo del piccione.
CERVO E SCIMMIA (SHIKASARU): questo giocattolo sempre in cartapesta è associato all'isola di Miyajima, luogo sacro e considerata uno dei tre paesaggi piùbelli del Giappone.Sull'isola vi era abbondanza di cervi e scimmie e fra le due popolazioni di animali e l'uomo stesso vi erano sincere relazioni d'amicizia. Per questo oggi dire shikasaru significa indicare una relazione amicale particolarmente forte e sincera. Nell'iconografia e nella tradizione popolare il cervo è considerato messaggero delle divinità, mentre la scimmia è vista tanto come figura guardiana di un luogo sacro, quanto come protettrice della fertilità. La tradizione delle campanelle in terracotta (dorei), tipica dell'artigianato di Miyajima, di Kyoto e di molte altre aree del Giappone, ha spesso ripreso queste due
figurine (scimmia e cervo), insieme ad altri animali e altre forme. Le campanelle in terracotta (dorei) hanno una tradizione molto antica, risalendo fino al periodo Joumon. Nella prefettura di Nara, nell'area del santuario Asuga Imasu, sono stati rinvenuti alcuni esemplari di campanelle da alcuni scavi archeologici relativi al periodo Joumon.
Anche fonti scritte antiche documentano l'uso rituale delle campanelle, usate per scacciare i demoni, già al tempo dell'imperatore Monmu (697-707 d.C.), epoca Nara. Il fatto che molte di queste dorei siano state rinvenute in luoghi di culto, siti con santuari e templi, ha ovviamente avvalorato l'ipotesi che le campanelle avessero un ruolo sacrale nelle cerimonie religiose che venivano svolte in quei luoghi. E' soprattutto a partire dal periodo Edo che si formalizza la tradizione di produzione di queste campanelle quali oggetti religiosi, prodotti localmente da vari santuari o templi per essere distribuite fra i fedeli come talismani e oggetti souvenir con un chiaro valore protettivo. Le forme e i motivi decorativi delle dorei esprimono le tradizioni autoctone della provincia in cui le campanelle sono state prodotte. A partire dal periodo Meiji, le dorei assumono il valore di kyoudo gangu (giocattolo tradizionale), spesso souvenir per famiglie in visita al santuario o al tempio buddhista locale; da questo momento anche le forme delle dorei assumono contorni più ludici e sempre più diretta espressione delle peculiarità dell'artigianato locale. L'area di maggiore produzione di dorei è ad oggi Miyajima e l'area di Kyoto, ma esistono esemplari di campanelle da varie province del Giappone, come ben illustra Ishiyama Kuniko nel suo libro “Clay Bells in Japan”. (continua)
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ARTI MARZIALI IN CINA
Fabio Smolari - serpentebianco@fastwebnet.it

Ai tempi di Bruce Lee si diceva kung-fu, ma il termine più appropriato è wushu, che significa letteralmente “arti marziali”. Infatti non di una si tratta, bensì di innumerevoli scuole e sistemi che affondano le radici nel passato remoto della Cina.
Confucio (V sec. a.C.), il più noto saggio della storia cinese, era maestro delle cosiddette “6 arti” (liuyi): scrittura, matematica, musica, rituale, tiro con l'arco e guida del calesse da guerra. Quando si esercitava nel tiro con l'arco, la gente si fermava ad ammirarlo col fiato sospeso. E non era certo l'unico esempio. Goujian (?-465 a.C.), re dello stato di Yue, udì di una giovane fanciulla esperta nell'arte della spada. Convocatala ad udienza la esaminò e, meravigliato da tanta abilità, gliene chiese spiegazione. Così ella rispose:
“[…] La mia Via è retta da un principio infinitamente sottile e mutevole e da un senso infinitamente oscuro e profondo. […] Tutte le discipline di combattimento realizzano all'interno energia spirituale e all'esterno calma e dignità; se ne osservate un esperto vi sembrerà una donna gentile ma, ingaggiato il combattimento, si rivelerà una tigre feroce. Costui sa disporre della sua forma, vigilare sul suo qi e il suo spirito giunge ovunque. Se cercate di raggiungerlo vi parrà lontano come il sole, mentre lui saprà coprire ogni distanza con un balzo di tigre. Il suo respiro è costante, la sua tecnica non conosce limiti. Diritto e trasversale, a seguire e contrario, avanzata e ritirata, ogni sua azione è imprevedibile all'avversario.”
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualità e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
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Appare evidente che già in un passato remoto l'arte marziale in Cina non rispondeva più a mere esigenze belliche ma era anche metodo di coltivazione del corpo e dello spirito in una ricerca continua della perfezione, attraverso un costante sforzo volto al superamento dei propri limiti psicofisici.
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Tale percorso aveva come obiettivo il raggiungimento del kung-fu (gongfu secondo la grafia ufficiale) cioè “l'abilità, la maestria, la perizia”, qualità non esclusiva dell'arte marziale ma comune ad ogni disciplina artistica cinese.
“Lianquan bulian gong, daolao yichang kong” - “Se esercitate il pugilato senza allenare le abilità fondamentali, giunti alla vecchiaia rimarrete con un nulla!” - recita un antico adagio cinese, dove per pugilato è da intendersi un'arte marziale nella sua interezza. Infatti “l'arte del pugilato” (quanshu) - in senso cinese - indica una disciplina che prevede calci, pugni e lotta ma anche l'uso delle armi bianche: bastone, lancia, spada, sciabola, alabarda, bastone snodato, catena, uncini, doppie sciabole, doppie spade, frusta, ecc. insomma tutto l'armamentario della tradizione cinese, secondo le competenze di questo o quel maestro. Ed i maestri del passato crearono scuole e stili al termine di accurati studi e ponderate valutazioni, assecondando anche le proprie caratteristiche fisiche ed inclinazioni tattiche; ecco dunque che nacquero il baguazhang (palmi degli otto trigrammi), che privilegia traiettorie circolari, difesa e contrattacco in costante movimento, il chuojiao (calci penetranti) che ha nelle gambe il suo punto di forza, il tanglangquan (boxe della mantide), ispirato al metodo di combattimento dell'omonimo insetto, o il taijiquan che unisce la circolazione energetica alla tecnica marziale in un esercizio integrato che sfrutta sapientemente i pieni e i vuoti nell'applicazione delle forze.
Oggi è possibile anche in Italia praticare il wushu cinese sia nelle sue forme tradizionali originarie, che nelle moderne versioni sportive. L'unica raccomandazione che mi sento di fare a chi si accosta alla disciplina è quella di indagarne sempre il senso profondo e non discostarsi dalla ricerca del gongfu. Questo consentirà di capire i meccanismi del corpo e della mente, di comprendere le scelte dei maestri attuali e passati, di accrescere le proprie esperienze grazie ad amicizie vicine e lontane, in un mondo che prosegue l'antica tradizione cinese dei “cavalieri erranti” (wuxia).

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Serena Viola

Serena Viola espone dal 6 ottobre 2 novembre 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Rafaela Scaglietta

Raffaela Scaglietta espone dal 16 ottobre all’11 novembre 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243,
Originali paesaggi interiori, emozioni tradotte in colori, tratti grafici interpretati con leggerezza e semplicità. Tinte cangianti, metamorfiche, talvolta un po´ in rilievo, con acrilici che sospendono nell´atmosfera lo spessore dei supporti in legno o stoffa. Spinta dall´idea di togliere alla totalità delle composizioni spessore e materia perché i colori e i disegni possano librarsi senza ancorarsi a nulla se non al suo sentire. I quadri racchiudono simboli riconducibili alle sue passioni, a ciò che le trasmette calore e colore, piccoli cuori concentrici, elementi naturali e familiari, la casa e rappresentano il punto di massima energia personale dell´artista. Liberano un piacere disinvolto ed elegante per la ricerca del piacere estetico e la composizione equilibrata lasciandosi condurre dalla delicatezza di tinte morbide e sottili. Un mix di istinto e ponderazione, "sorgenti" di riflessione per cogliere, di ogni cosa, gli aspetti più remoti e totalizzanti, perché ogni pezzetto di vita sia come una scintilla d´arte, perché tra creatività e comunicazione ci sia complicità e perché tra i gesti delle parole e i giochi dei segni circuito. Le tele trasmettono espansione, forza interiore, e capacità di parlare all´esterno con efficacia, bellezza, fantasia. Ciò che per lei conta di più sono le emozioni, che sorgono dal suo dentro e si sprigionano. Le parole, i sentimenti, i colori, le luci, i sensi sono le cifre del suo essere artista. Ogni opera è un elegante mix di intimità e di apertura, di solarità che si estende e si racchiude. Ognuna, anche "donna che gioca", "donna luna", "donna mare", attraversano questo stesso moto vorticoso concentrico ed excentrico, intimo mondano, in insiemi di colori e segni in continuità tra loro. Ogni opera è un´evocazione, un richiamo a qualcosa che tocca perché risuona nel comune sentire, ciascuna porta alla dimensione spirituale, religiosa, naturale, musicale, e ritmica del vivere.
Le fotografie qui in gioco sono frutto di un lavoro di ricerca durante i viaggi di questa fotoreporter giornalista in oriente, percorsi in paesi come Cina, Corea del Sud, Thailandia, Indonesia e Cambogia. Si è lasciata coinvolgere dall´interesse per le realtà femminili di quei luoghi e ha cercato, con l´aiuto della rappresentazione degli scatti, di cogliere gli aspetti più positivi di ogni donna ritratta. Pur consapevole della realtà di alcuni di questi contesti, non sempre idilliaca, ha scelto di scattare le pose di ognuna perché da loro emergesse comunque una via che rilasciasse bellezza all´obiettivo, che di ognuna facesse riconoscere i tratti e le gestualità. Gli occhi della camera le servono per contattare le anime delle persone, farle apparire, entrando complice con loro, cogliendo di queste donne orientali aspetti quali eleganza, forza, bellezza, maestria. L´analisi di questo reportage non ci porta però al realismo drammatico ma con un´ "altro" senso ci trasmette significati riconducibili alla parola attesa. La forza narrativa di queste immagini è allora il senso dell´attesa che esprime l´essere di queste donne. Attesa è l´attendere del tempo fotografico, ma è anche l´attendere delle donne riprese che attraversando le immagini rivolgono l´anima, si tendono, si dedicano, volgono la loro attenzione. Il tempo fotografico che cattura diventa motivo assegnato alle immagini che diventano così intensamente evocatrici del loro essere, delle loro missioni e dei loro destini. Sono donne capaci di vivere con fierezza la loro vita e sanno fare trasparire queste loro abilità dagli scatti, come se le loro anime potessero riflettersi attraverso i fotogrammi restituendo tutta la loro intensità interiore ed esteriore. L´attesa è dunque il tempo prima dello scatto ma è anche quello della ragione, delle ragioni delle donne rappresentate che dell´attesa fanno il loro essere profondo. L´attesa è parola che richiama curiosità, dimora, sospensione, estensione, aspettativa, speranza. Questi aspetti diventano perciò motivi delle immagini, là dove ognuna porta con sé la bellezza e l´intensità di trazioni culturali, gesti artistici, performativi o di semplice quotidianità. Ognuna una storia, di chi ha il coraggio, mostrandosi, di parlare di sé, portando alla conoscenza del mondo i ritratti della fermezza e della onorabilità dei propri volti-corpi, soggetti, stimoli, esempi per il presente futuro.
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