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Pagine Zen N° 65
novembre/dicembre 2007
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


Stanza del tè tra gli alberi Architetto Terunobu Fujimori
foto di Michael Freeman

New Zen

Nell’ambito di nipponica 2007, Matteo Casari presenta il libro New Zen, a Bologna, il 10 Novembre 2007, presso la Sala del Risorgimento, Museo Civico Archeologico, via dell’Archiginnasio, 2.
Per informazioni www.nipponica.it

Un incontro dedicato all'opera di Michael Freeman, fotografo di fama internazionale.
Un'opera davvero unica: una collezione di oltre 250 immagini per raccontare 35 progetti, corredati da schede di approfondimento, sulle più innovative chashitsu – le tradizionali stanze dedicate alla cerimonia del tè – progettate da architetti e designer contemporanei giapponesi.
La cerimonia del tè è una raffinata pratica giapponese, definitasi nelle forme attuali oltre 500 anni fa, caratterizzata da una pacata ed elegante bellezza in
cui l'azione di preparare, offrire e ricevere il tè diventa un atto di contemplazione e consonanza con il sé e con il cosmo.

Fin dal XV secolo lo spazio architettonico in cui tenere una cerimonia ha avuto unruolo centrale e uno sviluppo funzionale e concordante con i principi estetici e le esigenze pratiche dettati dai grandi maestri del tè.
All'inizio degli anni '90 le chashitsu sono state oggetto di reinterpretazioni da parte di architetti e designer giapponesi che hanno dato vita a moderni spazi per la meditazione. Tale sforzo creativo ha prodotto esempi architettonici fra i più innovativi nel panorama internazionale, soprattutto grazie all'uso e alla combinazione insolita dei materiali più diversi e alle originali soluzioni, come ad esempio la stanza del tè tra gli alberi progettata dall'architetto Terunobu Fujimori, che ha suscitato grande interesse in Giappone.
La pregevole edizione del volume, pubblicata dall'editore Damiani di Bologna, esalta la qualità fotografica e artistica degli scatti di Michael Freeman.
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Il Significato del wabi
Alberto Moro - www.giapponeinitalia.com - (prima parte)


Foto di Alessio Guarino
Wabi, insieme al termine yûgen (mistero e profondità), strettamente legato al teatro nô, e a sabi (bellezza solitaria), che trovò un suo pieno sviluppo nella poesia haiku, rappresenta uno dei principi estetici cardine della sensibilità giapponese.
Wabi è il sostantivo del verbo wabiru e, originariamente, indica una condizione materiale di privazione, solitudine e frustrazione dei propri desideri. È sinonimo di una vita povera e miserabile, caratterizzata da delusioni e fallimenti. Il monaco Zen Jakuan Sôtaku, autore di un importante testo giapponese il Zencharoku (1828), scriveva: “Se consideri limitante trovarti in condizioni economiche precarie, se ti lamenti dell’insufficienza come se fosse una privazione, se ti rammarichi che le cose hanno avuto un decorso sbagliato, tutto ciò non è wabi. Allora sei un vero indigente.” Il valore di questo testo è l’approccio rivoluzionario verso la povertà, vista come veicolo per raggiungere una libertà spirituale non condizionata dalla bramosia per gli oggetti materiali.
Questa presa di coscienza, per essere autentica, deve essere vissuta con profondità d’animo e non come atteggiamento superficiale. D’altro canto la semplicità wabi, fatta di non pretenziosità e ruvidezza, non deve essere confusa con la povertà e la rozzezza. È importante, quindi, con la propria sensibilità, poter cogliere la grande nobiltà di spirito e la purezza interiore nascosta sotto un aspetto grezzo e modesto. Bisogna saper percepire la bellezza interiore delle persone, e non fermarsi all’esteriorità. Wabi non esibisce l’attenzione che è stata rivolta al più piccolo dettaglio delle cose, né al costo, né allo sfarzo che è stato profuso in ciò che si può vedere. È una bellezza di grande profondità che trova la sua espressione in termini semplici e non pretenziosi, la sua componente principale risiede nell’inespresso, l’elemento interno è superiore all’esterno. L’estetica wabi rifugge l’eccesso e l’arroganza in tutte le sue manifestazioni e ricerca l’umiltà e la reticenza.
Un altro aspetto importante della bellezza wabi è l’amore per l’irregolarità e l’imperfezione. Un grande maestro del tè Murata Shuko (1422-1503) sosteneva:
“La luna non è piacevole se non parzialmente oscurata da una nuvola”. Per le persone è molto facile ammirare la luna piena, mentre riuscire ad apprezzare il fascino e il mistero che emana da una luna velata dalle nuvole è per pochi. In natura non esiste nulla di perfetto e il senso della bellezza in Giappone non ha un valore oggettivo ma, per realizzarsi, deve passare attraverso la sensibilità dello spettatore. La perfezione sta nel movimento (es. il passaggio delle nuvole) perché tutto è impermanente.
Il monaco Zen e professore di filosofia delle religioni presso l’Università di Kyoto Shin’ichi Hôseki Hisamatsu (1899-1980) sosteneva che le caratteristiche del wabi fossero le seguenti: l’irregolarità, la semplicità, l’austerità, la naturalezza, il mistero, l’immaterialità e la tranquillità. Il grande poeta di haiku Matsuo Bashô (1644-1694) sosteneva inoltre che: “apprezzare l’insufficiente (wabishiki) è il frutto di essere entrati nella Via”. Il periodo dell’anno che maggiormente si avvicina allo spirito wabi si colloca tra il tardo autunno e l’inizio dell’inverno, quando cadono le foglie e iniziano i primi fiocchi di neve. Questo scenario trasmette un profondo senso di transitorietà e solitudine ma allo stesso tempo stimola la contemplazione e la meditazione.
Il forte richiamo all’introspezione e all’accettazione dell’impermanente è sicuramente influenzato dalla sensibilità buddista. In questa condizione di spirito si cerca di liberarsi dalla schiavitù del desiderio e del possesso, così da riuscire ad apprezzare la semplicità in tutte le sue manifestazioni. Il wabi non è quindi da intendere solamente come concetto estetico ma anche come atteggiamento etico e religioso verso la vita. Nel XV secolo, la sensibilità wabi trovò nella cerimonia del tè la sua piena realizzazione come arte pratica della vita quotidiana. Ogni gesto della cerimonia deve trasmettere un sentimento di bellezza wabi così da raggiungere attraverso la frugalità e la semplicità uno spirito di comunione e di profonda armonia tra chi offre una tazza di tè e chi la riceve (continua)

UN VECCHIO BARBARO BARBUTO
Daruma nella tradizione agiografica,
nell'iconografia zen e nel folclore popolare
Virginia Sica (terza e ultima parte)

In questo nostro percorso sugli aspetti agiografici, iconografici e folclorici di Bodhidharma si inscrive Dainichi Nônin (s.d.), un contemporaneo di Eisai. Egli fu dapprincipio monaco presso lo Enryakuji, sullo Hieizan. Non si recò mai in Cina ma, venuto in contatto con la dottrina del chan, si dedicò allo studio e all’applicazione. Stabilitosi a Suita, nella provincia di Settsu, fondò il Sanbôji, luogo conventuale ove diede inizio alla scuola nota come Darumashû (“scuola del dharma” o “di Bodhidharma”). Accusato dalle autorità ecclesiastiche di non essere in possesso di alcun sigillo di trasmissione della scuola chan (11), provvide ad inviare nel 1189 due suoi discepoli presso un maestro cinese, affinché riferissero del grado di illuminazione da lui raggiunto. Non sappiamo se il prelato, nella corruzione in cui il clero cinese stava vivendo sostenendosi con la vendita delle cariche, giudicasse realmente apprezzabile lo stato di illuminazione buddhista di Nônin. Gli fece comunque pervenire il sigillo del proprio magistero. Nônin, legittimato successore, dedicò la propria vita alla diffusione della dottrina del maestro “putativo”, non riscuotendo peraltro una grande fortuna: rifiutando ogni legame e commistione con le dottrine di altre scuole, non riuscì mai gradito al mondo ecclesiastico, tanto meno a quello curtense civile e militare.
Come molte personalità storiche o leggendarie legate alla tradizione cinese e poi giapponese, l’iconografia di Daruma passò progressivamente ad un ambito popolare, ma inizialmente fu mediata da una vasta produzione pittorica ad inchiostro su carta, prodotta ed apprezzata presso i cenacoli buddhisti di varie scuole, di quella zen dei rami Rinzai e Sôtô in particolare ma anche ôbaku.
Il ramo Rinzai riscosse il massimo favore delle autorità militari. Le ragioni ultime risiedono probabilmente nel potere carismatico dei suoi rappresentanti ecclesiastici; sicuramente in questioni di natura politico-strategica attentamente vagliate in prima istanza dallo shogunato di Kamakura (1185-1333) e da quelli successivi poi. Nacque così l’istituzione, su modello cinese ma ampiamente modellata su bisogni locali, dei Gozan (“Cinque monti”), una gerarchia di cinque gradi ascritta a undici sedi monastiche (12). E’ presso queste sedi che furono potenziati i cenacoli artistici. I Gozan, infatti, non si limitarono a curare il proselitismo di vertice, quanto piuttosto guidarono ed assecondarono momenti di espressione sì consonanti con ideali zen ma anche, più genericamente, con il mondo cinese, rendendo così familiari forme artistiche e modelli espressivi del continente. In ogni campo furono prodotte opere irripetibili e nuove arti furono coltivate. Poesia, letteratura ed esegesi furono poi identificate nella Gozan bungaku (“Letteratura dei Cinque monti”) e il mezzo più incisivo per la sua promozione fu la stampa, ampiamente patrocinata dal monachesimo Rinzai. Tale produzione fu nota come Gozan ban (“Edizioni dei Cinque monti”) sin dal 1287. Impossibile, tuttavia, decretare la supremazia di un’arte su di un’altra: tutte si espressero in un rapporto di mutua ispirazione ed assonanza. Ma certamente la pittura fu tra le espressioni artistiche più coltivate, non mirata limitatamente alla ricerca estetica quanto all’azione espressiva di uno stato di coscienza raggiunto. Questo processo fu maggiormente favorito dall’importazione di esemplari cinesi (con la mediazione del monachesimo cinese e giapponese e, spesso, su tratte non propriamente legali). Il Giappone si rivelò un mercato floridissimo e non è illegittimo pensare che tanta pittura chan venisse prodotta allo scopo di accrescere le entrate dei monasteri (sia cinesi che giapponesi), unendo così l’utile all’edificazione religiosa. Emblematico il caso dell’artista Mokuan Reien (m. 1343 ca), perfetto imitatore del maestro cinese Mu Chi (1269-1274). Egli era in visita presso la sede monastica dove il grande pittore cinese aveva operato. L’abate lo ritenne reincarnazione del maestro e non si astenne dal consegnargliene i sigilli ufficiali. Mokuan, dal canto suo, non si astenne dall’utilizzarli. Con la conseguenza che molte opere recanti firma di Mu Chi, oggi attribuite a Mokuan, presero la via del Giappone come originali cinesi.
Di questa produzione “colta”, Daruma costituì uno dei soggetti preferenziali fino alla metà del XIX secolo, quantunque abbia conservato anche successivamente e fino a oggi un suo primato. Nell’esecuzione della sua ritrattistica “ideale” si cimentarono grandi nomi dell’arte giapponese, prevalentemente di ambiente monastico. Impossibile, se non analizzarli, anche solo citarli. Ma su tutti i grandi maestri si stagliano Hakuin Ekaku (1686-1769) e Gibon Sengai (1750-1837), per il loro tratto apparentemente dissacratorio, felicemente ironico e di immediata comunicazione. Tuttavia non va dimenticato che rilevanti esemplari pittorici sono ascrivibili anche a personalità laiche, come Ashikaga Yoshimochi (1386-1428) o l’imperatore Go Yôzei (1587-1611), tanto per citarne qualcuna.
Il collasso della casata militare degli Ashikaga, al governo del Paese ufficialmente dal 1338 al 1573, e la definitiva emersione dei forti poteri militari delle province durante l’epoca nota come sengoku jidai (1490-1600, “Periodo dei Paesi combattenti”), travolse i patrocinati quanto i patrocinatori. Ma il
monachesimo zen, pur fortemente compromesso sul piano economico, rimase baluardo dottrinario e punto di riferimento, non più dei ceti egemoni quanto del popolo, diffondendo in prima istanza l’alfabetizzazione. E probabilmente fu questa sua nuova funzione a familiarizzare ancor più i ceti subalterni con la figura del patriarca. Daruma, quindi, perse la natura di oggetto di rispettosa devozione relegato nel chiuso dei luoghi sacri, e divenne, in un processo di stratificazione, familiare all’uomo comune, giocattolo per i bambini e nume della fortuna per gli adulti.
Nella fabbricazione in cartapesta (di probabile origine cinese), diffusa oggi ovunque in Giappone, Daruma viene prodotto e venduto con le orbite vuote, esplicito riferimento alla tradizione legata alla nascita della pianta del tè. La consuetudine popolare vuole quindi che, acquistato un Daruma, la persona doni un occhio (dipinto a pennello o pennarello) all’irascibile patriarca, promettendogli di “concedere” il secondo occhio solo alla realizzazione di un desiderio.
Mercato di Daruma a Maebashi (Prefettura di Gunma)
Annualmente in Giappone, nel corso delle tante festività di origine shintoista e buddhista, i Daruma non più ciechi sono spesso destinati ai falò propiziatori. Uno dei rituali più suggestivi si tiene nella città di Sendai (nel Tôhoku) ogni 15 gennaio: durante le celebrazioni del Dondosai, schiere di volontari seminudi percorrono per tutta una notte, dal tramonto all’alba, le strade innevate della città, impugnando torce infuocate che alimentano costantemente i falò disseminati lungo il percorso che conduce allo Hachimangu, principale santuario cittadino. E’ lì che la vita dei Daruma compiacenti a realizzare i desideri degli uomini si conclude come offerta agli dèi.

11. Giapp. inka. Certificazione ufficiale trasmessa da maestro a discepolo come riprova dell’avvenuto apprendimento della dottrina e del raggiunto stato di illuminazione.
12. Due sedi per grado, l’undicesima a capo della graduatoria, in un sistema di conferimento a rotazione stabilito dal governo militare con l’approvazione imperiale.
Bibliografia aggiuntiva essenziale:
• Willetts W., Chinese Art, New York 1958 (ed. ital. Arte cinese, II voll. Sansoni, Firenze 1963)
• Miura I. - Fuller Sasaki R., Zen Dust. The History of the Koan and Koan Study in Rinzai (Lin-chi) Zen, Harcourt, Brace & World, New York 1966
• Fontein J. – Hickman M.L., Zen Painting and Calligraphy, Museum of Fine Arts, Boston 1970
• Awakawa Y., Zen Painting, Kodansha International, Tokyo-New York-San Francisco 1970 [1977]
• Kanazawa H., Japanese Ink Painting. Early Zen Masterpieces, Kodansha International, Tokyo-New York-San Francisco 1979

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Virginia Sica è docente di Cultura giapponese presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università degli Studi di Milano. Subito dopo la laurea in Lingue e civiltà orientali, conseguita all'Istituto Universitario Orientale di Napoli, ha insegnato per alcuni anni presso la Facoltà di Lettere dell'Università del Tôhoku (Sendai, Giappone). Membro del CARC (Contemporary Asia Research Center) è socio AIStuGia (Associazione Italiana Studi Giapponesi), Fujikai, e Asia Orientale, associazione culturale e produzione editoriale scientifica co-fondata a Napoli nel 1985 con altri (allora) studenti del Dipartimento di Studi asiatici dell'I.U.O.
Ultime pubblicazioni (di facile reperimento per tutti):
• Traduzione delle sezioni Nord e Ainu in Fiabe giapponesi (a cura di M.T. Orsi), Einaudi, Torino 1998
• “Cronologia", in Mishima Yukio. Romanzi e racconti (a cura di M.T. Orsi), vol. I, Mondadori, Milano 2004
• “Non di soli manga. La letteratura giapponese ” (agosto 2006) in Treccani Scuola, sito web dell' Enciclopedia Italiana Treccani (www.treccani.it), alla pagina
• “Tre componimenti moderni” (traduzione, scheda critica e note) in Kataoka Shikô, Shodô. Lo spirito giovane della calligrafia classica (a cura di Virginia Sica e Francesca Tabarelli de Fatis), GoBook editore, Trento 2006.
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FUDOSHIN - La mente inamovibile
Paolo Taigô Spongia
International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation Italia - www.iogkf.it

Fu: che rappresenta una negazione: non.




Dô: che significa agire, agitarsi, vibrare, ma anche dà l’idea della mobilità e fluidità come qualità del vento. Il radicale di sinistra rappresenta la pesantezza e quello di destra la forza, suggerendo il senso del movimento contro la forza di gravità.


Shin: è il cuore, lo spirito, la mente.

Fudôshin può dunque essere tradotto con: ‘la mente che non si muove’. E’ termine in uso nelle arti marziali per definire quell’atteggiamento dello spirito che manifestandosi in una calma imperturbabilità permette al guerriero di agire con prontezza e decisione.
Fudô Myo-o è una deità che svolge il ruolo di guardiano della meditazione ed è anche considerato una sorta di patrono delle arti marziali. E’ rappresentato con una spada nella mano destra, che recide illusione ed ignoranza (insieme all’avidità, illusione o ignoranza ed ira, sono i tre ‘veleni’, san doku, che ostacolano il Risveglio) e una corda nell’altra mano, con la quale doma le passioni ed emozioni violente ed incontrollate.
“Contro la spada di un avversario
Non metterti in guardia,
Ma tieni la mente immobile;
Quello è il luogo della vittoria.”
Scrive il grande Maestro di spada, Zen e Shodo, Yamaoka Tesshu Sensei.
Takuan Sôhô (1) scrive:
“ Si dice che ciò che chiamiamo Fudô Myo-o sia la mente che non si muove e il corpo che non vacilla.
‘Che non vacilla’ significa che nulla lo trattiene.
“Change” di Paola Billi

Paola Billi e Nicola Piccioli,
Associazione Culturale FeiMo,
artisti docenti di calligrafia orientale.
Hanno due scuole di calligrafia,
una a Firenze (FeiMo), l’altra a Milano, presso il Monastero Zen Il Cerchio.
www.femaleproject.com
feimo@femaleproject.com
tel. 055224913
Guardare di sfuggita qualcosa senza soffermare la mente su di essa si chiama ‘immutabilità’. Questo perché quando la mente si ferma su qualcosa, così come quando il petto si riempie di ogni sorta di discriminazioni, in questo sostare si palesano tanti movimenti. Quando questi movimenti cessano, la mente che si era fermata si muove, ma di fatto non si muove”
E prosegue:
“ Considerando che Kannon (2) dalle Mille Braccia ha mille braccia sul suo unico corpo, se la mente si ferma sul braccio con l’arco, le altre novecentonovantanove non serviranno a nulla.
E’ solo perché la mente non è trattenuta in un solo luogo che tutte le braccia sono utili.
Quanto a Kannon, perché mai dovrebbe avere mille braccia su un solo corpo?
Questa forma è stata concepita con l’intento di mostrare agli uomini che se lasciano andare la loro sapienza immutabile, anche se un corpo ha mille braccia, ognuna servirà al suo scopo.
Quando stai di fronte ad un albero, se guardi una sola delle sue foglie rosse non vedrai tutte le altre. Quando l’occhio non si fissa su di una singola foglia, e guardi l’albero senza nulla in mente, appaiono all’occhio tutte le foglie, senza limite. Ma se una singola foglia trattiene l’occhio, sarà come se tutte le altre non esistessero. Chi ha compreso ciò non è diverso da Kannon dalle mille braccia e mille occhi…”
La Dea Kannon ha mille braccia per portare aiuto alle innumerevoli esistenze e in ogni mano ha un occhio come a voler dire che senza saggezza, senza la capacità di ‘sapere vedere’ non si può agire compassionevolmente. La mente che non si ferma è anche l’essenza dell’esercizio del Kata Sanchin (3). Una delle scoperte che si sono fatte studiando il cervello umano è che, di fatto, questo più che essere una finestra aperta sul mondo è in realtà un severo filtro a più strati che seleziona le miriadi di informazioni che ci pervengono dall’ambiente.
Monte Buchsbaum, neurologo, fa notare che ognuno di noi opera queste esclusioni in maniera molto diversa, a seconda dell’educazione, cultura, esperienze… tanto che queste esclusioni: ‘sembrerebbero determinare una diversa coscienza di ciò che ci circonda, dato che ciascuno si costruisce una scala di ammissione e di rifiuto dei segnali sensoriali ben precisa.(4)
In quest’ottica risulta evidente come ogni essere umano, fin da bambino, sia in pratica costretto ad abdicare se stesso’
Fudô Myo-o
facendo propria una visione della realtà che non coincide affatto con il suo sentire e che non è per nulla un’esperienza del vivente, ma ne rappresenta una percezione frammentaria. Come lo sguardo che fissandosi sulla foglia dimentica l’albero.
Tradisce se stesso il bambino, per ottenere e garantirsi l’amore e l’appartenenza ad una famiglia, tradisce se stesso l’adulto, per sentirsi accettato da una società che proprio su quel ‘tradimento’ basa i suoi rapporti. Il vero adulto, l’uomo nuovo sarà colui che saprà riconquistare l’originaria innocenza della mente, Raion Panikkar parla di nuova innocenza.
La mente che non si muove è in realtà la mente che non si ferma su nulla, come una zucca che galleggia su un torrente, dice Takuan. Così in uno sguardo si abbracciano tutte le foglie dell’albero e in un gesto corpo e mente sono unificati. Lasciar fluire la mente, ecco la qualità del vento presente nel carattere DÔ, il vento dello spirito che soffia dove e come vuole.
Fudoshin è la mente che nulla esclude. Una mente che non si ferma su nulla, questa è l’inamovibilità, il non cadere preda delle passioni e delle illusioni che tendono a ‘fissar’ la mente, a trattenerla, ma passarci attraverso come recitano i voti del Bodhisattva: ‘...di andare all’origine di ogni passione e di passar del Dharma ogni porta nostro è il voto’. BannerIn Zazen la postura ed il respiro consentono alla mente di non trattenere né respingere, di non fermare la mente in un luogo.
A poco a poco lo sguardo totale dello Zazen diviene quello sguardo innocente sulla realtà.
Né Inferno né Paradiso possono trattenere la mente che si riflette nella cangiante realtà dell’impermanenza.
1. Takuan Sôhô (1573-1645): Maestro Zen consigliere spirituale dell’Imperatore Gomizuno, dello Shogun
Tokugawa Iemitsu e del Maestro di spada Yagyû Munenori, nonché Maestro di Miyamoto Musashi.
Liberamente tratto da : ‘La Saggezza Immutabile’ di Takuan Sôhô ed. Il Cerchio, Rimini, 1993
2. Kannon in giapponese, Avalokitesvara in sanscrito, manifestazione della misericordia del Buddha.
Liberamente tratto da : ‘La Saggezza Immutabile’ di Takuan Sôhô ed. Il Cerchio, Rimini, 1993
3. Il Sanchin, di antica origine cinese, è kata fondamentale del Karate-Do Goju-Ryu di Okinawa. Kata di sviluppo energetico, favorisce l'unificazione mente-corpo attraverso il respiro, la postura ed il controllo del tanden. Sanchin significa letteralmente 'Tre Conflitti' (tra mente-corpo-respiro).
4. Liberamente tratto da : ‘Il lungo, il corto, il nulla’ Osho Rajneesh, Oscar Mondadori, Milano 1984.
ZEN
I QUATTRO SPIRITI:
Wa, kei, sei, jaku. Armonia, rispetto, purezza, realizzazione

Maestro Tetsugen Serra (Monastero Zen "Il Cerchio") -
Tratto da “Zen Shiatsu” di Tetsugen Serra Fabbri Editori, Milano-2005 (seconda parte)

Wa, l’Armonia è il cielo, l’origine, “il principio” di ogni divenire.
Il principio è armonia universale, nel brodo primordiale. Wa è il principio armonico di tutte le cose, rappresenta quindi la saggezza originaria che sottende a tutto il creato e si manifesta nell’essere che ritorna all’origine realizzando l’illuminazione. Nella nostra pratica e durante la nostra vita dobbiamo sempre tendere a vivere in armonia con tutto ciò che ci circonda. Ogni asperità, anche la più piccola controversia, crea conflitto e separazione. Un praticante zen shiatsu inizia a trovare l’armonia sin dal momento in cui si prepara per il trattamento, si raccoglie un attimo in se stesso e si ricollega, potremmo dire, all’armonia originaria, cioè calma la mente e fa pulizia di tutto ciò che in quel momento non serve al trattamento. Questo vale anche per gli studenti zen shiatsu: quando entrano nel dojo dovrebbero lasciare fuori tutto, entrare come consiglia una delle più conosciute storie zen, quella della tazza vuota.
La tazza vuota
Nata nel 2001, si propone di favorire lo scambio e il dialogo tra i popoli, le culture e le tradizioni italiane e giapponesi, promuovendo la conoscenza e la diffusione dei valori culturali dei due Paesi, impegnandosi nella creazione di un ponte ideale fra Italia e Giappone per il reciproco arricchimento delle due culture.

www.fujikai.it
Il Maestro zen Nan-in ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo zen.
Nan-in servì il tè, colmò la tazza del suo ospite e poi continuò a versare la bevanda.
Il professore guardò meravigliato traboccare il tè, poi disse:
“E’ ricolma. Non ce n’entra più!”
“Come questa tazza”, disse Nan-in,”tu sei ricolmo delle tue congetture, di pensieri e opinioni.
Come posso spiegarti lo zen se prima non vuoti la tua tazza?”


Quando il corpo entra in armonia tramite i Quattro Pilastri, lo fa anche la nostra mente, possiamo avvicinarci al ricevente e relazionarci con la sua energia primordiale e la sua armonia creatrice, il suo Cielo. Wa-Armonia è la relazione originaria tra gli uomini, l’essere Uno con tutti.
Kei, è il Rispetto, il fuoco, “la manifestazione” di ogni cosa.
Il fuoco Kei-Rispetto è l’accendersi, il manifestarsi della differenziazione, è la molteplicità nell’Uno. Se Wa-l’Armonia è tutto, il principio, Kei è la nascita del
singolo nel tutto, cioè la manifestazione. I cinesi portano come simbolo la figura del Dao: l’uno nel tutto e il tutto dentro a ogni essere.
L’armonia è data dalla reciproca relazione di rispetto. E’solo attraverso il riconoscimento dell’altro e il suo rispetto che l’altro può crescere e manifestarsi liberamente.
Si devono rispettare le condizioni così come sono, come si presentano; lo squilibrio energetico del ricevente va rispettato perché è la sua manifestazione di quel momento e ci dice come possiamo aiutarlo. Non pensate di cambiare le condizioni del ricevente secondo un nostro pensiero di salute o benessere, secondo uno schema, anche se attinto da insegnamenti antichi come la Medicina Tradizionale Cinese. Qualsiasi schema è solo il dito che indica la luna; nello zen si dice: gli ignoranti guardano il dito anziché guardare la luna. La condizione del ricevente va rispettata senza giudizio (questa è la cosa più difficile da farsi per noi occidentali, anche per via della nostra cultura tutta incentrata sul Giudizio Universale), ma è solo nel totale rispetto che avviene l’accettazione e la comprensione reciproca. Il ricevente, rispettato nelle sue condizioni, vi rispetta e si apre al cambiamento. Diversamente, lo shiatsu diventa invasivo, forzato, prevaricatore, e poco efficace perché non segue la naturale via di “guarigione” di cui il ricevente in quel momento ha bisogno.
Il tema del Rispetto è una costante della mia pratica e della mia didattica: nei corsi di formazione per insegnanti trasmetto agli allievi questo atteggiamento fondamentale. Il rispetto è la base della relazione tra chi porta l’insegnamento e l’allievo che riceve, ma non si tratta di rispettarsi e fare ognuno i fatti propri, questo non è Kei, la relazione di rispetto è “I Shin den Shin” da cuore a cuore, così come si è, ognuno con il proprio, piccolo o grande, ma unito all’altro. Il rispetto e l’assenza di giudizio vanno coltivati nella vita di tutti i giorni, a cominciare dal rispetto verso noi stessi. Solo accettandoci potremo conoscerci ed evolvere al meglio il nostro essere e la nostra vita. (continua)
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FACILE... COME CONTARE FINO A 10
Matteo Rizzi
“Anche io so contare in giapponese: ichi, ni, san, shi, go, roku, shichi, hachi, ku, juu!…Però mi hanno detto che il 4 si può pronunciare anche yon, il 7 nana, e il 9 kyuu!…che strana ’sta cosa!”
Questo è niente…il problema è che la numerazione varia secondo l’oggetto che si conta! Tutta colpa dei josuushi, una categoria di setsubigo (suffissi) che annessi al numero indicano a quale tipo di oggetto la quantità si riferisce.
Agli italiani che studiano giapponese sono noti come “classificatori numerali”…mentre ai docenti è ben nota la reazione degli studenti, talvolta incredula, quando per la prima si tratta l’argomento della numerazione: “Ma perché i giapponesi si complicano così la vita?!”
Se ad esempio dovessimo contare delle matite, sarebbe necessario annettere al numero il cl
Immagine di Matteo Rizzi
assificatore “hon”, usato per contare gli oggetti lunghi, sottili e cilindrici.
“Dunque, proviamo…(ichi +hon) =ichihon, (ni +hon) =nihon, (san +hon) =sanhon, ecc…Giusto?”
No! A complicare la faccenda ci sono irregolarità dovute a ragioni eufoniche che spesso modificano le pronunce dei numeri. Le matite si contano così: ippon, nihon, sanbon, yonhon, gohon, roppon, shichihon (o nanahon), happon, kyuuhon, juppon (o jippon).
Altro piccolo problema: è vero che l’uso più comune del classificatore “hon” è quello per il conteggio di oggetti lunghi, sottili e cilindrici, ma anche svariati altri oggetti lo richiedono, tra i quali le cravatte, gli alberi, le gallerie stradali, i pneumatici delle automobili, ecc.
Contare correttamente non è quindi così facile e immediato né per gli studenti italiani (che nei corsi studiano i più comuni, circa una ventina), né per gli stessi giapponesi dato che i classificatori sono oltre 500!
Ma perché nella lingua giapponese sono necessari questi classificatori?
Se confrontate con quelle di altre lingue occidentali, le informazioni contenute nei singoli vocaboli giapponesi sono scarse: non c’è distinzione tra singolare e plurale, tra maschile e femminile e nemmeno esistono gli articoli. I josuushi a loro modo possono compensare a questa mancanza d’informazioni.
Per comprenderlo prendiamo come esempio un simpatico cagnolino (inu). Tutti i testi ci insegnano che per contare i cani ed altri piccoli animali si usa il classificatore “hiki” (che annesso al numero produce alcune modificazioni eufoniche) quindi per dire “1 cane” useremo l’espressione “ippiki no inu”.
Esiste un altro classificatore “tou” per riferirsi solitamente ad animali grossi come cavalli, mucche o leoni; che succede se lo usassimo per il nostro cagnolino? “Ittou no inu” comunicherebbe all’interlocutore l’idea che il cane in questione è grosso e magari pure aggressivo. E se provassimo col classificatore “dai”? “Ichidai no inu”…capirebbe subito che non stiamo parlando di un vero cane ma di un giocattolo elettronico o dell’ultima diavoleria robotica giapponese. Il classificatore “dai” è infatti solitamente utilizzato per contare apparecchiature (televisori, telefoni, computer ecc.)
Ippiki no inu, ittou no inu, ichidai no inu: sempre si tratta di “1 cane”, ma col solo classificatore numerale, senza l’ausilio di aggettivi, siamo riusciti a comunicare varie informazioni.
Giusto per confondervi le idee vi informo comunque che non tutti i piccoli animali si contano con “hiki”: per i conigli e le lepri, così come per gli uccelli si usa “wa”.
Proseguiamo con una carrellata tra gli strumenti musicali: un pianoforte lo conteremo con “dai”, il flauto con “hon”, il violino con “chou”.
I libri con “satsu”, ma il numero di copie di giornali o riviste con “bu”. Si usa il classificatore “mai” per gli oggetti sottili come i fogli di carta ma anche per le camice. Per le piccole imbarcazioni “sou”…ma per quelle grosse “seki”!
Come districarsi in questa giungla di oltre 500 classificatori numerali fatta di regole che puntualmente sembrano essere smentite da altrettante eccezioni?
Sempre più spesso i giapponesi, specialmente i giovani, usano impropriamente i classificatori più comuni come “ko” o “tsu” per contare oggetti che in realtà ne hanno di propri ma meno conosciuti. Chissà se prima o poi un po’ di curiosità li spingerà ad aprire un buon “Kazoekata no Jiten” (dizionario dei modi di contare) o se tra qualche decennio i classificatori usati nel linguaggio quotidiano li conteremo sulle dita di una mano…
A proposito…come si contano i classificatori?
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TERRA PURA
di Alan Spence
Neri Pozza Editore - Vicenza 2007

E’ il 1859 quando il giovane Thomas Blacke Glover di Aberdeen giunge, viaggiando per mesi a bordo di una nave a vapore, a Nagasaki, in Giappone, un paese orientale allora ancora sconosciuto in Europa. Appena sceso dalla passerella della nave trova ad accoglierlo un rappresentante della compagnia, un certo Mackenzie. I due, gli unici europei ad aggirarsi nella zona del porto, camminano tra le bancarelle di fortuna del mercato di Nagasaki, fatte di stuoie di paglia e canne di bambù, attirando l’attenzione di tutti. Glover, soprattutto, alto, biondo e stordito dall’ignota fragranza che aleggia nell’aria, un odore pungente di legna bruciata, è oggetto di stupefatta curiosità. Un gruppo di operai interrompe il proprio lavoro e lo fissa, i volti di pietra. Giovani donne, passando, bisbigliano tra loro e si lasciano sfuggire piccole risati da dietro le mani. Un branco di bambini prende a camminare al suo fianco, gridando e mimando con le dita la forma degli occhi tondi davanti ai propri. Un ronin, un samurai senza padrone, con una veste grigia e una fascia stretta attorno alla vita con infilate dentro due spade, lo guarda con un’espressione di autentico odio.
Glover si sente come in un sogno, dove tutto ha le tinte forti del paesaggio onirico. Ignora che quella terra diventerà il Paese, la Terra pura della sua vita; e che lui, scozzese di Aberdeen, diverrà un fedele alleato dei samurai che porranno fine al potere del clan Tokugawa, contribuirà in maniera decisiva alla potente modernizzazione del Giappone e alla creazione dell’impero industriale Mitsubishi, sposerà la figlia di un samurai, avrà numerose relazioni e quattro figli da donne diverse, e, infine, amerà Maki Kaga, la geisha che ispirerà Madame Butterfly. Come l’eroina del melodramma, Maki Kaga dopo avergli ceduto il loro figlio tenterà il suicidio…
Straordinario romanzo storico e, insieme, racconto epico che unisce le potenti scosse della Storia ai tumulti delle passioni private, Terra Pura è il primo libro di narrativa che ci restituisce la storia vera di Thomas Blacke Glover, il samurai scozzese, figlio di un ufficiale della marina britannica che, unico tra i non giapponesi, fu decorato con l’Ordine del Sole Nascente.

Alan Spence è nato a Glasgow. Poeta, drammaturgo e romanziere, vincitore di numerosi premi letterari, vive a Edimburgo dove, insieme alla moglie, conduce il Chinmoy Meditation Center. Insegna Creative Writing all’Università di Aberdeen.
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualità e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it




ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Stefano Bolcato

Stefano Bolcato espone dal 3 al 30 novembre 2007, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Chiara Michelini e Adriana Fonzi Cruciani

Chiara Michelini e Adriana Fonzi Cruciani espongono dal 13 novembre all’11 dicembre 2007 allo Zen Sushi Restaurant di Roma,
via degli Scipioni, 243
Rarefatte, lineari, sottrattive, essenziali, procedono per opposizioni di chiari e scuri. Rivolge la sua attenzione alle architetture e agli spazi aperti. Pitture figurative ad olii e alcuni disegni preparatori e finali fatti con matite e carboncini. Riprese da paesaggi e scorci urbani con una gestualità semplice e la prerogativa di essere in assenza di soggetti. Racconti che provengono dalle periferie, dai parchi, da punti di osservazione che possono sembrare inusuali, forse inosservati, e che questa pittura ricolloca rendendoli attraenti per altri scenari. Quando dipinge cerca di realizzare figurativamente un trasferimento di realtà che conquisti l´attenzione di chi osserva con atmosfere coinvolgenti, prospettive e geometrie diverse rispetto alle visuali di partenza. In questo senso i risultati del quadro "periferia" dove pezzi di arredo urbano, la facciata di una casa, diventa elemento interlocutorio per chi passa oppure la raffigurazione del "faro", risposta per chi giunge dal mare alla terra. Le tinte dei suoi lavori sensibilizzano un certo luogo, lo assorbono e lo cambiano trasferendo la postazione reale verso un´altra dimensione, quella della tela. Quadri come, "abbiamo tutti dimenticato qualcosa", "fabbrica abbandonata", "zona franca", "villa ada", trasmettono sensazioni di distanza, spaesamento, vuoto, tristezza mantenendo la costante di non ritrarre soggetti pur sottolineando aspetti quali la bellezza architettonica e naturale, di statue, parchi e rigogliose vegetazioni. L´intento artistico è quello di restituire atmosfere, luoghi con tinte ora tenui e diluite, ora accese e intense che, a seconda di come incontrano le luci e le ombre delle cose rappresentate cambiano prospettive e visuali. Utilizza quindi luci e colori come mezzi per aprire finestre, varchi ideali verso mondi separati.
Adriana Fonzi Cruciani
Pitture come luoghi dove il sentire personale diventa attraverso i colori sensazione e sentimento; un sentire rischiarato da pennellate precise e studi della figura, i quadri di Chiara, un sentire come immaginazione pittorica scomposta, casuale, pura energia in movimento, istintuale, le tele di Adriana. Chiara ritrae i volti, ne studia la personalità, per guardare nel cuore; utilizza i colori in modo coinvolgente, perché le tinte rapiscano momenti in cui l´intimità affiori e rifulga. Sono acrilici spatolati che focalizzano gli sconfinamenti dell´anima, la possibilità che ogni persona trattenga insieme elementi contrari. Volti immersi, avvolti da tinte calde, quasi soffocati dall´intensità che sprigionano gli sguardi, oppure al limite tra femminile e maschile, identificate con tonalità rosse e blu. Il ritratto lascia spazio talvolta alla scomposizione, all´astrazione,
Chiara Michelini
quando l´artista raffigura la simbiosi e il contrasto tra il bene e il male, il bianco e il nero, oppure nei quadri dove dipinge lasciandosi andare a mezza via tra emozioni ed energie opposte: luci e ombre, magia e realtà, gioia e dolore, sensualità e tenerezza. Adriana è invece concentrata sul colore e sui suoi movimenti. Sono moti che si liberano verticali, orizzontali, obliqui, a tondi, a linee spezzate, frammentate, come tinte, fantasie monocromatiche e policromatiche, univoche o polivalenti. I piani dei suoi quadri focalizzano spazi aperti come palcoscenici. Le tele sono fisse ma le scene si muovono e le azioni pittoriche sono sussulti che escono dalle pennellate: gesti come colori, colori come parole, mix di emozioni vibranti e contrastanti. Azioni, gestualità per una danza fisica delle tinte e per un´energia senza esaurimento: si trova spazio per immaginare ciò che non si vede e non si sente. Nel continuum delle tele di quest´artista si possono quindi riconoscere scenari molteplici, raccolti, nascosti dalle pieghe dei colori che si sovrappongono e si amalgamo. I suoi quadri rivelano necessità e casualità, compressione ed esplosione, ironia comica e tensione drammatica.
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