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Pagine Zen N° 66
dicembre 2007/gennaio 2008
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia


Vivere Zen

VIVERE ZEN
Le meravigliose fotografie pubblicate nel libro, invitano a cogliere lo “spirito dello zen” e a capire maggiormente
la sua astratta ed a volte inafferrabile natura.

Vivere Zen pone l’antica saggezza del buddismo zen in un contesto moderno e quotidiano, mostrando come essa possa influenzare ogni aspetto di uno stile di vita, dagli interni della casa al disegno del giardino. Descrivendo la filosofia e le “vie” dello zen, questo libro esplora il suo ruolo nel nutrire la creatività e come la sua profonda comprensione spirituale senza tempo migliori il benessere di quanti lo seguono. Le sbalorditive foto dell’autore, Michael Paul, esprimono l’esperienza zen, invitandoci a vedere oltre la superficie e ad avere una più profonda consapevolezza della bellezza naturale del nostro ambiente.
Scopri come Vivere Zen ogni giorno della vita
Vivere zen ha un unico obiettivo: esortarci a guardare ciò che ci circonda con più calma e maggiore attenzione. Vivere zen ci consente di acquisire una consapevolezza più elevata, poiché lo zen affina i nostri
sensi e intensifica la nostra capacità di percezione, arricchendo così ogni nostra esperienza. Perfino gli eventi di ogni giorno assumono un nuovo significato: l’ordinario si trasforma in straordinario e straordinaria diventa l’esperienza quotidiana.
La natura vive in noi e noi viviamo nella natura
I maestri zen capirono che la natura vive in noi e noi viviamo nella natura. Essi pensavano alla natura come ad una “cattedrale maggiore” e attraverso le loro opere si impegnarono ad aprire i nostri occhi alla magnificenza dell’universo, così che fosse venerata e rispettata per l’eternità. In quest’epoca di distruzione ambientale questo libro, nel suo piccolo, tenta di continuare la missione di questi artisti del passato, incoraggiando una maggiore comprensione dell’ascetismo zen e sostenendo la sua innata relazione con la natura.

è un libro di Michael Paul
Crespi Editori – 2007
Caratteristiche:
formato 23x27,5 cm
160 pagine
157 fotografie a colori
Nelle librerie più fornite,
presso i punti vendita CRESPI BONSAI
e su www.crespieditori.com
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L'orchidea dei Samurai
Luca Piatti - www.giapponeinitalia.com

Anche i samurai avevano il pollice verde ma, come si addice a una casta di guerrieri, non potevano dirigere i loro sforzi verso tutte le forme del mondo vegetale; anche in questo caso lo spirito del bushido era rispettato: un solo fiore, un’ orchidea, la Neofinetia Falcata, di piccole dimensioni e di grande bellezza. Per la sensibilità occidentale non è altro che una delle tante varietà di orchidea in commercio, facilmente reperibile, dal costo contenuto; ma nella terra del Sol Levante era ed è tutt’ ora un simbolo. Una pianta di alto rango e altamente considerata, dalla storia unica. L’ undicesimo Shogun, Ienari Tokugawa, che ha retto le sorti del Giappone dal 1773 al 1837, ha amato questa pianta tanto da collezionarne duecento esemplari. La coltivazione di questa orchidea era permessa solo nelle case dei samurai. I feudatari portavano i loro “gioielli verdi” negli spostamenti periodici verso Edo, l’odierna Tokyo. Questo ben spiega il soprannome di “Orchidea dei Samurai”. E’ giusto chiedersi come mai una casta guerriera abbia trovato assonanza con un’orchidea. Tutto risiede nella forma del fiore, una forma ben nota ai samurai che ci vedevano una raffigurazione del Kabuto, l’elmo da guerra. Anche all’impianto nel vaso era assegnato un valore simbolico: se ben eseguito rappresentava il coraggio e la corretta formazione del bushi.
In Giappone questa orchidea è chiamata Fuuran, abbreviazione del più completo nome “ Keiran Ichimei Fuuran”, termine che possiamo tradurre in “ Orchidea del vento “, nome ancora usato per l’orchidea nella forma più comune in natura. Il nome
scientifico, Neofinetia Falcata, ci dice che appartiene al genere Neofinetia, per molto tempo rappresentato dall’ unica varietà Falcata, ad indicare la curvatura dello sperone del fiore, ripresa anche dalle foglie. Nel 1996 si è aggiunta una seconda specie, la Richardsiana, con lo sperone più corto, spontanea in Cina e Korea. La terza specie è del 2004, la Xichangensis, ancora in dubbio; se confermata si caratterizzerà per lo sperone corto, diretto sul davanti e con fiore tendente al rosa.
La Fuuran fiorisce in estate; il fiore è comunemente di colore bianco, profuma la sera ed è dotato di un lungo sperone, circa quattro, sei centimetri nella varietà Falcata, un centimetro nella varietà Richardsiana. La lunghezza dello sperone è dovuta alle caratteristiche dell’insetto impollinatore, una farfalla notturna.
Solo con il periodo Meiji, 1868 – 1912, la coltivazione di questa orchidea potè svincolarsi dall’ influenza dei samurai, cosicché le Fuuran poterono essere possedute e coltivate da chiunque. I ricchi commercianti influirono sul prezzo delle piante tanto da far aumentare in modo considerevole i prezzi; iniziò un’ autentica mania, ancora esistente, e rappresentata dalla associazione orchidofila Nihon Fuukiran Kai, Società Giapponese delle Neofinatie. L’amore dei giapponesi per le forme atipiche ben è rappresentato dal reperimento in natura di una pianta di Fuuran con fiori o vegetazione differenti dalla forma conosciuta e comune. La pianta, se dopo anni di coltivazione mantiene la variante, viene elevata a Fuukiran. Attualmente ne esistono 171 registrate e il loro elenco viene pubblicato seguendo la composizione e lo stile riservato ai nomi dei lottatori nelle locandine per i tornei di Sumo. Se volessimo pensare al valore economico di queste varietà potremmo pensare al costo di una casa con giardino.
In Giappone e in Cina troviamo raffigurazioni e libri su questa orchidea fin dal XVII secolo, ma il nome Neofinetia deriva dal botanico francese Achille Finet, 1862 – 1913, studioso di orchidee giapponesi e cinesi e la specie fu ufficialmente segnalata da Carl Peter Thunberg nel 1794, nel suo libro intitolato Flora Japonica,
Saper che le orchidee in Giappone sono coltivate con successo da secoli certamente sgomenta chi fra noi lotta per far fiorire la propria pianta almeno una volta; non consola certo conoscere i maldestri tentativi europei del XIX secolo, ma la facile reperibilità e il contenuto costo della forma classica dell’orchidea dei samurai possono almeno farci scoprire se il samurai nascosto in noi ha il pollice verde.

Il Goju-Ryu Karate-Dô di Okinawa
Roberto Ugolini - International Okinawan Goju-Ryu - Karate-Dô Federation Italia - www.iogkf.it
Il Goju-Ryu Karate-Dô è una disciplina di combattimento a mani nude sviluppatasi nella piccola isola di Okinawa, nel sud del Giappone. Il Karate si è diffuso nel mondo per lo più nella la sua riduzione sportivo-agonistica che, in vista degli obiettivi competitivi, ha completamente abbandonato il bagaglio tecnico, educativo e terapeutico dell’originale disciplina.
Il Goju-Ryu Karate-Dô, insegnato nei Dôjô (letteralmente Luogo dove si persegue la Via) dell’International Okinawan Goju-Ryu Karate-Dô Federation (IOGKF), è la versione antica ed originale del Goju-Ryu di Okinawa, trasmessa inalterata da maestro a maestro fino ai nostri giorni. E' un'arte marziale completa, in cui sono praticate tecniche di combattimento oramai scomparse nel karate sportivo: oltre ai colpi di pugno e di piede (atemi), comprende colpi di gomito, di ginocchio, di testa, completati da tecniche di lotta a terra (ne-waza), di proiezione (nage waza) e d’immobilizzazione e leva articolare (gyaku waza), il tutto alla ricerca dell’efficacia nel combattimento e della costruzione globale del praticante.
La pratica dei Kata (sequenze di tecniche prestabilite) è sempre accompagnata dal Bunkai, l’applicazione in combattimento, una pratica che “riempie” di contenuto reale quello che, nel karate sportivo, è diventata una forma puramente estetico-ginnica.
I Kata del Goju-Ryu Karate-Dô sono dodici: Gekisai Dai Ichi, Gekisai Dai Ni e Tensho (creati dal maestro Chojun Miyagi); Sanchin, Saifa, Seiyunchin, Shisochin, Sanseru, Sepai,Kururunfa, Sesan, Suparinpei (trasmessi dal maestro Kanryo Higaonna dopo averli studiati in Cina).
Il Sanchin è il cuore della pratica dei Kata Goju-Ryu. E’ esercizio di sviluppo energetico, di controllo posturale e di allenamento mentale, attraverso lo sviluppo della percezione e del controllo del tanden (centro energetico del corpo/mente) e del respiro.
Il curriculum tecnico comprende vari esercizi di combattimento: dal Randori (combattimento rallentato finalizzato a migliorare la creatività d’azione e l’istintualità) al già citato Bunkai kumite (applicazioni in coppia del Kata, con particolare enfasi posta sullo zanshin e sulla determinazione nell’azione), allo Yakusoku e Renzoku Kumite (combinazioni più o meno complesse di attacco-difesa), al combattimento libero nella forma dell’Iri-Kumi (liberamente tradotto come ‘combattimento a corta distanza’), forma di combattimento con contatto pieno (“Go”) o parzialmente controllato (“Ju”) che permette, con o senza protezioni apposite, di applicare liberamente tutte le tecniche studiate: tecniche di pugno e di calcio, anche alle gambe, di ginocchio, colpi a mano aperta e di gomito, prese, leve, proiezioni e lotta a terra.
Infine il Kakie, importante esercizio di ‘spinta delle mani’ che viene utilizzato per allenare tecniche di controllo (osae waza), di liberazione (hazushi waza), di strangolamento (shime waza), di proiezione (nage waza) e di leva articolare (gyaku waza). Il praticante di Goju-Ryu di Okinawa si esercita anche con particolari attrezzature d’allenamento (Hojo Undo) che sviluppano la capacità di presa, di leva, di stabilità e forza, nonché la capacità di usare tutto il corpo coordinato con il respiro e l’energia (ki) nelle applicazioni tecniche. Le attrezzature, utili anche per il condizionamento fisico difensivo, prevedono l’utilizzo di attrezzi tradizionali quali il chishi (martello di pietra), i nigiri-game (vasi di ceramica), gli ishisashi (lucchetti di pietra), od il kongoken (ovale di metallo alto 190 cm. del peso di 30 kg.) ed esercizi di condizionamento con un compagno (Ude tanren/Tai atari). Il condizionamento offensivo è praticato utilizzando strumenti originari di Okinawa (makiwara), così come i sacchi, scudi e i colpitori.
L'aspetto educativo è particolarmente curato nelle scuole IOGKF. La pratica punta a formare degli uomini e donne completi come unità di corpo, mente e spirito (cuore).
Il fondatore del Goju-Ryu Karate-Dô è stato il maestro Chojun Miyagi (1888-1953) che, tra gli anni venti e trenta del secolo scorso, ha perfezionato e sistematizzato l’arte marziale del sud della Cina trasmessagli dal suo maestro, Kanryo Higaonna (1853-1915). La IOGKF è stata fondata nel 1979 dal maestro Morio Higaonna (10° dan) con lo scopo di preservare
il Goju-Ryu Karate-Dô nella sua forma originale, come trasmesso dal maestro Chojun Miyagi (1888-1953) e come un intangibile tesoro culturale, e di diffondere questa disciplina in tutte le nazioni del mondo. Nel 1997 la IOGKF è stata riconosciuta dal Nihon Ko Budô Kyokai, divisione del NihonBudôkan di Tokyo, supervisionato dal Ministero dell’Educazione giapponese, come arte marziale tradizionale grazie al chiaro ed ininterrotto lignaggio, ed è, ad oggi l’unico stile di Karate a farne parte.
Il Simbolo Kenkon
L’emblema della IOGKF è il Kenkon. "KEN" indica il cielo e "KON" la terra. Il cielo è rappresentato come un cerchio e la terra come un quadrato, simbolizzando l'immensità del cielo e della terra, inoltre, il cerchio e l’immagine squadrata rappresentano rispettivamente il morbido ed il duro (Goju-Ryu significa stile duro-morbido) così la parte chiara del disegno rappresenta il giorno e la parte scura la notte. E’ dunque l’armonia degli opposti (come nel tai chi Yin Yang cinese) che è rappresentata dal simbolo. E' importante sapere inoltre che il simbolo è anche l'emblema della famiglia del fondatore Chojun Miyagi.
La IOGKF Italia, guidata da Paolo Taigô Spongia, rappresenta la scuola del Maestro Higaonna in Italia e da più di 12 anni arganizza Seminari, Gasshuku, condotti dallo stesso Sensei Spongia, dal Maestro Higaonna e dai più rappresentativi Senior Instructors della IOGKF.

Per ulteriori informazioni vi invitiamo a visitare il sito www.iogkf.it

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NEVE POSATA
SUI FIORI DI SUSINO

Ono No Takamura


Hana no iro wa
yuki ni majirite
miezu tomo
ka o dani nioe
hito no shirubeku

Il colore del fiore,
confuso nella neve,
non si vede: eppure
possa esalare almeno la fragranza,
sì che si noti la sua presenza.


Ono no Takamura (802-852)
Diplomato in Lettere presso l’Istituto di Studi Superiori di Corte (Daigakuryô) nell’821. Nell’834 fu nominato Vice-Ambasciatore per la Cina, ma si rifiutò di partire e venne per questo esiliato sull’isola di Oki, dove rimase fino all’840. Nell’847 fu nominato Referendario e, continuando la carriera, nell’852 ottenne il terzo grado secondario. Fu celebre come calligrafo e poeta in lingua cinese.


Poesia tratta da
Kokin Waka Shû
Raccolta di poesie giapponesi
antiche e moderne
A cura di Ikuko Sagiyama
Ed. Ariele, Milano 2000









ZEN
I QUATTRO SPIRITI:
Wa, kei, sei, jaku. Armonia, rispetto, purezza, realizzazione

Maestro Tetsugen Serra (Monastero Zen "Il Cerchio") -
Tratto da “Zen Shiatsu” di Tetsugen Serra Fabbri Editori, Milano-2005 (terza e ultima parte)

Sei, la Purezza
Sei è la Purezza, l’acqua, l’assenza di “ego”.
L’origine Wa, il tutto, e la sua manifestazione, il divenire Kei nel rispetto della differenza, fanno nascere Sei-Purezza, elemento qui rappresentato dall’acqua, in grado di riconoscersi fedelmente in ogni spazio che riempie adattandosi perfettamente, senza chiedere nulla in cambio.
Sei è l’agire senza fini personali egoistici.Senza questa purezza non può nascere il rispetto del singolo, perché cercheremmo di eliminarlo per manifestarci solo noi. Così se non c’è questa assenza di ego in ciò che facciamo, non realizziamo l’armonia originaria Wa, l’unione con il tutto, unione che nello shiatsu è l’unione con il ricevente. L’allievo deve imparare, dopo l’abbandono del giudizio, l’abbandono di ogni intento di cura. Diceva il Maestro Haruchika Noguchi, fondatore della Seitai giapponese e del Katsugenundo, portato da Itsu Itsuda in Occidente e conosciuto con il nome di Movimento Rigeneratore:”E’ l’abbandono di ogni intento terapeutico che ci relaziona profondamente con lo stato energetico del paziente e fa sorgere e manifestare ciò che è il da farsi”. E ancora Noguchi affermava:”Un corpo che non si ammala mai è un corpo pigro, la malattia è una cosa naturale, è uno sforzo dell’organismo che tenta di recuperare l’equilibrio perduto. Ma la paura della malattia è una cosa artificiale, è una creazione dell’intelligenza umana. Più si cerca di guarire la malattia e più la si alimenta, perché l’impazienza impedisce l’evoluzione naturale del processo di recupero”. La normalizzazione del terreno energetico, dei meridiani nello shiatsu non deve essere ricercata come uno scopo e come un punto fisso definito in anticipo. Non esiste un modello perfetto del terreno normale. La normalizzazione, l’equilibrio energetico devono avvenire da soli, senza sforzo: l’operatore fa solo ciò che lo stato energetico del ricevente gli dice di fare, agisce cioè in risposta agli stimoli che lo raggiungono attraverso il contatto fisico/energetico con il ricevente.
Quanto più il praticante sa essere limpido e trasparente, tanto più immediato è questo accadere della relazione profonda e tanto più facile è per il Ki, l’energia vitale, compiere liberamente il suo lavoro. Tutti i grandi Maestri hanno insegnato questa teoria. E’ difficile per un occidentale comprendere tale concetto di abbandono d’intenti, di purezza senza intenzione nel gesto che compie: nello zen si chiama Moshutoku, cioè Senza Spirito di Ottenimento.
Jaku, la Serenità/Realizzazione
Jaku è la Realizzazione, la terra, il ritorno “all’origine”. Jaku si manifesta nell’elemento terra, è il completamento dell’essere, o meglio la sua completa manifestazione realizzata. Quando Wa, Kei, Sei prendono vita si ha Jaku, la realizzazione. Nello shiatsu è il manifestarsi del giusto percorso d’aiuto per il ricevente, è il ristabilimento, la normalizzazione del terreno energetico. Compare solo se i Quattro Pilastri hanno preparato il terreno fisico e i Tre Spiriti lo hanno riempito, o forse dovremmo dire svuotato; quello che il Maestro Masunaga chiamava il Satori dello shiatsu.
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DIECIMILA ANNI!
Il mito della longevità nella cultura cinese
Fabio Smolari - serpentebianco@fastwebnet.it - www.daoyin.it

“Changsheng bulao!” cioè – “vivere a lungo senza invecchiare” – è sempre stata per i cinesi una fortissima aspirazione e la morte prematura era ritenuta una delle peggiori disgrazie.
Ancor oggi nei ristoranti cinesi, all’estero come nella madre patria, echeggiano le classiche formule augurali incise sulle bacchette: lu, fu, shou yi kang “emolumenti, felicità, longevità e ottima salute”. Ovunque, incastonati nelle decorazioni parietali, ammiccanti tra le stoviglie, sbucano i caratteri fu – “felicità/fortuna”; shuangxi – “doppia felicità” (un augurio rivolto agli sposi novelli) e, naturalmente, shou – “longevità”, augurio rivolto agli anziani.
Wan sui, wan sui, wan wan sui! “Diecimila anni, diecimila anni, diecimila diecimila anni!” era la formula d’augurio per il genetliaco dell’imperatore, formula in uso anche in Giappone: Banzai! – “diecimila anni” per l’appunto – esclamazione che dopo la seconda guerra mondiale assunse per gli occidentali una tetra connotazione, esattamente come la parola kamikaze – “vento degli dei” – originariamente il tifone che nel XIII secolo vanificò le mire mongole sul Paese del Sole Levante.

Nei templi cinesi il primato della longevità spetta agli alberi e, mentre le strutture architettoniche vengono spesso ritoccate, ricostruite o completamente rifatte negli anni, gli alberi, quando raggiungano una certa età, vengono amorevolmente preservati e son fatti oggetto di venerazione, forse perché viventi testimoni del tempo che fu e dei suoi gloriosi accadimenti.Capita spesso di vedere visitatori cinesi ignorare quasi l’architettura per soffermarsi ad ammirare entusiasti gli alberi secolari, mettendosi in fila per vivaci foto ricordo; shou ru nanshan zhi song “longevo come un pino dei monti meridionali” – è un amato soggetto per dipinti e splendide calligrafie donate in augurio agli anziani. In Cina è tutto un brulicare di simboli di longevità – o immortalità – che in cinese sono un’unica parola: shou “lunga vita”. Tra gli animali la longevità è incarnata soprattutto dalla gru, dalla tartaruga (gui) e dal daino (lu). Povere tartarughe cinesi! Portando sul dorso un guscio tondo come la volta celeste e sul ventre una lastra piatta come la terra, erano considerati animali sacri e come tali oggetto di sacrificio nelle divinazioni, nonché ingrediente ricercato per gustosi brodini in grado di assicurare, ovviamente….. lunga via! La tartaruga – dicono i cinesi – può vivere mille anni… cuochi permettendo!
Ma perché la tartaruga è longeva e la lepre no? “Perché la tartaruga è lenta e la lepre veloce” – direbbe il saggio cinese. La velocità esaurisce rapidamente l’energia vitale (qi), d’altronde anche da noi si dice “chi va piano, va sano e va
lontano”. Forse per questo i ricercatori cinesi della lunga vita respiravano ispirandosi alla tartaruga; un respiro lento, sottile, profondo e continuo, aiuta a nutrire e preservare la propria energia vitale.
Le tecniche di “nutrimento vitale” (yangsheng) hanno in Cina radici antichissime. Tracce archeologiche ne testimoniano la pratica già nel 350 a.C. Così parlava Zhuangzi, filosofo taoista del IV sec. a.C.:
“Inspirando ed espirando, inalando e soffiando in diversi modi, assorbono il qi puro ed espellono il torbido. Si stirano come uccelli e si scrollano come orsi, sono gli adepti del Daoyin, gente che nutre la propria forma per ottenere la longevità, emulando il vegliardo Pengzu”
La leggenda del vegliardo Peng e dei suoi settecento anni di vita, dovette esercitare un bel fascino sui cinesi, e fu forse proprio un “incidente” nel percorso di distillazione dell’elisir di lunga vita che portò gli alchimisti taoisti a scoprire l’alcool: un ulteriore contributo cinese alla cultura gastronomica mondiale. La grappa fu forse un elisir poco efficace nella Via per l’immortalità, ma di certo regalò al mondo piacevoli momenti e straordinarie poesie: il grande poeta Li Bai si dice morì annegato quando, totalmente ubriaco, cercò di abbracciare la luna specchiata nelle acque del lago.
Ma la ricerca per l’immortalità si rivelò anche una vera e propria ossessione per molti imperatori ed alchimisti. Jiajing, dodicesimo imperatore della gloriosa dinastia Ming, si adoperava affinché nulla mancasse al fido alchimista Tao Zhongwen, comprese le 300 ragazzine d’età compresa tra gli otto e i quattordici anni necessarie alla sua ricetta della magica pozione! Le voci però attraversarono anche le impenetrabili mura della città proibita, e una notte, un gruppo di giovani concubine, cercò di anticipare l’imperatore strangolandolo nel sonno. L’attentato non riuscì e la sorte delle intrepide ragazze ve la lascio immaginare, nella realtà è andata peggio!
Ma il più antico e illustre amante dell’immortalità fu forse il primo imperatore, Qin shi huangdi, l’unificatore della Cina nel 221 a.C. Di lui si narra avesse inviato navi cariche di giovinetti e giovinette nel Mare Orientale, alla ricerca delle isole degli immortali. E le isole le avrebbero pure trovate, ma non si trattava di quelle degli immortali, bensì del Giappone. Poco importa, i giovani si diedero da fare e oggi il Giappone, nonostante guerre e terremoti, ha una popolazione doppia dell’Italia. Il primo imperatore, invece, sarebbe morto a causa di…un elisir per l’immortalità!
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GIOCATTOLI TRADIZIONALI GIAPPONESI
Simonetta Ceglia - www.fujikai.it

CARRO CON BALENA (KUJIRA-GURUMA): l’immagine di questo carro che trasporta una balena rimanda ad un passato non molto lontano, quando la caccia alla balena era largamente praticata. Sembra che questo giocattolo risalga al XVII sec., quale dono che i pescatori di balene facevano ai propri figli. I kujira-guruma di colore rosso erano ritenuti dei potenti talismani (engimono) contro le malattie dei bambini. Accanto alla versione “balena a quattro ruote” (kujira-guruma) esiste anche un altro tipo di giocattolo chiamato kujirabune (la nave della balena o baleniera), sempre a richiamare il passato ittico dell’arcipelago nipponico.
TESTA DI LEONE (SHISHI GAJIRA): maschera-giocattolo tipico della regione di Kaga. La maschera è rappresentativa di una testa di leone (shishi) ed è una miniatura della maschera indossata per la danza del leone (shishi mai), lett. “danza del leone”. Si celebra i primi giorni dell’anno per pregare le divinità affinché garantiscano un raccolto copioso, salute e benessere ai fedeli e l’allontanamento di ogni influsso maligno. Il primo giorno e il secondo giorno di Gennaio, la danza si svolge con un solo leone di colore rosso, mentre il terzo giorno di Gennaio, sulla scena compare una coppia di leoni (maschio e femmina) di colore rosso e bianco. La shishi mai (danza del leone) fu probabilmente introdotta in Giappone nel VIII secolo, a seguito delle numerose ambascerie presso la corte cinese dei Tang. Ad oggi esistono più di 9.000 diverse forme di danza del leone che vengono eseguite nelle varie province nipponiche. Il termine shishi o jishi tradotto con leone, ma può indicare anche un cervo (ka no shishi) o un cane o un cinghiale (i no shishi) o un altro tipo di animale selvatico, cacciato per la sua carne. Shishi è termine derivato semanticamente da niku (carne) e indica, dunque, un animale selvatico (kemono) della famiglia dei Cervidi (ka no shishi) o della famiglia dei Canidi (i no shishi).
Lo shishi è stato sin da subito associato a particolari poteri per allontanare gli spiriti del male. Di solito una coppia di statue di leoni (i cosiddetti Koma inu “cani coreani”) sono posti a guardia dell’ingresso dei santuari shintô); solitamente nella coppia, vi è un esemplare di leone con la bocca aperta per allontanare/spaventare i demoni e uno con la bocca chiusa per preservare/salvaguardare gli spiriti del bene. Koma o Kôrai, ma anche Kôkuri sono toponimi usati per indicare uno dei tre regni della penisola coreana, quello di Koguryo, insieme con Silla - Shiragi in giapponese e Paekche. Le due statue dei Koma inu si fronteggiano, uno con le fauci spalancate e l’altro con la bocca serrata, in un atteggiamento detto a-un no kokyû, “respirazione A-UN”. A è la prima lettera dell’alfabeto sanscrito e UN l’ultima; per questo, la “respirazione A-UN” si basa sull’idea che non vi è ispirazione (A) d’aria, senza espirazione; se nella respirazione, ispirare ed espirare sono due facce della stessa medaglia, allo stesso modo, non vi è vita senza morte, inizio senza fine. Per questo, quando una relazione fra due persone è all’unisono e tale che i due comunicano anche senza parlare, perché la loro reciproca conoscenza ha raggiunto un alto livello di simbiosi e comunione, si parla appunto di relazione basata sulla “respirazione A-UN”. Nella coppia di Koma-inu, l’esemplare con la bocca aperta è considerato il leone maschio e spesso ha una zampa che poggia su un oggetto circolare: è il tama, il gioiello / la perla buddhista che simboleggia la sapienza. Vi sono koma inu seduti, esemplari che hanno le zampe anteriori poggiate a terra e il resto del corpo rialzato, esemplari con una zampa anteriore appoggiata su una palla (sempre il koma inu maschio con la bocca aperta) ed infine esemplari di koma inu femmina (con la bocca chiusa) con un cucciolo che passeggia fra le zampe anteriori della madre.

CUCINA: SALMONE TERIYAKI
di Sara Maternini

Un piatto semplicissimo, veloce e gustoso. Il Teriyaki in realtà è un metodo di cottura: pesce, carne o verdura, marinata in una salsa a base di soia e altri ingredienti, poi grigliati.
Con i pezzi di salmone giusti (filetti spessi, con la pelle sotto), anche per questa ricetta si può grigliare il salmone nella maniera tradizionale, e non solo marinarlo nella salsa giusta.
Mescolare tutto e marinare il salmone e dei cipollotti per 30 minuti a temperatura ambiente.
Scaldare il forno al massimo e cuocere pesce e verdure per 10 minuti: il salmone dovrà risultare ancora rosa al centro.
Servire con del riso bollito.

Per la salsa Teriyaki
3 cucchiai di salsa di soia
3 cucchiai di mirin
2 cucchiai di sakè
zenzero fresco grattuggiato finemente

Sara Maternini
ha un food blog "The Kitchen Pantry" kitchenpantry.blogspot.com e lavora come web editor e web cuoca per San Lorenzo srl - www.san-lorenzo.com
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualità e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Thanya Loutnakwongsepun

Thanya Loutnakwongsepun espone dal 1 dicembre 2007 al 11 gennaio 2008, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

Rita Ettore

Rita Ettore espone dall’11 dicembre 2007
al 13 gennaio 2008 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Proporzioni classiche e ispirazione orientale. Trasmette il proprio paese con ritagli e prospettive che emanano bellezza, equilibrio, gioco, mistero. Fiori, piante, animali, nature delicate, opache, colori diffusi. Canneti, uccelli che si librano, l´incedere calmo degli insetti, appena appoggiati sui rami, sui fiori, incontri, sguardi tra animali. Un senso di moto magico aleggia leggero. Realizza contrasti sfumati di luci e colori e ricerca gli equilibri con i movimenti dei soggetti. Nei quadri le tinte si diffondono gradualmente, sfumando dal nero, al verde, dal marrone, al rosso. La predilezione per gli scuri e le patine ombratili, è perché cerca di cogliere la vitalità della natura, la sua forza magnetica, attrattiva. Talvolta discreta, talvolta esuberante, altre divertente e oscura.
E´ stilisticamente e concettualmente importante l´elemento acqua, che è tipico dell´inchiostro orientale e che da all´insieme un senso di profondità, opacità.
Grazie ai giochi di ombre le immagini si dispongono a una storia, a una trama di colori che superano l´immediata apparenza lasciando spazio al sogno. Guardando da uno scorcio di visuale, in mezzo alle foreste, dai canneti, si trovano zone appena tratteggiate, appena filtrate dalla luce. La pittura e la storia si sovrappongono in un unico di tinte mescolate e dosate con equilibrio, completandosi, e comprendendosi reciprocamente. Da questo miscuglio nascono le sensazioni, i sentimenti, le idee che l´artista vuole comunicare. Cerca di trasmettere una simbiosi tra le parti del quadro e chi osserva, per dare una maggiore sensibilità verso la natura e i suoi abitanti, affinché tra i gesti pittorici e l´esterno si determini un circuito alternativo. Ogni animale, ogni pianta, è un pezzo di un´esperienza vissuta resa visibile. Le pennellate sono sinonimi di creatività, ognuna impulso di un mondo interiore che la pittrice mette alla tela come suoi sguardi al mondo della vita.
Un´arte tattile, emozionale, figurativa e astratta, combinazione sapiente di pitture e tessuti. I personaggi, le figure, gli oggetti, svelati e nascoste, sono al limite tra realtà e fantasia. L´artista sistema i piani dei quadri in modo che sembrino scivolare l´uno sull´altro raccogliendo diverse dimensioni della realtà. Gli scenari si muovono come bassorilievi. Cambiano direzioni oltrepassano il fondo pittorico del quadro diventando opere in divenire, possibili alla composizione e alla separazione. Quadri come tessiture. Rivestono, confezionano, raccolgono un soggetto o un oggetto reale e lo trasferiscono in un ambito virtuale, lo spazio, il piano, dando una nuova immagine, composta o scomposta. Possono essere immagini realistiche e inventate, magiche visioni del mondo e del quotidiano, rese con ironia e senso del sarcasmo: Il dipinto "uomo fallato" dove la figura di un uomo, raccolta in un abbigliamento grigio è raffigurata senza testa: ridotto all´errore e/o al suo fallo? e "Protezioni..............in semplicità simulata". Oggetti che rappresentano protezione, che evocano sicurezza, come un ombrello, delle sedie, un tavolo, un uovo, un cappello, casa, cibo, quotidianità, vengono raccolti e posti in uno stato di apparente sospensione. Si possono vedere le tele e pensare ad immaginini che escono dalle cornici perdendo staticità e da pieghe, suture, colori, trame, intrecci, decorazioni, diventare metafore di vita.
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