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Pagine Zen N° 71
maggio 2008 / giugno 2008
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Ex voto al santuario shintö di Inari, a Fushimi. - Foto di Rossella Marangoni

Giappone
L'esperienza del sacro e credenze antiche
Rossella Marangoni (quarta parte)
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.),
potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet.it

Il vitalismo shintô si realizza nella predilezione per i momenti gioiosi della vita. Se i riti funebri sono demandati al buddhismo, con le sue preoccupazioni escatologiche, i riti legati alla nascita, all’infanzia, al passaggio all’età adulta e al matrimonio sono tutti shintô.
Non solo. Il vitalismo shintô si manifesta nell’esaltazione collettiva dei momenti di festa, realizzandosi con i matsuri, le feste religiose che possono essere locali o nazionali e scandiscono le due dimensioni della vita: lo hare, il tempo sacro caratterizzato dalla straordinarietà, da ciô che è fuori del comune e dunque dalle feste (harebi infatti significa “giorno propiziatorio, festivo”) e il ke, il tempo profano, contraddistinto dalle occupazioni abituali, dalla quotidianità. Che si svolgano in un villaggio o in un quartiere cittadino, i matsuri sono un modo di affermare la coesione del gruppo e l’incontro tra una precisa comunità e il suo nume tutelare, il suo kami. I matsuri sono numerosissimi e diffusi in tutto il Giappone, celebrati localmente dalle intere collettività. Danno luogo a grandi festeggiamenti, canti, danze, giochi, sfilate, bevute. Che si tratti di devozione verso forze misteriose, signore del raccolto, delle malattie, del clima o delle calamità, o di una semplice esplosione di forze vitali, dionisiache – come i numerosi culti fallici che ancor oggi si possono osservare – il matsuri è in ogni caso un’espressione culturale che tende a integrare chiunque trovi sul suo cammino, anche lo straniero.
Come è stato osservato dall’antropologo Antonio Marazzi1, possiamo individuare il significato centrale del matsuri nella celebrazione, attraverso l’incontro festoso di uomini e spiriti, dei legami tra la società e le forze cosmiche. La comunità che festeggia riafferma il suo rapporto, fisico ma soprattutto ideologico, con la natura: un rapporto di appropriazione ma anche di dipendenza, da cui deriva un senso di debito e di riconoscenza. La società riconosce i propri debiti nei confronti della natura e dei kami che la governano e al tempo stesso ridefinisce la propria identità. La celebrazione di questi principi fondamentali passa attraverso l’inversione delle regole della vita quotidiana: durante il matsuri non più controllo e misura nell’espressione del corpo e della parola, ma esplosione di vitalità, di forza, di movimento, musiche e colori e un comportamento quasi orgiastico: il sake, il vino di riso caro agli dei, scorre a fiumi. Vi è uno sfogo delle tensioni e delle repressioni socialmente indotte, ma tali energie dirompenti sono incanalate e rigorosamente controllate nei riti, all’interno della precisa dimensione spazio-temporale del matsuri. Dal rinnovamento così originato, escono rinsaldati i legami comunitari. Non sarà allora così azzardato ricordare le teorie di Durkheim2, e ipotizzare l’applicazione del modello durkheimiano non più solo alle credenze di un popolo “primitivo”, ma al vissuto religioso di una società tecnologicamente avanzata e altamente sviluppata come quella giapponese contemporanea.
Come si è visto, lo shintô attribuisce grande importanza alle affinità tra uomo, natura e kami, affermando la sostanziale continuità ontologica fra mondo degli dei, mondo degli
uomini e natura. Ne consegue un grande rispetto per le sostanze, le forme e i processi semplici e spontanei che si manifesta in capo estetico con la predilezione per carta, legno e corde nell’architettura dei santuari e nel campo delle pratiche con una ritualità scarna, priva di orpelli. Ancora, l'universo naturale è considerato buono e morale. E lo stato auspicabile per l’uomo è quello di totale armonia con le forze della natura. L’uomo, infatti, non è che un elemento della natura, non diverso da un animale o da un albero. Non si tratta però di panteismo: non tutto, infatti, è kami.
Il rapporto privilegiato che i Giapponesi hanno da sempre con la natura è originato dal fatto che, nella cosmogonia giapponese, l’uomo e la natura si trovano in una situazione di comunione inseparabile. Questo rapporto si fonda su un concetto ben diverso da quello prometeico occidentale di sottomissione delle forze naturali al dominio dell’uomo. Piuttosto si basa su una relazione simbiotica, armonica con la stessa: l’uomo non è che un elemento dell’ordine delle cose. Tale rapporto nasce dall’esperienza esistenziale (la vita su un territorio difficile, minacciato da terremoti, eruzioni vulcaniche, tifoni). Ed è stato segnato da credenze religiose popolari, prodotte nel seno di una società di agricoltori e pescatori, successivamente organizzate appunto nello shintô. Ancora, questo rapporto del tutto particolare con il mondo naturale nasce dalla convinzione che non esiste contrapposizione fra uomo e natura, così come non esiste una distinzione marcata fra la natura e il divino. L’esperienza e il pensiero religioso hanno originato, nel corso dei secoli, una concezione estetica peculiare e una sensibilità attenta alle variazioni della natura, al suo continuo rinnovamento, quindi anche al rapporto che la natura intrattiene con il tempo. Nella società contadina, infatti, il tempo era scandito dai ritmi della coltivazione del riso e dai riti della vita rurale che ne costituivano il corollario. Questi segnavano il corso dell’anno e la vita degli uomini con una catena di scadenze rituali che si ripeteva ogni anno e che, dalla società risicola, passô a quella urbana con la creazione dei nenjùgyôji, gli “eventi annuali” che ancora oggi marcano il calendario giapponese: Sh?gatsu (Capodanno), Obon , (la Festa del ritorno dei morti), e così via. I nenjùgyôji si pongono chiaramente come reinterpretazione urbana e standardizzata di comportamenti tradizionali, ed insieme ai matsuri scandiscono il tempo sacro della vita comunitaria giapponese.
1. Cfr Antonio MARAZZI, MiRai, Firenze, Sansoni, 1990
2. Cfr Émile DURKHEIM, Le forme elementari della vita religiosa, Roma, Meltemi, 2006
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UN SIGILLO CINESE DI INVESTITURA REALE
SCAMBIATO PER UN SIGILLO IMPERIALE GIAPPONESE
Nicola Piccioli - www. feimo.org - www.femaleproject.com

Stampo del sigillo d’oro (dimensioni reali, cm. 2x2) con il quale l’imperatore cinese Guangwudi (r. 25-57), degli Han orientali (25-220), investiva con il titolo di
“re dello stato degli schiavi” il signore
dell’isola di Kyushu.
Questo breve articolo prende lo spunto da un episodio che rivela, al di là di un legittimo entusiasmo, quanta poca conoscenza storica e filologica possiedano alcuni occidentali che si occupano, a vario titolo, di argomenti riguardanti le culture dell’Asia orientale.
A Parigi c’è un negozio specializzato in calligrafia occidentale e orientale, presso il quale si svolgono anche dei corsi di scrittura, nel quale si vende tutto ciô che occorre per la loro pratica. Inoltre, questo negozio propone anche oggetti particolari, piccolo antiquariato e curiosità, inerenti al mondo calligrafico. Così, in bella mostra in una vetrinetta, abbiamo notato la riproduzione in metallo dorato di un antico sigillo cinese d’oro, che lo stile della scrittura zhuan della faccetta faceva risalire alla dinastia Han (206 a.C.- 220 d.C.). Al tempo degli Han i sigilli d’oro erano appannaggio esclusivo di imperatori, imperatrici, re e regine. La proprietaria del negozio, con un certo sussiego, ci ha informati che quell’oggetto era la riproduzione di un sigillo di un imperatore giapponese. Non potete immaginare come è rimasta interdetta quando gli abbiamo letto quello che c’era veramente scritto: “Han nomina il re dello stato degli schiavi”. In effetti ancora oggi la parola schiavo, nu, è a volte usata dai cinesi quando vogliono parlare in termini dispregiativi dei giapponesi.
In realtà si trattava della riproduzione di un noto sigillo con il quale l’imperatore Guangwudi (r. 25-57) della dinastia degli Han orientali (25-220), investiva il signore dell’isola di Kyushu, all’epoca il Giappone era uno stato ancora in formazione, come sovrano di un paese tributario con il titolo di “re”. Questo sigillo, al quale è stato riconosciuto un grande valore artistico e storico tanto da essere annoverato tra i Tesori Nazionali, fu ritrovato nel 1784 in una tomba dell’isola di Shiganoshima nel nord del Kyushu e oggi è conservato nel Museo municipale della città di Fukuoka.
Ma veniamo a spiegare i fatti all’origine di questo bel sigillo. In Cina, al tempo degli Han, la prassi di investire i capi di stati vicini, considerati vassalli e tributari, con il titolo di re era una consuetudine degli imperatori, che in questo modo affermavano la loro autorità sul territorio circostante. Le cronache cinesi del tempo, confermate da ritrovamenti archeologici, riportano la notizia di alcuni sigilli di questo tipo riguardanti non solo i signori del Vietnam, della Birmania e del Giappone, ma anche capi di popolazioni barbare come gli Xiongnu, gli Xianbei, i Qian e gli Hu. Sul sigillo di investitura del signore del Vietnam era presente la scritta Yueqing yi jun, che vuol dire: “Sovrano dello stato di Yueqing”. Il termine Yueqing all’epoca indicava la regione vietnamita. Invece su quello destinato al signore della Birmania era riportato Dian wang zhi yi, che vuol dire: “Sigillo del re di Dian”. La parola Dian a quel tempo indicava territori del sud est della Cina fino alla Birmana.
Al contempo su quello destinato al Giappone era scritto Han wei nu guo wang che, come abbiamo visto precedentemente, significa: “Han nomina il re dello stato degli schiavi”. In effetti di tutti i paesi limitrofi e tributari della Cina del tempo, il Giappone era quello che riceveva meno considerazione, infatti era una lontana isola la cui popolazione era ancora analfabeta e immersa nella preistoria.
Ma con l’andare del tempo e il consolidarsi del loro potere, ai sovrani giapponesi il titolo di re conferito da un imperatore cinese non sembrava più adeguato, e anche il definirsi “Grandi Re” sui documenti ufficiali non era più considerato soddisfacente.
I sovrani giapponesi, forse anche per la credenza nell’origine divina della loro casata, aspiravano al titolo di imperatori. L’occasione per rivendicare tale titolo si presentô all’inizio del VII secolo, quando il principe reggente Shotoku (572-621), volendo rafforzare il potere centrale sul modello cinese della allora dinastia Sui (589-618), cercô di stringere rapporti diplomatici più stretti con la Cina. Per ottenere il suo scopo nel 607 inviô una missiva all’imperatore Yangdi (604-617) dei Sui, che così iniziava: “Il Figlio del Cielo (cin. Tianzi, giap. Tenshi) del paese del Sol Levante al Figlio del Cielo del paese del Sole declinante”. Figlio del Cielo era l’appellativo con il quale tradizionalmente i sovrani cinesi indicavano se stessi, dunque per l’imperatore Yangdi era inconcepibile che un sovrano di un piccolo stato vicino potesse fregiarsi del suo stesso titolo, così decise di non rispose a quelli che considerava dei barbari insulari. Il principe Shotoku però non si arrese, di conseguenza mandô un’altra missiva sul continente che cominciava con una formula più cauta e che denotava un maggior rispetto: “Il Sovrano celeste (cin. Tianhuang, giap. Tenno) dell’est si rivolge con deferenza all’Augusto Imperatore (cin. Huangdi, giap. Kotei) dell’ovest”. In effetti quello di Huangdi era il titolo che si era conferito il re Zheng (r. 246-209 a.C.) dei Qin, quando nel 221 a.C. aveva fondato l’impero cinese. Questa volta Yangdi accettô di rispondere, da quel momento Tenno è il titolo che sarà sempre posto accanto al nome dei sovrani giapponesi.
Di conseguenza Shotoku, stabilendo durevoli relazioni con la Cina, contribuì all’organizzazione del governo del proprio paese ispirandosi al sistema politico e amministrativo dell’epoca dei Sui, che venne a costituire il fondamento della civiltà giapponese. Lui stesso studiô i Cinque Classici, testi cardine del pensiero cinese, e scrisse il commento a diverse scritture canoniche buddhiste.
Seguendo la strada tracciata da Shokotu, nella seconda metà del VII secolo diverse ambasciate giapponesi si recarono alla corte dei Tang (618-907) per acquisire elementi della cultura cinese. Per questo motivo al loro rientro dal continente portarono con sé centinaia di specialisti in ogni campo. Dei numerosi monaci, letterati e artigiani cinesi e coreani giunti in quelle occasioni sul suolo giapponese, molti si stabilirono definitivamente sull’isola, contribuendo in maniera determinante a dare il volto che conosciamo alla cultura nipponica. n (continua)
Bibliografia:
• Boudonnat Louise, Kushizaki Harumi, Au fil du pinceau, la calligrafie japonaise, Seuil, Paris 2002
• Luo Fuyi, Qin Han nanbeichao guanyin zhengcun, Wenwu chubanshe, Beijing 1987
• Piccioli Nicola, Introduzione alle arti cinesi della scrittura e dei sigilli, CUEM, Milano 2000
• Shimizu Christine, L’art Japonais, Flammarion, Paris 2001


BUDO E ZEN
Un cammino verso la pienezza di sé
Estratto della conferenza: ‘Budo e Zen, un Cammino verso la pienezza di sé’ tenuta da P.Taigö Spongia al Tora Kan Zen Döjö nel 2005.
(Terza e ultima parte)

Continuando nell’analisi del titolo del nostro incontro: cosè questa ‘pienezza di sé’, è essere in forma? Usando un gergo da fitness? In genere siamo già tanto pieni di noi che non necessitiamo di alcuna pratica per ottenere questo risultato.
In giapponese essere umano è scritto con i due caratteri Nin gen. Nin significa uomo e gen spazio ovvero relazione. Questo termine fa ben capire come l’uomo non sia altro che il risultato di una serie infinita di relazioni. Dobbiamo la nostra vita ad ogni altra esistenza. Quando eravamo ad Okinawa lo scorso Luglio abbiamo praticato Zazen con Sakiyama Sogen Roshi, l’ottantaseienne Maestro Zen che è stato, in gioventù, discepolo del fondatore del GoJu-Ryu.
Al termine di uno Zazen nel Budokan, a cui hanno preso parte centinaia di partecipanti al Budo Sai, Sakiyama Roshi ha lasciato spazio alle domande e, una sola domanda, secondo me era degna di risposta; rispondendo ad altre domande Sakiyama Roshi ha usato più volte una definizione che il traduttore rendeva, a mio parere non proprio correttamente, come ‘un miglior essere umano’.
Allora, finalmente, uno dei presenti gli ha domandato: ‘Ma cos’è che intende con: un miglior essere umano?’ e Sakiyama Roshi ha risposto con una splendida definizione: ‘Un uomo pieno (disegnando un cerchio nell’aria con la mano) che sa di non essere solo’. Ecco la pienezza nella relazione…
È’ l’esatto contrario della specializzazione, non è eccellere in un frammento di realtà, ma è quello che i greci definivano areté, eccellenza.
Sensei Taig˜ legge un brano tratto da ‘Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta’ di Robert Pirsig: “Quando in Platone incontriamo la parola aretè la traduciamo con virtù e, di conseguenza, veniamo a perderne tutto il sapore. ‘Virtù’,
almeno ai nostri tempi, ha un senso quasi esclusivamente morale; ‘aretè’, invece, viene utilizzata indifferentemente in ogni ambito e significa semplicemente eccellenza. Quindi l’eroe dell’Odissea è un grande combattente, un astuto intrigante, un ottimo parlatore, un uomo dal cuore saldo e di grande saggezza che sa di dover sopportare senza lamentarsi troppo quel che gli dèi gli mandano; ed è capace di costruire e di guidare una barca, di tracciare un solco più dritto di chiunque altro, di lanciare il disco meglio di un giovane fanfarone, di sfidare i giovani feaci al pugilato, alla lotta o alla corsa. Sa uccidere, scuoiare, macellare e cuocere un bue e una canzone lo puô commuovere fino alle lacrime. In realtà è abile in tutto; la sua areté è insuperabile. L’areté implica il rispetto per la totalità e l’unicità della vita e, di conseguenza, il rifiuto della specializzazione. Implica il disprezzo per l’efficienza...O, piuttosto, una concezione molto più elevata dell’efficienza, che esiste non in un solo settore della vita, ma nella vita stessa”.
Vedete come è ingiallito questo libro, l’ho comprato che avevo 17 anni, non sono riuscito subito a leggerlo fino in fondo, perché è un libro molto impegnativo ma, trascrissi a penna in un quaderno questo brano che mi aveva entusiasmato e commosso. Quest’eccellenza è quel volto originale che dobbiamo ritrovare. Anche Jigoro Kano Sensei, così come Miyagi Sensei, aveva questa preoccupazione. Kano Sensei aveva la preoccupazione che i suoi allievi esprimessero nella vita quotidiana questa eccellenza, non solo nella tecnica del Judo.
Il Judo è la via alla superiorità, all’eccellenza, diceva. Affermava che ogni azione armoniosa ed efficace è Judo anche se si tratta di piantare un albero o cuocere un uovo. Le preoccupazioni di Kano Sensei erano le stesse che animano la pratica Zen, la pratica del Vestire, dell’abitare, del mangiare, i tre Nyo Ho. Allora possiamo tradurre pienezza con eccellenza.
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L'UNIVERSO FEMMINILE NELLA CULTURA DI CORTE
Susanna Marino (terza e ultima parte)
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: susamar@tiscali.it
(testo dell’intervento tenuto presso il Centro di Cultura Giapponese di Milano, in occasione della manifestazione “Heian, il Giappone dell’anno Mille”
8-16 ottobre 2007)

Nel periodo Heian, d’altronde, le relazioni amorose sono piuttosto promiscue e così come un uomo puô intrattenere più donne – tra mogli, amanti e concubine – lo stesso puô fare una donna. Tali rapporti, tuttavia, devono mantenersi all’interno del medesimo rango sociale di appartenenza ed in caso contrario, la segretezza è massima. Ma come puô sbocciare l’amore se fisicamente ed esteticamente donne e uomini devono rispondere ad una determinata etichetta e la manifestazione dei propri sentimenti è stereotipata? Ciô che in realtà puô far invaghire un uomo o una donna risiede nella grazia della sua calligrafia o nelle sue abilità poetiche ed artistiche. Un semplice gesto, quindi, o poche parole, sono sufficienti per rapire un cuore.
Mogli, amanti e concubine vivono, come abbiamo già visto, in apposite costruzioni a cui puô accedere unicamente il gentil sesso: una sorta di prigione dorata. Ed in questo ambiente costrittivo, lo spirito competitivo tra le varie dame è decisamente marcato: nel Genji Monogatari, ad esempio, si racconta che alcune dame si urtano reciprocamente la testa, arrivando a spezzare i pettini decorativi che portano come ornamento. Rivalità e contese vissute con assoluta serietà. E la definizione di “prigione dorata” rende chiaramente l’idea di come le donne vivessero a corte: la maggior parte di loro è stata maritata dal proprio padre – spesso un funzionario di provincia – a qualche principe o nobile di corte, per chiare ragioni politiche ed economiche ed è perciô verosimile la ricchezza di tresche amorose all’interno dei palazzi dell’antica capitale Heian – ky˜. Un tale microcosmo vive quindi chiuso in se stesso e per se stesso idea e attua fastosi cerimoniali, feste e competizioni dove il ruolo della donna, come quello dell’uomo, deve sottostare a precise regole di etichetta.
Tra i giochi maggiormente diffusi vi sono curiose competizioni che mettono alla prova abilità, gusti e competenze di ogni tipo. Queste gare di mono awase – letteralmente “comparazione di cose, oggetti” – vedono opporsi due squadre che si confrontano componendo poesie a tema su coppie di elementi naturali quali fiori, radici, animali, conchiglie, insetti e via dicendo per giudicarne la bellezza, la rarità o qualsivoglia caratteristica. Sensibilità ed esperienza estetica sono quindi i requisiti necessari per poter partecipare a tali giochi. Le dame di corte dedicano molto tempo nella preparazione di tali competizioni, specialmente quando il tema viene scelto con alcune settimane d’anticipo. A volte, poi, le competizioni poetiche vedono schierate due squadre ben definite: una composta da soli uomini e una da sole donne. In queste occasioni ci si confronta recitando poesie d’amore alle quali l’avversario deve
rispondere prontamente, improvvisando un componimento che utilizzi il medesimo stile espressivo. Non dimentichiamo, però, che trattandosi di giochi, i sentimenti e le emozioni esternate rimangono tuttavia convenzionali.
Anche le feste ed i cerimoniali di corte sono un ottimo passatempo soprattutto per le dame e le occasioni di certo non mancano tra nascite, riti di passaggio, celebrazioni di insediamento per il nuovo Imperatore, matrimoni ecc. Murasaki Shikibu ci fornisce un interessante affresco in una pagina dei suoi diari:
“Appressandosi il giorno della visita imperiale, ogni cosa veniva riparata nella villa e tirata a lustro. Si cercavano rari crisantemi e li si trapiantava: quelli bianchi con delicate sfumature, quelli gialli in tutto il loro aureo splendore e altri di vario colore, sistemati in diverse e gaie maniere.
Il giorno della visita imperiale, Sua Eccellenza Michinaga ispezionô le barche che erano state costruite per l’occasione. Erano stupende, il drago e il basilisco delle prore erano molto verosimili1.
Le dame stavano già in affanno a truccarsi e agghindarsi prima dello spuntar del giorno e poiché i nobili avrebbero preso posto nell’ala ovest, non v’era il solito subbuglio dal nostro lato della villa.
Donna Kosh˜sh˜ ed io ci gingillavamo alquanto, ben sapendo che queste cerimonie cominciano sempre in ritardo e stavamo ancora là ad aspettare due nuovi ventagli da sostituire ai nostri, quand’ecco d’un tratto rullare i tamburi e dovemmo quindi accorrere di fretta, in maniera null’affatto dignitosa.
La musica, al calar della sera, era un vero diletto. Furono eseguite svariate danze: la Danza dell’Età, la Danza della Pace e la Danza dei Rallegramenti. Mentre le barche doppiavano il promontorio meridionale e si dileguavano in lontananza, il suono di flauti e tamburi dal profondo degli alberi si mescolava con il vento tra i pini, producendo un effetto squisito ”.

1. Queste polene avevano lo scopo di impedire agli spiriti maligni di far affondare le barche sulle quali avrebbero preso posto i musicanti.
Bibliografia:
• A.A. V.V., Nihon no dentôshoku, Pie Books, Tokyo, 2007
• Kato Shuichi, Form, style, tradition: reflections on Japanese Art and Society, Kodansha International, Tokyo, 1971
• Koyama Mayumi, Elementi di storia dell’arte e dell’estetica giapponese, Ranpizu-do, Milano, 1987
• Menegazzo Rossella, Giappone, Dizionari di civiltà, ed. Mondadori Electa, Milano, 2007
• Morris Ivan, The world of the shining Prince: court life in ancient Japan, Penguin Books, London 1969
• Murasaki Shikibu, Storia di Genji, il principe splendente, Einaudi Tascabili, Torino, 1992
• Nagasaki Iwao, Kimono no kire no kotoba annai, Shôgakukan, Tokyo, 2007
• Sei Shônagon, Notes de chevet, Gallimard, Paris, 1986
• Takeshita Toshiaki, Il Giappone e la sua civiltà: profilo storico, ed. Clueb, Bologna, 1996
GASSHO
Mudra dell'unione
Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra
Fabbri Editore – Milano 2005

In tutto l’oriente il saluto di due persone che s’incontrano è giungere le mani con i palmi uniti e accennare un leggero inchino: questo saluto nello Zen si chiama Gassho.
In occidente questo gesto di unire i palmi è solitamente fatto per pregare; in oriente e nello Zen, la preghiera come si intende nella religione cristiana non esiste e pertanto Gassho non rappresenta un gesto di preghiera o di supplica. Questo Mudra ha un significato molto importante e rappresenta l’unione del nostro essere, la non dualità. La mano destra è la parte destra del nostro corpo, la parte forte, ed è collegata con la parte sinistra del nostro cervello, che corrisponde agli aspetti razionali, decisionali, pratici. La mano sinistra è la parte sinistra del corpo, la parte del cuore, ed è collegata con la parte destra del nostro cervello, che corrisponde all’intuizione, ai sentimenti, alle emozioni. Riunire le mani in Gassho significa unire tutto noi stessi con corpo, mente e spirito in ciô che stiamo facendo: essere totalmente presenti, donarsi al momento che stiamo vivendo. Non ha nulla a che vedere con preghiere o suppliche, ma con la nostra capacità di consapevolezza del qui e ora.



Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it

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SOGNO DI UNA NOTTE DI PRIMAVERA
Storia del secondo consigliere di Hamamatsu
Anonimo - A cura di Andrea Maurizi - Aprile 2008
Go Book Editore - Merate (LC) - www.go-book.it

Racconti di sogni, portatori di preziosi messaggi, informazioni e suggerimenti, che non possono essere ignorati o sottovalutati, che sfumano la distinzione tra sonno e veglia, tra passato, presente e futuro; la fede nella metempsicosi, che annulla la distanza temporale e spaziale tra le persone. Il karma, la cui forza ineluttabile, almeno nell’ambito della relazioni sentimentali, spinge due persone a incontrarsi e a innamorarsi, a prescindere da ogni considerazione di convenienza o accettabilità sociale. Ma l’amore acceso dall’azione del karma puô produrre sofferenza; è qualcosa che puô portare infelicità alle persone, che puô privarle della capacità di gestire la propria affettività, fino ad indurle a rinunciarvi per dedicarsi ad una vita di preghiera e ascesi. Le peripezie di nobili destinati a separarsi dalle persone a loro più care e a sublimare nella preghiera le pulsioni erotiche. Ogni singolo elemento narrativo dello Hamamatsu chúnagon monogatari sembra inserire il vissuto dei suoi protagonisti in un ambito che travalica la concreta esperienza di vita cui tutti noi siamo abituati.
In realtà il romanzo, attraverso le sue pagine, ci apre uno spiraglio nell’affascinante quanto inusuale quotidianità della nobiltà giapponese dell’XI secolo. Una storia commovente, ricca di colpi di scena, di azioni dettate dalla passione amorosa e dalla fede religiosa e di reazioni emotive non sempre di facile comprensione.
Andrea Maurizi insegna Lingua e letteratura giapponese presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca. Ha vissuto vari anni in Giappone dove si è specializzato in letteratura giapponese classica.
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KODOMO NO HI
Festa dei bambini: carpe, iris ed elmetti
Barbara Taddeo - www.giapponeinitalia.com
Come ogni anno in Giappone il 5 maggio si festeggia il kodomo no hi, letteralmente festa dei bambini. Questa che si svolge durante il quinto giorno del quinto mese è la festa che simboleggia, secondo il calendario lunare cinese, l'inizio dell'estate e la fine della golden week, il periodo primaverile di vacanza per i giapponesi.
Un tempo chiamata tango no sekku, la festa del 5 maggio era riservata ai figli maschi, mentre ora è rivolta anche alle femmine, nonostante queste ultime festeggino ugualmente durante lo hina matsuri il 3 marzo. Interamente dedicato ai bambini e decretato festa nazionale dal 1948, il kodomo no hi rimane tradizionalmente molto amato dai giapponesi che, durante questo giorno, compiono piccoli riti nella speranza di portare salute e forza ai loro piccoli. Ogni famiglia fuori dalla propria casa appende a lunghe aste, solitamente di bambù, delle maniche a vento colorate a forma di carpa (koinobori), una per ogni figlio maschio, che rappresentano la forza e la determinazione. La carpa nella tradizione giapponese è un pesce molto apprezzato per la sua caparbietà. Inoltre, secondo una leggenda cinese queste, risalendo il fiume, si trasformavano in draghi, facendone quindi un esempio di tenacia e coraggio. Anticamente (oggi è caduto in disuso) i bambini facevano lo shôbuyu, ovvero il bagno nell'iris, un fiore simbolo del Giappone,
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
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che germogliando nel periodo di maggio, per i suoi colori non troppo forti è stato scelto per rappresentare la festa dei bambini. Ritenendo che avessero delle proprietà benefiche gli iris venivano immersi nell'ofuro, il tradizionale bagno giapponese, insieme alle loro radici, al fine di purificare i piccoli che vi si immergevano e allontanare le forze negative.
All'interno della casa vengono inoltre esposti il gogatu ningyo, letteralmente bambola del 5 maggio, che rappresenta il samurai Kintaro, eroe del folclore giapponese, ed il kabuto, un elmetto militare usato nelle armature tradizionali, entrambi rivolti ai figli maschi. Infine in questo periodo vengono preparati dei dolci tipici consumati soprattutto dai bambini: il kashiwamochi, un mochi (pasta di riso cotto al vapore) ripieno di anko (marmellata di fagioli rossi) avvolto in una foglia di quercia (kashiwa), ed il chimaki, una polpetta di riso in foglie di bambù. Durante questo particolare giorno i genitori rivolgono molte attenzioni ai loro piccoli e li celebrano secondo le usanze tipiche, perché si sentano anche loro parte di questa tradizione, sperando che questo porti loro salute, forza e successo.

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Maria Angels Vila Tortosa

espone dal 3 al 30 maggio 2008, allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
Roma

Ricardo Marcias

espone dal 6 maggio al 8 giugno 2008 allo Zen Sushi Restaurant di Roma,
via degli Scipioni, 243
Non impone delle idee ne le cerca ma lavora con la tela in modo preparatorio per lasciarle emergere. È una creatrice di dimensioni. Gli spazi generano dei sentieri di conoscenza delle interessanti connessioni, delle visioni. Talvolta le figure sembrano apparire e scomparire una dietro l’altra, accennando la loro presenza con un modo di essere informale. Si presentano come vari piani pianeggianti, o come bulbi che poi si espandono in filamenti. Sono quindi opere multivolumi, dettate dalla sua scelta di cercare e di creare pieghe nello spazio, affinché i segni prima, le tracce di colori e i materiali poi, non restino semplici elementi per un estetica della composizione ma diventino dei concentrati di senso e di significati. Il binomio interessante dei suoi lavori è dunque provocato dall’incontro tra le parole e i colori. Non è un incontro qualsiasi, ma un mix up dove la fine delle parole risponde all’inizio dei colori in un unicum a circuito. Non c’è un senso perché i sensi sono per lei senza fine. Le sue tele sono come confini che sconfinano e quindi l’insieme dei lavori puô essere visto come la continuità tra parole, segni, colori, spazi, tele. Le parole, i segni, i colori, gli spazi, le tele, sono modi per passare da uno stato all’altro del quadro, luoghi per una comunicazione che procede per indizi o più propriamente per dimensioni di senso. Si tratta di una pittura per la conoscenza. Ogni studio preliminare alla stesura e ogni passo successivo sono dei tasselli per creare nuovamente secondo un percorso che sembra non avere fine. E’ quindi il senso dell’opera quadro che viene redatto in modo informale proprio allo scopo di dare ai concetti di inizio e fine un contorno nuovo. Non una definizione dell’opera, non un contorno, ma dei percorsi, dei sentieri ai quali ci si puô accostare soltanto se coinvolti da un’irresistibile bisogno di avventura e di scoperta di senso.

I materiali vengono trattati in modo da distorcere l’occhio dalla realtà e portarlo sul piano della metamorfosi. E’ così che le sue immagini, quasi tutte volti di donne, appaiono come finzioni animate; visi con un solo occhio, bocche gigantesche, i capelli tradotti con fili di ferro, i corpi volutamente mutati. L’intrigo del suo fare sta proprio in questa volontà di stravolgimento; con rappresentazioni che appositamente iconizza e che caricaturizza all’insegna dell’espressività. L’espressività viene sottolineata, esasperata, proprio perché ogni volto deve portare su di sé i segni della vita, del dolore, della tristezza, del cambiamento inesorabile del vivere. Le caricature hanno lo scopo di gettare, fare luce, sull’esistente, su certi drammi del vivere quotidiano, sul proprio essere. Ogni maschera è così rivelatrice di un modo di essere interiore ed una denuncia verso il mondo circostante. In connessione con questo filone porta in mostra altri due generi di opere che sono, una, una rivisitazione di quello che nel paese dell’artista, il Messico, è chiamato albero della vita, e che l’artista presenta in ottica moderna e stilizzata, l’altra sono 4 opere in terracotta smaltata che l’artista presenta come sculture antichizzate, coniche, vasiformi, cubiche, rotondeggianti. Sono opere di medie dimensioni fatte in ceramica con tanti spuntoni alle basi e che comunque raccolgono eleganza e senso del classico. Tutti i lavori sono accomunati dalla sottolineatura del senso del movimento, del cambiamento, e vengono utilizzati per esorcizzare la noia del vivere ed elogiare la versatilità della vita.

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