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Pagine Zen N° 67
gennaio 2008 /febbraio 2008
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

L'ANNO DEL TOPO GIALLO
Fabio Smolari - www.daoyin.it - serpentebianco@fastwebnet.it
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Il topo nello zodiaco cinese
Il topo è il primo segno dello zodiaco cinese; incarna il successo, la ricchezza, la vita agiata. I nati sotto il segno del topo sono noti per aggressività, fascino, dedizione al lavoro, disciplina e natura passionale. Sono scaltri, pieni d’energia e sanno adattarsi rapidamente alle diverse situazioni, caratteristiche che li rendono abilissimi nel risolvere i problemi e ottimi candidati al successo professionale.
Quando si tratta di competere, nessuno è meglio dei topi, strateghi straordinari in grado di ordire piani d’ogni tipo pur di vincere la battaglia, eppure anche onesti e privi di pregiudizi.
Ma i topi nutrono pure una forte attrazione per l’avventura e le emozioni forti, un’inclinazione che, se eccessivamente assecondata, li può portare alle soglie del pericolo o, nei casi più negativi, all’autodistruzione.
Il consiglio dei saggi cinesi ai nati sotto il segno del topo è di mantenere l’autocontrollo ed essere scrupolosi nella scelta delle persone.
Al segno del topo appartengono i nati negli anni: 1900, 1912, 1924, 1936, 1948, 1960, 1972, 1984, 1996, 2008.
Gatto e topo, la nascita dello zodiaco cinese
Si narra in Oriente che l’Imperatore di Giada, in occasione di un suo compleanno, sentendosi particolarmente di buon umore, decise di indire una gara per l’assegnazione del titolo di “re per un anno” ai primi dodici animali giunti a porgergli omaggio.
Gatto e topo erano all’epoca grandi amiconi e passavano assieme tutta la giornata in allegria. Quando udirono della gara si consultarono a lungo e infine decisero di tentare la sorte. Ma sapendo di aver poche speranze, si recarono dal bufalo e così lo convinsero:
“Onorevole Signor bufalo, voi siete un animale grosso e lento, come potrete mai
vincere la gara con animali velocissimi come il cavallo, la lepre, la tigre e il drago? Dalla vostra parte avete però la resistenza, se partite nel cuore della notte forse ce la potete fare! Per contro avete la vista corta, come farete a trovar la strada di notte? Noi siamo piccole bestiole e sicuramente non abbiamo possibilità di vittoria, ma di notte vediamo alla perfezione, vi proponiamo pertanto di farvi da guida. In cambio ci aiuterete a guadare il fiume e noi ci accontenteremo umilmente di un piccolo posto di rincalzo!”

Il bufalo era un tontolone e tutto contento accettò la proposta. I tre giunsero senza problemi al fiume. Qui gatto e topo balzarono in groppa al bufalo ed iniziarono la traversata, ma a metà del guado il furbo topo morse all’improvviso la coda dell’amico facendolo cader nell’acqua.
Il bufalo proseguì la sua corsa e giunse davvero per primo in vista della meta. Ma a pochi metri dall’arrivo ecco che il topo gli saltò davanti e velocissimo tagliò il traguardo per primo aggiudicandosi il premio e tutti gli onori del vincitore. Il topo fu considerato così il più astuto degli animali, mentre il gatto non riuscì nemmeno a piazzarsi tra i primi dodici, anzi poco mancò che ci lasciò la buccia! Ecco perché da allora è sempre a caccia dell’odioso topo ed è terrorizzato dall’acqua.

L’oroscopo del 2008
Il Cielo promette nel 2008 benessere, gioia e felicità a tutto spiano. Ogni sforzo di miglioramento delle condizioni di vita – individuali o collettive – procederà col vento in poppa ed ognuno potrà trarre vantaggio dalla generosità astrale. La politica internazionale sarà percorsa da uno fervido slancio verso libertà e democrazia. Persino i regimi più autoritari allenteranno la stretta, i poveri saranno meno poveri, i ricchi un po’ più ricchi e le donne conteranno di più in ogni parte del globo. Tutti diverranno più sensibili alla protezione dell’ambiente e saranno mossi da uno spirito di collaborazione e fratellanza.
Amore, carriera e finanza incontreranno favore nell’anno del topo. Singoli, separati, divorziati e vedovi, s’accoppieranno con gran gioia e soddisfazione, così colà dove si puote come si vuole.
Propizio sarà il momento per intraprendere azioni, avanzare di carriera, scalare la società, guadagnarsi un posto di peso. E poi investire, muovere capitali, far girare l’economia. Non dimentichiamo però che il topo è intelligentissimo ma anche spietato. Non si possono commettere errori, né attendere che la fortuna cada dal Cielo. Un proverbio cinese dice: xingfu zai ren, buzai Tian - “la felicità dipende dagli uomini, non dal Cielo”.
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CURIOSITA' DEL CAPODANNO GIAPPONESE
Graziana Canova Tura

L’ultimo giorno dell’anno si preparano in ogni casa le pietanze (osechi) che eviteranno alle donne di cucinare durante i primi 4-5 giorni di gennaio, giorni che vengono passati in famiglia o in visita ad amici o conoscenti per scambiarsi gli auguri. Il cibo tipico del Capodanno viene di solito servito in scatole di legno laccato e decorato, a più piani, e consiste di vegetali e pesci cotti in modo che si conservino per alcuni giorni. In questa preparazione non può mancare il konnyaku (che fa parte dei cibi serviti in Giappone in occasione anche della feste nazionali e degli equinozi) e dei piccoli pesci secchi, cotti con salsa di soia e zucchero (tazukuri) così che diventano quasi caramellati: un sapore strano ma molto gradevole.
Alcune vivande considerate di buon auspicio sono sempre presenti nell’osechi ryôri: le uova di aringa salate (kazunoko), un agrume simile all’arancia amara (daidai), l’aragosta (Ise ebi), un tipo di grossi fagioli neri, stufati, il kamaboko e così via.

Al mattino del primo dell’anno si beve otoso, un sake speziato riservato a questa celebrazione. Un rito solenne a cui partecipa tutta la famiglia: si crede che abbia il potere di allontanare il male e di propiziare buona salute per tutto l’anno.

Non esiste Capodanno in Giappone senza l’omochi. Il suono cadenzato della battitura di questo alimento (mochitsuki) accompagna la vita degli ultimi giorni di dicembre. Oggi esiste anche una macchina in grado di preparare il mochi, senza l’ausilio del lungo faticoso lavoro da parte dell’uomo e come prevedibile, purtroppo, nelle città questa usanza sta scomparendo. In campagna ancora resiste, ma chissà fino a quando?
L’antico metodo prevede la cottura a vapore di riso glutinoso (mochigome) che viene poi messo, ancora caldo, in un grosso mortaio di legno e quindi battuto a lungo con pestelli pesanti 5 chili. I battiti dei due addetti si alternano, fra essi una terza persona, quasi a rischio della vita, nei due secondi di intervallo tra un colpo e l’altro, dà una breve mescolata o rivoltata al riso sul fondo del mortaio con la mano inumidita.
MENU DI CAPODANNO

Uova di aringa salate, kazunoko
(La parola kazu no ko può anche significare “innumerevoli figli”:
è quindi di buon auspicio).
Fagioli stufati
kuro mame o mame ni.
(Mame = fagiolo, ma può anche voler dire diligente, oppure in buona salute).
Kamaboko
Polpettine di castagne
kuri kinton
Stufato con konnyaku,
nishime
Rotolini di pesce con alga
konbumaki
Riso rosso, sekihan
Minestra di Capodanno, ozôni
Tutto ciò deve avvenire senza perdere il ritmo… e senza perdere una mano. Il riso pestato forma a poco a poco una basta bianca morbida ed elastica, che viene tolta dal mortaio e suddivisa in focacce rotonde di varie grandezze.
ATTENZIONE: quando il mochi è ammorbidito nel brodo (ad esempio nella minestra di Capodanno) prende una consistenza gommosa e appiccicosa. Va ben masticato, a piccoli bocconi, perché non si attacchi in gola. Sui quotidiani di gennaio, in Giappone, appaiono spesso notizie relative a persone soffocate da enormi bocconi di mochi.

Un’altra tradizione vuole che l’ultimo giorno dell’anno si consumi toshikoshi soba, la pasta del “passaggio dell’anno”, considerata un portafortuna. Un proverbio infatti recita: “Ômisoka ni soba o kuute oku to yoi shôgatsu ga mukaerareru”, “Mangia pasta il 31 dicembre e andrai incontro a un buon Capodanno”.

Il sushi è un alimento che i giapponesi apprezzano in ogni momento, ma vi sono periodi dell’anno in cui se ne consuma ancora di più. A Capodanno, dopo i primi tre giorni di festa e dopo aver terminato di gustare osechi, il cibo tipico dell’Anno Nuovo che non prevede riso, le famiglie spesso si concedono un pranzo fuori, naturalmente di sushi.

SAMU
La spiritualità del lavoro
per gentile concessione di
www.iogkf.it e www.torakanzendojo.org

Testo liberamente estratto dalla Conferenza ‘Sulla Spiritualità del Lavoro’
di P.Taigô Spongia al Convegno Interreligioso DIM, Arpino 29/04/2007.
Il testo integrale è disponibile all’indirizzo web:
http://www.torakanzendojo.org/spiritualita_lavoro.htm

...Liberarsi dal lavoro asservito al profitto.
Il lavoro è dove si entra nella complessissima relazione tra causa ed effetto.
Il mio Insegnante parlava di "spazio di non conoscenza", uno spazio in cui la causa non conosce l'effetto quanto l'effetto non conosce la causa.
Questo spazio di non conoscenza - spazio contemplativo, silenzio adorante - è il luogo dove dimora la libertà dello spirito.”1
Il Samu è il lavoro manuale, parte integrante e fondamentale della pratica Zen.
Di particolare rilievo oggi, nella nostra società, in cui il lavoro è necessariamente legato alla retribuzione. Si lavora per guadagnare denaro e, di conseguenza, se si vincesse alla lotteria si smetterebbe volentieri di lavorare. Dal lavoro si tenta di rimuovere ogni disagio, ogni sforzo, il lavoro manuale da tempo è declassato al punto che lo studio sembra essere diventato occasione per eludere ogni genere di manualità. Anche l’art. 1 della nostra Costituzione che cita: “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” è stato tradito dalla prassi che vede una tassazione ben più elevata nei confronti della rendita dal lavoro artigianale o comunque a carico del lavoratore piuttosto che nei confronti del lucro generato dal gioco in borsa. La speculazione sembra aver assunto, per lo Stato, maggiore dignità del lavoro. Questo non ha nulla a che vedere con quel ‘lavoro’ di cui si fa esperienza nello Zen e che ‘rieduca’ al valore autentico dell’azione umana, restituendogli la sua dignità.


Al tempo del Buddha storico, ai monaci era fatto divieto di procurarsi di che vivere attraverso il lavoro, la questua2 era l’unico mezzo di sussistenza ammesso e praticato. Questuando, i monaci potevano accettare soltanto offerte di cibo e non denaro. Il Buddha con i suoi discepoli percorreva le strade dei villaggi fermandosi davanti ad ogni porta, senza discriminare tra abitazioni ricche o povere, offrendo così a tutti, indistintamente, l’occasione di praticare il dono, la generosità, una delle sei Paramita3, delle sei Perfezioni. La questua non era pertanto solo mezzo di sussistenza ma potente occasione di redenzione.
Quando il Buddhismo arriva in Cina interviene una sensibile trasformazione. Vivere di questua si avvera assai impopolare. Le Comunità che faranno dell’autosufficienza una caratteristica dominante avranno maggiore occasione di sopravvivere alle persecuzioni. Alla questua si aggiunge dunque il lavoro manuale, vissuto nello stesso spirito della questua. Il Maestro Hyakujo Ekai (720-814) quando era già piuttosto anziano, aveva circa novant’anni, continuava a lavorare nei campi del Monastero. I suoi monaci temendo per la sua salute un giorno gli nascosero i suoi strumenti di lavoro per evitare che il loro Maestro lavorasse duramente sotto il sole cocente. Non riuscendo a trovare i propri utensili, Hyakujo rifiutò di mangiare. Quando i monaci lo supplicarono di nutrirsi il Maestro rispose con l’affermazione rimasta famosa nella tradizione Zen: “Un giorno senza lavoro è un giorno senza mangiare ”. I monaci non ebbero scelta e restituirono a Hyakujo i suoi strumenti.
Al novizio, nel monastero cinese, fino a tempi recenti, veniva insegnato a coltivare il riso, raccoglierlo e cucinarlo; solo in un secondo tempo, come naturale conseguenza era invitato a sedere in Zazen (l’esercizio contemplativo come postura e dimensione dello spirito al di là della postura stessa). Il Samu, termine che nello Zen definisce il lavoro manuale, assume da questo momento la stessa dignità dello Zazen.
“E’ nel ‘far corpo’ nel lavoro ordinario, non per una medaglia, neanche per un grazie, da questo ‘fare corpo’ è facile che nasca lo spirito della Comunità, il Sangha4, allora sedere in Zazen insieme diventa la cosa più naturale del mondo”.5
E’ l’aspetto politico, fondativo, istituzionale del lavoro. Il lavoro sapiente fonda la comunità dei fratelli, degli Uguali. E’ difficile poter parlare di eguaglianza e fraternità senza operosità.
Cito ancora il mio Insegnante, il Maestro Guareschi:
“... Dalla percezione diretta, intuitiva e spontanea della realtà deriva un'azione diretta e spontanea, senza che il pensiero strumentale e concettuale si interponga fra percezione e azione.
Cadono le separazioni tra lo spirituale e il mondano, e diviene consapevolezza del sacro nell'ordinario. Il lavoro è arte della vita, un'espressione integrata di essere e di fare che lo Zen definisce come: ‘il modo infinito di fare cose finite’. Il lavoro è una celebrazione del mistero della vita.”6
Il termine samu può essere tradotto con ‘fare il proprio dovere’. Dovere al quale si è tenuti e dal quale si è tenuti. Dovere è anche una traduzione del termine sanscrito Dharma che vuol dire molte cose: verità, metodo, arte…7. Quindi potremmo liberamente tradurre ‘samu’ con: ‘Esprimere il Dharma attraverso la propria azione’. Il lavoro comune diviene anche, nella tradizione Zen, l’occasione della trasmissione della comprensione più profonda dell’Insegnamento del Buddha.
E la comunione del lavoro (Fushin Samu) è di capitale importanza. Si tratta di un lavoro non solipsistico, un lavoro che non si fa da soli. Proprio l’opposto del ‘self
made man’ modello così in voga oggi, nella nostra società. Lo si sta riscoprendo anche in ambito di formazione manageriale dopo aver constatato il fallimento del modello del manager ‘superman’ che basta a se stesso.
Come nella Comunità monastica, chi conduce può condurre solo se è intimamente al servizio, e chi serve, per poter servire degnamente, deve acquisire la regalità e il carattere di chi conduce. Proprio come il ragazzo di bottega raggiunge la maestria, inconsciamente, lavorando col maestro artigiano ed imitando la sua azione, così il novizio raggiunge la maestria dello spirito lavorando a stretto contatto col proprio maestro.
“Di cosa discutevate ?”, chiede il Maestro.
“Di come finanziare i lavori di edificazione del monastero”, qualcuno risponde.
“Non perdete tempo a discutere. Raccogliete le foglie, pulite le scale, bruciate incenso. Solo così arriveranno le offerte per costruire il Tempio.” 8
Il Maestro ci ricorda in tal modo la gratuità dello sforzo che deve animare la nostra azione, uno sforzo gioioso che si fonda sulla fede di essere sempre e comunque sostenuti dalla Grande Terra e che già l’operare contiene in sè il risultato dell’azione. All’agire totale, al gesto che si consuma fino in fondo (Ippô Gûjin), il risultato segue come l’ombra il passo:‘Scava la pozza senza aspettare la luna, quando la pozza sarà terminata la luna verrà da sè’. Sullo stesso piano stanno pertanto la giusta aspirazione (Hôsshin), l’esecuzione (Shugyô), il risultato (Bodai) nonché la liberazione dagli effetti del risultato (Nirvana). Perchè tanto importante è l’operare quanto importante è il distaccarsi dal risultato del proprio agire, disfarsi dei suoi residui, svincolarsi anche dall’autocompiacimento del buon risultato. L’azione donata alla vita come servizio. Le foglie che raccogliamo non sono dunque solo raccolte per fare più pulito il cortile, bensì, dalle parole di un Maestro Zen: ‘Le foglie non cadono solamente sulla terra, ma anche nella nostra mente. Io raccolgo le une e le altre’.
In conclusione l’impressione scritta da una praticante del Tora Kan Zen Dôjøì di Roma, Roberta Shinkô Roncallo nell’avvicinarsi alla pratica del Samu:
“ Mi sono avvicinata al Samu più per la curiosità di conoscere meglio il Dojo e Sensei che altro.
Pensavo: conoscendo meglio il luogo dove si pratica e lavorando a fianco del mio Insegnante, imparerò sicuramente qualcosa di inatteso...e in più credevo fosse l’occasione per restituire qualcosa per il prezioso Insegnamento ricevuto, non sapendo, che ancora una volta sarei stata io a ricevere. Nell'imparare a fare il Samu al Dojo, ho riscoperto le sensazioni che provavo quando ancora bambina mia nonna Concetta mi mostrava come pulire la casa, seguendo sempre la stessa logica ogni volta. Cosa che oggi, chissa perchè...mi fà pensare ad un kata, " prima spolvera , poi spazza ed in ultimo lava il pavimento.." illustrando il tutto con l’azione.
I pochi detersivi, candeggina (odiata dai miei zii), il "pronto" con i panni per spolverare ricavati da vecchie lenzuola, vecchi quotidiani ed alcool per i vetri, il buon profumo del sapone da bucato... Le sue mani sapienti usavano ogni cosa con cura ed in ultimo tutto veniva riposto nello "sgabuzzino" bene in ordine, ogni cosa al suo posto, solo una spugna veniva tenuta a parte, quasi nascosta, poggiata ad asciugare sopra un tubo attaccato dietro al water. Durante le pulizie un consiglio ricorrente mi veniva dato " stai dritta con la schiena, tieni tu la scopa in mano ma lascia che lei faccia il suo lavoro". Ora rileggo grandi cose tra quelle frasi semplici dette in dialetto calabrese, allora tra me brontolavo "e quando si muove la scopa se non la passo io” dimenticando che io senza la scopa non avrei potuto spazzare. Comunque alla fine il risultato era magnifico, l'aria sembrava più pulita....la testa pure. Sarà per questo che sento in me la voglia di con-dividere, so che è difficile farlo sinceramente e spesso mi vedo troppo affrettata, ma tardare troppo è ugualmente sbagliato. Mi appare ora più chiaro come in ogni gesto sincero e gratuito che compiamo c’è sempre qualcosa che ci accompagna oltre quel gesto, che ci rigenera senza consumarci, che restituisce alla vita il suo pieno significato.

1. Maestro F.Taiten Guareschi, da note personali dell’autore.
2. Takuhatsu in giapponese, traducibile con ‘Tenere alta la ciotola’
3. Le sei Paramita o Perfezioni sono: Dana (Fuse in giapp.): il Dono; Sila (Jikai): la Moralità; Ksanti (Ninni-Ku): la Perseveranza; Virya (Sho-jin): lo Sforzo, l’Impegno; Dhyana (Zenjo): la Meditazione; Prajna (Chie): la Saggezza.
4. Sangha: termine Pali che indica la Comunità dei fedeli che segue l’Insegnamento del Buddha, in particolare la comunità monastica. In origine il termine era utilizzato per definire la corporazione artigiana, la gilda.
5. Maestro F.Taiten Guareschi, da note personali dell’autore.
6. Antonio Barosi, Zen e Lavoro nell’epoca post-industriale, Occidente Buddhista, Italian Press Multimedia s.r.l., Milano, Anno II n.14, Aprile 1997.
7. Dharma: dalla radice sanscrita Dhr che ha un’area semantica molto ampia e che ha tra i suoi molteplici significati quello di: ordine, rito, verità, diritto, dovere, arte, metodo…Dharma è usato anche per indicare l’Insegnamento del Buddha storico. Il Maestro Taisen Deshimaru (1914-1982) traduceva Dharma anche come ‘Ordine Cosmico’.
8. R.Myoren Giommetti, opuscolo diffusionale
raccolta fondi per l’edificazione del Monastero, Fudenji 2002.
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IL CINEMA GIAPPONESE FRA TRADIZIONE E MODERNITA'
Giampiero Raganelli

Per un osservatore distante
Stanno conversando dei fiori
Eppure a dispetto delle apparenze
Sono immersi in pensieri molto differenti

Ki No Tsurayuki

Con questa poesia, del poeta, di epoca Heian, Ki No Tsurayuki, inizia un saggio fondamentale sul cinema giapponese, Pour un observateur lointain di Noël Burch. L’autore dimostra i caratteri di unicità ed originalità di questa importante cinematografia, l’unica, almeno fino al 1945, non derivante dalla cultura occidentale. Solo i registi nipponici hanno saputo elaborare codici di rappresentazione filmica esclusivamente propri e profondamente divergenti dagli standard hollywoodiani che venivano adottati anche in Europa e in tutte le nazioni in qualche modo colonizzate.
Un semplice sguardo alla storia di questo paese può fornire una spiegazione. Non è mai stato invaso in duemila anni di storia, fino alla sconfitta della Seconda Guerra Mondiale, e non è mai stato soggetto ad uno status coloniale. Pur essendosi aperto all’occidente, nell’era Meiji, ha saputo usare le conoscenze tecnologiche acquisite per costruire un bastione contro l’egemonia americana. Questo è alla base dell’originalità del suo cinema e ha reso possibile l’autonomia tecnica ed economica della sua industria. Esiste del resto uno stereotipo che dice che i giapponesi non copiano, bensì adattano.
Esclusivamente nipponica è stata l’introduzione, nell’epoca del muto, della figura dei benshi. Si trattava di narratori che, posizionati ad un lato dello schermo e, avvalendosi di un’orchestra, prestavano la voce ai personaggi del film e ne commentavano la storia. Le origini sono riconducibili, nel periodo Edo, agli etoki, sorta di cantastorie che facevano uso di dipinti e strumenti musicali, e all’interno di una forma di rappresentazione, simile al vaudeville, detta yose.
Fin dagli albori, il cinema nipponico si è concentrato su due filoni principali, il jidaigeki e il gendaigeki. Il primo, una sorta di dramma in costume derivato direttamente dal teatro kabuki, si basa su di una tradizione di codici feudali risalente al periodo Tokugawa. Molte opere come il celebre Chushingura (I quarantasette ronin), o la biografia del samurai Myamoto Musashi, possono
vantare numerosi adattamenti, anche ad opera di registi molto importanti come Mizoguchi Kenji e Inagaki Hiroshi. Il gendaigeki è invece un genere di ambientazione contemporanea incentrato su storie di gente comune, sulla vita come è realmente. In questo campo alcuni registi hanno saputo esprimere un cinema intimista e poetico, basato sulla serenità insita nella semplicità. I grandi maestri sono stati Ozu Yasujiro, Naruse Mikio, grande autore di ritratti femminili, e Shimizu Hiroshi, da ricordare per la sua particolare sensibilità verso il mondo dell’infanzia.
Una peculiarità dei film giapponesi è quella di dare molta importanza alle atmosfere, alla relazione tra i personaggi e l’ambiente che li circonda. Questo riflette quel sentimento, assolutamente nipponico, che vede il mondo della natura come un’estensione dell’uomo stesso. E’ evidente nell’utilizzo degli elementi che viene fatto in molti film. Basta pensare alla scena della battaglia sotto la pioggia in I sette samurai (Shichinin no samurai, 1954), o il sole pressoché palpabile in film come Ventiquattro occhi (Nijushi no gitomi, 1954) o L’isola nuda (Hadaka no shima, 1960). Molto importante è anche il modo di trattare le stagioni. Molti titoli di film di Ozu ne costituiscono un campionario e sono un parallelo con le vicende narrate. Anche il già citato L’isola nuda si fonda sul passare delle stagioni e sui relativi cambiamenti naturali della piccola isola in cui è ambientato. Il regista Naruse Mikio ha, similmente ad Ozu, un catalogo di titoli, nella propria filmografia, che si fondano sulle nuvole: Nubi fluttuanti, Nubi d’estate, Nubi disperse.
Questa sensibilità sembra essere ancora viva nel cinema di oggi. Ne è un esempio, il film (Tokyo marigold Tôkyô Marîgôrudo, 2001), di Ichikawa Jun, in cui un fiore annuale simboleggia la caducità di una storia d’amore che dura una sola stagione.

ZEN
Maestro Tetsugen Serra (Monastero Zen "Il Cerchio") -
Tratto dall'introduzione del libro “Zen” di Tetsugen Serra Fabbri Editori, Milano-2005

Che cosa insegna lo Zen? Prima di tutto ci ricorda che siamo vivi e che questo è un dono e va speso nel migliore dei modi. Una volta che la vita è stata concessa, dipende da noi viverla. La vita non chiede in cambio che di essere vissuta. Come diceva un Maestro zen:”La maggior parte delle persone è vissuta dalla vita, io invece vivo la vita.
Lo Zen può liberarci dalla vecchiaia, dalla malattia, dalla morte? No. Ma può farci vivere meglio l’ineluttabilità di tutto questo. Può rivitalizzare la nostra vita rendendola nostra. Per molti vivere è un punto tra la vita e la morte. Per lo Zen è ciò che sta tra questi due punti. Ogni persona avvicinandosi allo Zen ha una ragione diversa per studiarlo o praticarlo. Alcune persone praticano per sviluppare e migliorare la salute fisica e mentale. Altre persone sono alla ricerca del senso della vita cosmica, altre cercano il senso della loro vita, altre ancora sentono l’esigenza di migliorarla, cercando tranquillità e chiarezza per affrontare i problemi di tutti i giorni e stare meglio. Alcune persone vivono un momento particolarmente difficile e pensano che lo Zen possa aiutarle a raggiungere momenti migliori; altre persone non trovano più senso nello stile di vita che conducono e sono alla ricerca di un nuovo modo di vivere il caos e la frenesia di oggi. Altre persone hanno fatto un viaggio in oriente e, rimaste affascinate dal Buddismo, ricercano la serenità del Buddha.Qualunque sia la ragione per avvicinarsi allo Zen, è la nostra ragione, è la nostra esigenza di ricerca e va soddisfatta.
Lo Zen è la ricerca della vita vera, libera e incondizionata e corrisponde quindi a tutte le nostre ricerche che vanno in quella direzione. Lo Zen siamo noi, è la nostra vita vissuta con la mente risvegliata da attaccamenti e condizionamenti dell’ego
negativo, che rende la nostra vita falsa e isolata dal mondo; perciò qualunque sia la ragione per cui vi state avvicinando allo Zen, la pratica seria di questa disciplina apporterà alla vostra vita chiarezza ed energia, più consapevolezza e serenità.
Questo libro non ha nessuna pretesa di essere esaustivo di tutti gli argomenti che affronta, ma di essere un’introduzione, un avvicinamento allo Zen, come un sasso gettato nell’acqua, che crea un cerchio nel quale ci ritroviamo al centro. Seguendo le pratiche consigliate, tutti potranno iniziare a prendere in mano la loro vita sul cammino della consapevolezza. Per tutte le persone che invece già conoscono lo Zen e lo praticano, queste pagine possono essere una finestra sui differenti aspetti della pratica zen.


APRI LA TUA STANZA DEL TESORO

Daiju fece visita al Maestro zen Baso. Baso domandò:
“Che cosa stai cercando?”.
“L’illuminazione”, rispose Daiju.
“Tu hai la tua stanza del tesoro.
Perché vai in giro a cercare?”, domandò Baso.
Daiju domandò: “Dov’è la mia stanza del tesoro?”.
Baso rispose: “Guarda dentro di te e aprila”.
Daiju fu illuminato! Da quel momento esortava sempre i suoi amici:
“Aprite la vostra stanza del tesoro e usate quei tesori”.
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SUGGERIMENTI PER L'ACQUISTO DI UN BONSAI
Crespi Bonsai

Per iniziare a dedicarsi ai bonsai prima di tutto bisogna avere un albero. Vediamo i punti fondamentali da considerare quando si desidera acquistare un bonsai o comunque un albero da lavorare e seguire nel tempo.

1 - Quali alberi possono diventare bonsai? Non si può dire che qualsiasi albero possa diventare un bonsai. È corretto pensare che il bonsai sia un albero naturale miniaturizzato, ma bisogna tenere in considerazione che alcuni fattori, come per esempio la dimensione delle foglie, non si riducono in ugual modo per tutte le specie. È il caso di Castanea sativa, Cinnamomum camphora o Podocarpus macrophyllus, che risultano piuttosto difficili da formare come bonsai. Questo non significa che si debba necessariamente rinunciare: se si trova interessante l’albero con le sue grosse foglie si può senz’altro avviare l’impresa. In questa ottica si può dire che qualsiasi specie può essere formata come bonsai.

2 - Qual è un buon albero? Nel mondo del bonsai un “buon albero” è quello che risponde a determinati requisiti. Primo tra tutti sono le radici, poi il tronco, i rami e le foglie. Sono gli elementi che possono far apparire l’albero più grande e maestoso, rispetto alle sue reali dimensioni, come pure più vecchio. Non è facile che un esemplare abbia tutti questi requisiti in buon ordine, ma è importante che ne soddisfi almeno alcuni. Le radici suggeriscono la forza con la quale l’albero è ancorato al terreno e pertanto devono svilupparsi radialmente dal tronco, in senso orizzontale, formando il naturale allargamento della base del tronco verso l’esterno. Nel mondo del bonsai si dice che in questo caso l’albero “ha un buon nebari”.




























Quando il tronco dalla base sale verso l’apice assottigliandosi si accentua la sua forza e ne aumentano le dimensioni apparenti. Si dirà che l’albero ha “una buona conicità”.
Se un esemplare presenta “una buona ramificazione” significa che i rami sono più lunghi nella zona inferiore del tronco e gradualmente più corti man mano si procede verso l’apice, in modo da suggerire una forma tridimensionale e ben equilibrata.
Un “buon fogliame” indica che le foglie dell’esemplare hanno forma, dimensione, colore e caratteristiche interessanti. Anche tra esemplari della stessa specie si possono constatare vegetazioni che si sviluppano in dimensioni più contenute, inoltre si possono individuare momenti stagionali di particolare interesse (il verde chiaro delle nuove vegetazioni, le diverse tonalità e sfumature autunnali). Tutti questi fattori indicano la qualità del fogliame.
3 - Che tipo di albero conviene acquistare? Se si acquista in un centro bonsai un esemplare ad un buon livello di formazione è bene scegliere un albero che presenti il numero maggiore possibile degli elementi trattati nel punto 2. Prima si cerca una forma d’insieme che attragga l’interesse, quindi si considerano uno ad uno tutti i fattori evidenziati nel paragrafo precedente.Quando si acquista un albero da cominciare a coltivare come bonsai non è detto che soddisfi tutti o in parte i fattori considerati nel punto 2. Tuttavia, per esempio, le foglie costituiscono una caratteristica dell’albero che non cambia nel corso del tempo, pertanto la qualità delle stesse sarà un fattore utile da tenere in considerazione al momento dell’acquisto. Un altro elemento che non cambia nel tempo è la prima parte del tronco che si muove dalla base verso l’alto, il tachiagari: se l’albero ha portamento eretto la linea del tronco deve essere diritta dalla base; se il tronco è diritto nella parte superiore ma sinuoso alla base, non c’è equilibrio di forma, né armonia di messaggio trasmesso dall’albero stesso. Al contrario, se il tronco non è diritto e la sua linea si muove sinuosa dalla base, l’albero presenta un carattere armonioso e ben marcato.
Malgrado si possa pensare di correggere con la piegatura la prima parte del tronco dalla base (tachiagari), è bene considerare che la crescita del tronco la rende difficile da modificare. Pertanto è consigliabile valutarla con attenzione al momento dell’acquisto.

4 - Qual è la differenza tra un albero con un prezzo elevato e un albero economico? In linea di principio un albero costoso è quello che è arrivato a soddisfare diversi requisiti tra quelli esposti nel punto 2. Inoltre sono costose le specie meno comuni in forma bonsai. Al contrario gli alberi a prezzo contenuto sono quelli più comuni e più diffusi, come pure gli esemplari che non soddisfano i requisiti trattati al punto 2.

Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualità e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
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5 - Quanti alberi conviene acquistare? Se si intende iniziare la coltivazione di alberi come bonsai non è necessario acquistare subito molti buoni esemplari. Per prendere dimestichezza con i principi fondamentali del mantenimento, l’annaffiatura, la concimazione ecc., e mantenere in vita i propri alberi conviene fare esperienza con materiale poco costoso. Inizialmente è importante capire le tecniche basilari per non far morire i propri alberi. La frequenza delle annaffiature, per esempio, ha considerevole effetto sullo stato delle radici. Due alberi della stessa specie e delle stesse dimensioni si asciugano diversamente se uno è posto in un vaso grande e profondo e l’altro è in un vaso piatto. Con l’accumularsi delle esperienze aumenta anche la fiducia nelle proprie capacità. Inizialmente converrà sperimentare su materiale economico, in modo da non accusare maggiori sensi di colpa nell’eventualità di un insuccesso.

6 - Dove conviene acquistare? In genere vendono alberi a prezzo ragionevole anche i fioristi e i vivaisti, presso i quali si può trovare materiale adatto per iniziare a fare esperienza. Se si desidera dedicarsi a quello che si può identificare come un “buon esemplare” secondo le considerazioni esposte nel punto 2, mirando a creare quegli alberi che si ammirano sulle pagine della nostra rivista, i piccoli bonsai o alberi da lavorare che si trovano in vivaio richiedono necessariamente molto tempo e impegno, poiché normalmente non soddisfano i requisiti trattati. Per coltivare buoni esemplari sarà bene rivolgersi ai centri bonsai, dove si può trovare materiale di qualità con prezzi medio-alti. Al momento della scelta si ricordino le considerazioni esposte nel terzo paragrafo.

Tratto da Bonsai&News
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ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

LUIGI AVITABILE

Luigi Avitabile espone dal 12 gennaio all’8 febbraio 2008, allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1
Roma

USUI KATSUTOSHI

Usui Katsutoshi “in arte Colosseo” espone dal 15 gennaio al 10 febbraio 2008 allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni, 243
Proporzioni classiche e ispirazione orientale. Trasmette il proprio paese con ritagli e prospettive che emanano bellezza, equilibrio, gioco, mistero. Fiori, piante, animali, nature delicate, opache, colori diffusi. Canneti, uccelli che si librano, l´incedere calmo degli insetti, appena appoggiati sui rami, sui fiori, incontri, sguardi tra animali. Un senso di moto magico aleggia leggero. Realizza contrasti sfumati di luci e colori e ricerca gli equilibri con i movimenti dei soggetti. Nei quadri le tinte si diffondono gradualmente, sfumando dal nero, al verde, dal marrone, al rosso. La predilezione per gli scuri e le patine ombratili, è perché cerca di cogliere la vitalità della natura, la sua forza magnetica, attrattiva. Talvolta discreta, talvolta esuberante, altre divertente e oscura. E´ alla ricerca di un rapporto dinamico tra l´interno e l´esterno, l´interiorità e il mondo circostante. I quadri sono realizzati combinando specchi, al centro, mentre tutto intorno si stendono moti di espansione, esplosione, di colori. Una combinazione tra un centro e delle periferie, una dialettica implosiva esplosiva che, anche quando non utilizza gli specchi, si realizza con le sfumature. All´origine di tutto c´è un cuore, qualcosa che pulsa, un´energia che esprime. I cuori espandono filamenti di altri colori, e le tinte si abbracciano creando dei pezzi unici, magmatici. Emettono sensazioni energetiche, forti, trasmettono liberandosi e arricchendo con sensazioni scenografiche intense. Cuori battenti, vibranti, carichi di energie e sensualità. Tra le superfici rispecchianti, riflettenti e le aree attorno intorno c´è una scambio, una circolarità, degli effetti di diffusione diffusivi graduali o dei contrasti. Dal bianco luminoso circolare dello specchio si passa ad altre fonti luminose, l´esterno vivacizza l´interno, ciò che viene riflesso dialoga con ciò che circonda. Le tinte sono in rilievo, cariche, assorbono l´attenzione. E´ una pittura materica ad effetti prorompenti. Quadri come zone energetiche che mescolano lineamenti che cambiano fattezze, intersecandosi, modulandosi ritmicamente. Come i sentimenti i colori mutano i loro aspetti, facendosi ora più in rilievo, più tattili, da toccare, altre sfumando piatti. Gli olii, gli acrilici e gli specchi creano figure simili al genere mandala tibetano. La combinazione specchio + colori traduce anche quelli che sono alcuni aspetti del concetto di mandala: l´immagine fisica, rappresentata dai colori, e l´immagine mentale, il viaggio interiore per avviarsi alla conoscenza di sé, dallo specchio. Quando al centro ci sono gli specchi, la loro funzione è quella di rimandare l´immagine e sono, simbolicamente, origine dei colori, conoscenza di sé e del mondo: il vedere e la cosa vista, sostanze colorate e visive, percezione visiva e tattile. I lavori trasmettono un´idea di ritorno alla classicità, dove il tatto è il vedere, ai sapori antichi, al mescolarsi del dato fisico con quello visivo del guardarsi. Pezzi d´arte o complementi d´arredo, suppellettili? Per scoprirsi vedendosi e toccando la materia colorata: arte come finzione, gioco, apparenza e arte come ricerca di sé.
Arte dell´incrocio, della combinazione tra elementi lontani e, talvolta, contrastanti. I sapori sono quelli dell´oriente che si incontrano con evoluzioni cromatiche di gusto occidentale. Artista giapponese (1919 -2002), nel ´53 è segnalato con successo alla International Association of Plastic Arts. In questo periodo decide il viaggio in Europa, per estendere e verificare le proprie tematiche, confrontandosi con l´arte contemporanea occidentale. Le opere qui esposte prediligono le tinte scure, spicca l´uso dei colori, i gialli-oro, i rossi, il bianco, il nero. Le tinte si distribuiscono, talvolta a intrecci, disegnando come maglie di tessuti particolari effetti di movimento, oppure ripetizioni di configurazioni identiche. Gli spazi-tele, a volte spezzati dalle figure, si dividono in parti asimmetriche, l´una di fronte all´altra, rappresentando contesti simili a incontri_scontri. Le sfumature, bianche, rosse, nere, disegnano geometrie lineari insieme a inserti tonali a foglia. Piccole, circolari, grate, come alveari, possono ipnotizzare, ridando l´impressione di un´immagine dietro l´altra, a collane. L´artista sembrerebbe dare alla sua pittura significati non immediatamente evidenti, di rimando, che procedono per enigmi cromatici e minimali. L´artista punta la sua attenzione a creare la dismisura delle immagini, cioè a far sì che ognuna possa di rimando evocarne un´altra, collegandosi all´interno come in un puzzle. Come delle mappe, antiche, delle figure di anfore etrusche, dei segnali da decifrare, contatti astratti, come piani pavimentale in mosaico altre. Figure non riconducibili alla realtà ma assimilabili sia ad un´immaginario antico, sia ad un´immaginario futuribile. Figure vascolari, quasi mitologiche. L´oscurità delle tinte, le loro mimiche, sono di un realismo astratto, i colori intensi, a volte crudi, ma vitali, lasciano comunque spazio a momenti di luce, la cui condizione però è indeterminata, precaria, sospesa. Le figure spiccano nette sul fondo, i contorni sono fortemente separati, i gesti sono esagerati, i colori rafforzati. A volte, soprattutto le opere più recenti, si allontanano dai colori forti per attingere a tinte più chiare. Le tinte creano dei movimenti circolari, apparentemente spezzati, ma in effetti si inseguono l´un l´altra seguendo delle dinamiche di senso. Il divenire della vita, lo scorrere del tempo. L´idea è quella di sostituire lo spettacolo del mondo con le dinamiche dell´arte, rendendo ogni piano del quadro circondato di scenari differenti e mai uguali a se stessi.
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