Pagine Zen N° 74
settembre 2008 / ottobre 2008
Sommario
Il Ficus millenario
del Crespi Bonsai Museum
Qi Baishi
e l'arte cinese di incidere sigilli
Il cinema giapponese
e la sua derivazione teatrale
Delle Isole del Giappone
Il fantasma tra i ciliegi
Susokukan
contare "uno" come "dieci"
Udon
Arte
Vincenza Benedetto

Alessandro Sansoni
Giappone.
L'essenza della bellezza.


Architettura, estetica, grafica, fotografia, letteratura.

Dal 10 settembre, alla fondazione Giorgio Cini di Venezia.

Prima tappa di un percorso di mostre, convegni, workshop tra Brescia, Verona, Milano.
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cultura
Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Ficus retusa Linn,
principe incontrastato ed onnipresente della collezione del Crespi Bonsai Museum.
Si tratta di un inusuale ogata-bonsai,
di grandi dimensioni, con i suoi 300 cm di altezza e 300 cm di larghezza,
la cui età stimata supera i 1000 anni.
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IL FICUS MILLENARIO
del Crespi Bonsai Museum
a cura di Crespi Bonsai

RICORDO DI

GIULIANA MALPEZZI,

ALLA QUALE PAGINE ZEN

DEVE TANTISSIMO.

(Leggi)

Come il sentiero montano che costringe l’appassionato ad indugiare rallentando il suo cammino, incantato dal paesaggio che gli appare di curva in curva, così il visitatore del Crespi Bonsai Museum trova di passo in passo emozioni sempre nuove, di fronte agli esemplari secolari che colmano le sale con la loro suggestiva presenza. Camminando tra i tavoli di ardesia, si aprono come per magia paesaggi inattesi: tra le fronde di un bosco di Faggi l’aria umida e fresca profuma dei funghi del sottobosco, il maestoso Ginepro con il tronco sbiancato di legna secca svetta lasciando immaginare le cime innevate delle sue montagne impervie ed ostili, la Stuartia fiorita incanta lo sguardo con la sua morbida eleganza… Ogni albero suscita l’ammirazione e il rispetto del visitatore, che coglie nella sua forma una storia secolare che riassume in sé i segni di un ambiente naturale peculiare.
Lavorati da maestri giapponesi di fama internazionale, quali Kato, Kawamoto, Kaneko, Kawahara e Ogasawara, i capolavori del Crespi Bonsai Museum sono circa trecento e vengono esposti a rotazione secondo la stagione nella quale ogni specie offre il meglio delle sue caratteristiche: così in primavera è lasciato ampio spazio alle specie fiorite, ciascuna con il suo fascino espresso attraverso la forma e il colore dei suoi fiori, in estate le specie montane e la chioma leggera delle caducifoglie portano refrigerio al visitatore, mentre in autunno le sfumature accese dei colori autunnali lasciano emozioniintense nella memoria del visitatore prima del grigiore dell’inverno, quando l’eleganza della silhouette degli alberi spogli incanta per la sua bellezza raffinata.
Crespi Bonsai Museum
Il simbolo vivente del Crespi Bonsai Museum, il Ficus retusa Linn millenario, può essere ammirato nei giorni di apertura del museo (martedì - sabato 9.00-12.30 / 14.30-19.00, domenica 9.30-13.00, lunedì 14.30-19.00), unitamente agli altri esemplari secolari della collezione Crespi, alla sala vasi che accoglie vasi antichi di epoche Qing (1644-1735), Tokugawa (1615-1868) e Meiji (1868-1912), al tokonoma espositivo tradizionale e allo spazio audio-video sempre a disposizione del visitatore.
Per i lettori di Pagine Zen
l’ingresso è gratuito.

Crespi Bonsai Museum
Corso Sempione, 35 - Parabiago (MI) - Italy
www.crespibonsai.com
info@crespibonsai.com


Principe incontrastato ed onnipresente della collezione del Crespi Bonsai Museum è il Ficus retusa Linn, che domina la pagoda in vetro che accoglie le specie tropicali e subtropicali.Si tratta di un inusuale ogata-bonsai, di grandi dimensioni, con i suoi 300 cm di altezza e 300 cm di larghezza, la cui età stimata supera i 1000 anni. Giunto in Italia nel 1986, dopo dieci anni di trattative, il Ficus retusa Linn è stato esposto all’Euroflora del 1986, ricevendo il prestigioso “Premio d’onore”, conferito da una giuria di esperti internazionali. Dalla fondazione del Crespi Bonsai Museum, nel 1991, ha trovato lo spazio che merita nella pagoda di vetro tra due cani di Fo’ dell’ottocento intagliati in legno, che sembrano vegliare il millenario albero, lavorato nei secoli da grandi maestri cinesi di svariate generazioni, fino a giungere alla forma attuale cui hanno contribuito Luigi Crespi, Shotaro Kawahara e Alberto Lavazza. Il suo spettacolare tronco, formato da un fitto intreccio di radici aeree, affonda in un vaso realizzato e cotto in un unico blocco, il più grande vaso bonsai esistente al mondo.
Le cure di coltivazione di questo insolito esemplare di età tanto veneranda richiedono una profonda esperienza, oltre ad un’attenzione e ad una sensibilità particolari, per soddisfare le esigenze di umidità e temperatura in ogni stagione dell’anno.
L’armonia di forma raggiunta con il graduale adattamento all’ambiente che lo accoglie e il fascino della maturità che pervade l’atmosfera che lo circonda fanno del prncipe del Crespi Bonsai Museum un esemplare di valore inestimabile, la cui personalità spiccata colpisce e commuove il visitatore al suo ingresso nella pagoda di vetro.
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QI BAISHI
e la rivoluzionaria arte dei letterati cinesi di incidere sigilli
www.femaleproject.com - feimo@femaleproject.com
Paola Billi e Nicola Piccioli
Paola Billi e Nicola Piccioli sono stati invitati a rappresentare l’Italia alla VIII Mostra di Scambio Internazionale di Calligrafia, presso il Palazzo della Cultura del Lavoratori del Popolo di Pechino (Tempio Taimiao), all’interno della Città Proibita.
La mostra, considerata una delle più grandi e più autorevoli nel mondo internazionale della calligrafia di oggi, è stata organizzata dal Congresso Internazionale dei Calligrafi Cinesi, per celebrare l’apertura dei Giochi Olimpici 2008 con i loro capolavori.
All’inaugurazione del 28 giugno erano presenti 583 opere calligrafiche di 18 paesi. All’evento hanno partecipato circa mille delegati delle più importanti associazioni calligrafiche e culturali che ruotano intorno al mondo delle arti cinesi.
link1 - link2


L’arte di incidere sigilli è, insieme alla calligrafia e alla pittura, la terza delle Belle Arti cinesi. I suoi inizi risalgono alla dinastia Tang (618-907) quando i letterati, prendendo a modello i sigilli della dinastia Han (209 a.C.-220 d.C.), cominciarono a disegnare i caratteri da incidere sulle faccette dei sigilli al fine di migliorare la produzione sigillografica degli artigiani del tempo, esteticamente modesta. Ma è solo dal XVI secolo, dopo secoli di ricerca e sperimentazione, che con l’uso della tenera ma compatta pietra agalmatolite i letterati artisti ebbero la possibilità di incidere i sigilli con le proprie mani, dando vita a diverse scuole stilistiche.
Di conseguenza dal XVI secolo l’arte dei letterati di incidere sigilli, in cinese zhuanke (lett. scrivere e incidere), non solo andò diffondendosi rapidamente, ma cominciò un dialogo più stretto con la calligrafia e la pittura.
Un momento di svolta storico delle arti visive dei letterati avvenne nella seconda metà del XVIII secolo quando, per ragioni storiche e sociali, si affermò la Scuola delle Steli. Questa corrente stilistica dette nuova energia e nuovi obbiettivi, alla calligrafia e alla incisione dei sigilli, attraverso la riscoperta delle antiche scritture zhuan, scrivano e dello stile incisivo della forma normale che si era affermata preso le Dinastie del Nord (386-581).
In conseguenza a ciò nel XIX secolo, tra i letterati artisti che misero le basi dell’arte moderna in Cina, erano presenti i maggiori calligrafi e incisori di sigilli aderenti alla Scuola delle Steli. Questo fece si che i legami tra l’incisione dei sigilli, la calligrafia e la pittura diventassero sempre più stretti, tanto che il nuovo segno sperimentato nei sigilli influenzò direttamente i tratti di pennello e gli spazi compositivi delle loro calligrafie e delle loro pitture.
Gli artisti che maggiormente promossero una vera e propria rivoluzione in calligrafia e pittura, che ha le radici nell’epigrafica arte dell’incisione di sigilli, sono stati: Deng Shiru (1743-1805), Zhao Zhichen (1781-1860), Wu Xizai (1799-1870), il grande Zhao Zhiqian (1829-1884), Wu Changshi (1844-1927) e Qi Baishi (1864-1957).


Di questi il più noto in Occidente è senz’altro Qi Baishi, conosciuto da noi per le sue straordinarie pitture, ma che in patria è considerato il maggior artista moderno nel campo dell’incisione di sigilli.
Qi Baishi era nato in una famiglia di contadini e iniziò a incidere i sigilli da solo, senza aver studiato quest’arte. Incise il suo primo sigillo con un coltellino per le unghie. In seguito ebbe la possibilità di vedere i sigilli di Ding Jin (1695-1765) e di Huang Yi (XVIII sec.), della scuola Zhe, e si mise a imitarli. Verso la fine dei quarant’anni vide una pubblicazione con i sigilli di Zhao Zhiqian, se ne appassionò e si mise a studiarli approfondendo contemporaneamente lo studio della composizione. In seguito studiò la “Stele del divino presagio mandato dal cielo” (276, regno di Wu), il cui particolarissimo stile di scrittura arcaicizzante aveva già ispirato Zhao Zhiqian, e di conseguenza cominciò a usare il bulino in maniera diversa, più spontanea. Infine fu affascinato dalla scrittura zhuan minore incisa sui pesi della dinastia Qin (221-206 a.C.), dove era registrata la riforma che unificava i pesi e le misure voluta dal Primo Imperatore, per il suo aspetto molto libero e spigoloso. Ciò modificò di nuovo il suo atteggiamento, che lo portò a un più personale modo di comporre i caratteri e di usare il bulino. Così la sua maturità stilistica nell’arte di incidere sigilli arrivò tardi, solo dopo i sessant’anni. Il segno libero che Qi Baishi aveva maturato nell’arte dei sigilli influenzò profondamente le sua calligrafia e la sua pittura, contraddistinguendone lo stile spontaneo e essenziale per il quale è apprezzato da amatori e collezionisti in tutto il mondo. Oggi i suoi sigilli rimangono ancora insuperati e sono un modello di riferimento non solo per gli artisti cinesi, ma anche per quelli coreani, giapponesi e i rari occidentali che si dedicano all’arte dello zhuanke.

IL CINEMA GIAPPONESE
e la sua derivazione teatrale
Giampiero Raganelli - (prima parte)

Il cinema aveva appena fatto in tempo a emettere i suoi primi vagiti, con l’invenzione del cinematografo dei fratelli Lumière, nel 1895, che già il Giappone, nel pieno dell’Era Meiji con la sua apertura all’occidente, se ne impossessava. Due anni dopo l’industriale tessile Inabata Katsutaro, un autentico esploratore del mondo occidentale, tornò da Lione con il nuovo marchingegno. L’evoluzione che seguì ricalcò di pari passo quella americana ed europea fino agli anni ’10. In quegli anni il cinema diventava un fenomeno industriale, e, per andare incontro ai gusti delle masse, si avvicinava al modello, sia narrativo che di rappresentazione, del teatro. Proprio in questo contesto nacque il linguaggio cinematografico ancora oggi dominante. Anche in Giappone si ebbe un’analoga influenza teatrale, ma, se in occidente questa era rappresentata dal vaudeville, qui si dovette fare i conti con il teatro più popolare, il kabuki, affermatosi nell’epoca Edo. Lo studioso Earle Ernst classifica il kabuki, come il coevo teatro di marionette bunraku, tra le forme di teatro “presentazionali”, indicando con questo termine un tipo di spettacolo in cui non si cerca di creare l’illusione di realtà nel pubblico, come succede invece nel teatro “rappresentazionale”, dove si tende e far percepire gli attori come personaggi e le scene come luoghi reali. Nel kabuki questa attribuzione è dovuta a diversi elementi: la presenza visibile dei kurogo, assistenti di scena vestiti di nero preposti a varie funzioni (spostare le scenografie, aiutare nel cambio dei costumi); i pesanti trucchi degli attori; il fatto che anche i ruoli femminili sono interpretati da uomini, gli onnagata. Per il bunraku la motivazione risiede nel fatto che le bambole sono animate da tre burattinai non nascosti al pubblico, un maestro a viso scoperto e

due kurogo. Roland Barthes, nella suo famoso L’impero dei segni, trova nel bunraku qualcosa di simile allo straniamento brechtiano, la tecnica, elaborata dal grande drammaturgo, volta a creare distacco e alienazione nello spettatore. Anche l’antico e aristocratico nò rientra a pieno diritto nella categoria presentazionale, essendo una forma d’arte altamente stilizzata, che si basa su simbolismi e allusioni per rappresentare temi complessi.
A queste peculiari radici, il teorico cinematografico Nöel Burch, fa risalire la caratteristica di straniamento che individua nel cinema classico giapponese. Ne è una riprova il fatto che, nell’era del muto, le proiezioni avvenivano con il commento del benshi, una sorta di cantastorie che faceva da narratore, dava la voce ai personaggi, eseguiva musiche d’accompagnamento. Alcuni di questi artisti erano popolarissimi e il pubblico veniva attratto da loro, più che dal titolo del film. L’arte del benshi discende direttamente da un genere di teatro musicale di marionette, il gidayu bushi, che prevedeva un narratore e un musicista condividere la scena con i pupazzi.
Il carattere presentazionale si può ravvisare anche, secondo Burch, nel particolare linguaggio cinematografico del grande cineasta Ozu Yasujiro. Un esempio è la sua tecnica detta “campo/controcampo sbagliato”. Per filmare la conversazione tra due personaggi, normalmente si ricorre al campo/controcampo, vale a dire all’alternanza di primi piani dei due attori. Regola vuole che se, in un’inquadratura, un attore guarda verso destra il suo interlocutore, quest’ultimo, nell’inquadratura successiva, deve rivolgere lo sguardo a sinistra. Gli sguardi si incrociano così sopra la poltrona dello spettatore, facendolo sentire nel mezzo del dialogo. Ozu infrangeva volutamente questa regola basilare della grammatica del cinema, facendo l’esatto contrario.
Se il cinema si è sviluppato fondandosi su un rapporto con lo spettatore fondato sulla sospensione dell’incredulità, definito dal semiologo Christian Metz come semi-onirico e semi-allucinatorio, in Giappone ha preso un’altra strada, assumendo caratteristiche peculiari.

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DELLE ISOLE DEL GIAPPONE
Luca Piatti - www.giapponeinitalia.com
Brano tratto dal libro “Compendio di Geografia Moderna”, edito nel 1794, in uso presso il Ginnasio Nazareno di Roma.
Si trova nel capitolo VII, dalla pagina 290 alla pagina 292.

Le isole del Giappone occupano la parte più Orientale dell’Asia, e furono a caso scoperte nell’Anno 1542(1) da Portoghesi quà balzati da una tempesta. Son esse molte, ma le più considerabili son tre, cioè l’isola del Niphon (2) che dicesi anche Giappone, da cui prendono il nome tutte le altre; quella di Saickock (3) al Mezzodì dell’estremità Occidentale dell’antecedente; e quella di Sikokf (4) situata tra le due soprannominate. Tutte queste isole ubbidiscono ad un ricchissimo, e potentissimo Imperatore, di cui dipendono molti altri piccoli sovrani, o Viceré (5) delle varie province, nelle quali é diviso tutto l’ Impero. Il suo governo è pienamente dispotico, e il volere dell’Imperador suddetto è la sola legge, che regola i popoli, che sono numerosissimi.
La religione dominate è l’Idolatria piena di mille superstizioni, la quale è regolata da certi Ministri chiamati Bonzi.
La religione cattolica vi fu predicata la prima volta da San Francesco Xaverio, che vi sbarcò nell’ anno 1549 (6), ma questa nel corso di cento anni è stata totalmente estinta dalle molte e fiere persecuzioni suscitate contro i Cattolici qui stabiliti. A tutte le Nazioni Europee é proibito sotto pene rigorosissime l’accesso a queste isole, fuorché agli Olandesi, i quali soli trafficano.
Gli abitanti sono industriosissimi, ed abbondano perciò di ogni genere necessario alla vita. Oltre di ciò, nelle viscere del terreno si ricava in abbondanza Argento, Rame, Stagno e Ferro. Le Porcellane finissime, i Mobili d’ogni sorta miniati e verniciati in varie guise, e lavorati con incredibile delicatezza sono in grandissimo pregio presso tutti gli Europei. Nangazaki (7) nell’isola di Saickock (3) è la città dove si radunano le mercanzie dell’isole, al cui porto approdano i Vascelli stranieri, ed oltre di queste città non è permesso ad alcun forestiere l’avanzarsi.
Nell’Isola di Niphon (2) vi sono due città assai riguardevoli. La prima è Meaco (8) presso un golfo del medesimo nome. E’ questa una città ricca, popolata, e mercantile, ed è stata la capitale dell’Impero, quando vi risiedevano gli Imperatori, ma dopo che hanno traslocata la lor sede in Jedo, o Jendo (9) altra città rispettabilissima, e Metropoli al presente di tutto il Giapponese Impero, ha quella perduto moltissimo del suo splendore. Osacca (10) e Saccai (11) sono due porti di considerazione. In Meaco risiede il capo della Religione Gentile dominante.
Dell’Isola di Saickock (3), chiamata ancora Kimo, che dicono abbracciare nove piccoli Regni, la città primaria è Nangazaki fornito di un ottimo porto frequentato dalle Nazioni Straniere; donde avviene che sia questa la più mercantile, e ricca dell’Impero.
Dell’Isola di Sikokf (4), detta parimente Kicoco, abbraccia quattro piccoli Regni. Tosa (12) è la città primaria di quest’Isola. Al settentrione dell’Isola di Niphon vi è una gran Regione, la più Orientale dell’Asia segnata con nome di Terra di Jeso o Jeaso (13) creduta un continente unito coll’America: ma negli ultimi tempi i Russi, o Moscoviti, scoperto l’errore, l’hanno riconosciuta per una gran penisola di 400 e più leghe di lunghezza, 150 di larghezza nella parte superiore, e 80 incirca nell’inferiore, e forma l’ultima parte più Orientale della Moscovita Asiatica col nome di penisola di Kamikatka.

1. 1542 o 1953, in quegli anni alcuni portoghesi, a bordo di un bastimento di un corsaro cinese furono spinti dalla burrasca sulle spiagge del Giappone, sbarcarono nell’ isola del Kyushu, a sud-ovest. Non è corretto parlare di “ scoperta “, perché in quell’epoca non si ignorava l’esistenza del Giappone.
2. Honshu
3. Kyushu
4. Shikoku
5. Shogun
6. Nel dicembre del 1547 mentre si trovava in Malacca, San Francesco Saverio conobbe Anjiro, un fuggiasco giapponese, desideroso di convertirsi al cristianesimo per liberarsi dai sensi di colpa causati dall’aver commesso in patria un delitto. Il Santo rimase sedotto dalle notizie da lui avute sul Giappone e sui suoi abitanti tanto da essere spinto dal desiderio di evangelizzare quella terra.
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai,
nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it
15 settembre apertura dei corsi
Partì per il Giappone, in compagnia di Anjiro, in qualità di suo collaboratore. Sbarcò a Kagoshima, nel Kyushu, il
15 agosto 1548. Il principe Shimazu Takahisa lo accolse gentilmente. Anjíro convertì al cattolicesimo oltre un centinaio di parenti e amici. "I Giapponesi - scrisse Francesco Saverio in Europa - sono il migliore dei popoli". Quando il principe, incalzato dai bonzi, vietò ogni ulteriore battesimo, l’audace missionario decise di presentarsi di persona all'Imperatore. Al primo tentativo, sprovvisto di doni e poveramente vestito, non fu ricevuto. Si ripresentò in splendidi abiti e con preziosi doni per il principe, che gli concesse piena libertà di predicazione. Nell'inverno del 1551 San Saverio ritornò in India, lasciando in Giappone oltre 1.000 cristiani.
7. Nagasaki
8. Si può trovare anche Miaco, proviene dal vocabolo Miyako capitale, ed indica l’antica capitale Kyoto
9. Jedo, Edo oggi Tokyo
10. Osaka
11. Sakai, ora nella prefettura di Osaka, fu uno dei più grandi porti del Giappone medioevale
12. Kochi
13. Hokkaido, la geografia di quest’isola rimarrà nebulosa fino ai principi del XIX secolo.
IL FANTASMA TRA I CILIEGI
Topografie di primavera a Tokyo
Luigi Urru
Liguori Editore ®2007 - Napoli

Anche se è stato pubblicato nel 2007 ed è stato presentato nel marzo 2008 alla Libreria Azalai di Milano, nel parlarne ora non sentiamo assolutamente il complesso dell’”essere in ritardo”, perché non avverrà tanto presto che questo libro inizi a subire il trascorrere del tempo (salvo l’aggiornamento doveroso di qualche dato).
Essere condotti per mano per le vie di Tokyo dal Professor Luigi Urru, potergli essere accanto nel suo “andar per la città”, non è solo un piacere, è anche soprattutto la possibilità di arricchire, se ciò è fra i nostri desideri, le nostre conoscenze di Tokyo, dei giapponesi, del Giappone.
Il suo racconto della città e dei suoi abitanti, del loro dire, del loro agire, del loro pensare e del loro sognare è affascinante.
Luigi Urru, l’antropologo Luigi Urru, ci propone il frutto del suo “appropriarsi dello spazio”; del suo aver vissuto in prima persona il “sense of place”; del suo “esperire Tokyo”.
Come lui stesso dice, “è a Tokyo per studiare il rapporto fra uomo e natura in una grande città” e la fioritura dei ciliegi a primavera è un’opportunità imperdibile, come imperdibile è l’occasione di osservare i tokioiti coinvolti dai vari aspetti del ”cerimoniale” di hanami, potervi partecipare ascoltando i loro discorsi sul tema.
L’autore espande, dilata in più direzioni, il concetto di hanami (letteralmente osservazione dei fiori), della sua pratica, dei ciliegi, della fioritura e dei tokioiti in rapporto a tutto ciò. Ci dimostra come il “culto dei fiori” non sia un fenomeno culturale circoscritto, ma mostri “diramazioni sorprendenti che imponevano il confronto con la storia, la letteratura, l’estetica, l’urbanistica, concezioni del tempo e dello spazio e canoni locali di convivialità”.
Il suo continuo soffermarsi: su un particolare luogo, su un atteggiamento mentale della gente o nel riportare quanto ha scritto su questo e quello il tale o il tal’altro autore, scatena un desiderio irrefrenabile di approfondimento.

Queste pagine sono una ricerca sul sopravvivere di elementi della tradizione giapponese (come forme reali o come fantasmi?) in una città come Tokyo, una metropoli con più di 20 milioni di abitanti, fra le prime capitali del “mondo globalizzato” (ecco perché l’autore sceglie Tokyo anziché Kyoto o Nara, città più famose in Giappone per la fioritura dei ciliegi).
Indubbiamente le pratiche primaverili trovano nei ciliegi un punto di evidenziazione di una tradizione, di una appartenenza, di un senso di unicità nipponica. Sono questi tutti valori reali, ben radicati nel passato o sono valori-fantasma di un passato perduto? Sono fantasmi che, in particolari momenti, si concretizzano nel vissuto così tanto da sembrare forme vere e tangibili, oppure sono forme propagandate, vissute e percepite, ma che ormai sono così innegabilmente lontane e velate da nuove realtà, da assumere, fino ad esserlo, l’aspetto di fantasmi?


Luigi Urru ha studiato alla School of Oriental and African Studies (SOAS) di Londra e ha conseguito il dottorato di ricerca presso il Dipartimento di scienze umane dell’Università di Milano Bicocca, dove insegna Antropologia del Giappone contemporaneo. E’ stato Canon Foundation Fellow e Visiting Researcher presso il Jinnai Laboratory of Architecture dell’Università Hosei di Tokyo nel 2003, e Japan Foundation Trainee nel 2005.
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SUSOKUKAN
Contare "uno" come "dieci"
(terza e ultima parte - Per comprendere meglio vedere Pagine Zen n.72 e n.73)
Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra - Fabbri Editore – Milano 2005


Quando espirate e contate “uno” non pensiate che questo sia un numero. Potremmo infatti usare anche suoni senza senso, ma sarebbe molto più difficile per la nostra mente. Mentre espiriamo “uno” significa che tutto il nostro corpo e tutta la nostra mente è presente in ciò che facciamo: siamo tutt’uno con ciò che stiamo vivendo, e la nostra mente, il nostro corpo e il nostro spirito sono nell’attimo presente. Questa è una condizione che ci accade raramente: solitamente mente, corpo e spirito vanno per la loro strada, raramente s’incontrano, anzi, spesso si scontrano.
Quando contiamo “due”, è solo due, non è il numero che viene dopo l’uno o che precede il tre, come a dire che un momento della nostra vita viene dopo un altro o prima di quello successivo. Questa meditazione ci insegna a stare nel momento presente, a vivere il qui e ora come tempo assoluto: il passato è passato e il futuro deve ancora venire. Troppo spesso viviamo in un tempo passato con pensieri e condizionamenti che influenzano il presente, oppure viviamo proiettati nel futuro con tutto ciò che vorremmo essere o avere, perdendoci così l’unico vero tempo esistente: il qui e ora. Questo significa che la vita ci scorre davanti agli occhi e noi non la vediamo veramente per quella che è, poiché al posto suo proiettiamo quella immaginata dalla nostra mente e condizionata dai nostri pensieri.
Contare “uno” con tutto il respiro, contare “due”, “tre” e così via, e, quando ci perdiamo a sette o a nove, iniziare di nuovo da uno, significa proprio che la vita non è un momento dopo l’altro, ma ogni momento è vita significa che dobbiamo presentarci all’attimo successivo freschi senza residui e scorie.
Questa meditazione zazen è molto potente: ci aiuta a svuotare la mente e a vivere con perseveranza la vita di tutti i giorni attimo dopo attimo, vedendo la realtà così com’è senza essere condizionata dalle proiezioni formulate dalla nostra mente.

LA TAZZA VUOTA

Il Maestro zen Nan-in ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen. Nan-in servì il tè, colmò la tazza del suo ospite, poi continuò a versare tè.
Il professore guardò meravigliato traboccare il tè, poi disse: “E’ ricolma. Non ce n’entra più!”.
“Come questa tazza”, disse Nan-in, “tu sei ricolmo dei tuoi pensieri, congetture e opinioni.
Come posso spiegarti lo Zen se prima non vuoti la tua tazza?”
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UDON CON VERDURE CARNE E FRITTATA
Sara Maternini
Sara Maternini ha un food blog "The Kitchen Pantry"
kitchenpantry.blogspot.com e lavora come web editor e web cuoca per San Lorenzo srl
www.san-lorenzo.com

Per 4 persone

1 cucchiaio di olio
1 cipolla
1 peperone rosso
2 zucchine
4 fette di fesa di vitello
4 uova
2 cucchiai di vino di riso
2 cucchiaini di pasta di curry tailandese


Preparazione

Tritare la cipolla.
Tagliare il peperone a quadrotti e la zucchina a fettine.
Soffriggere la cipolla nell'olio, aggiungere le verdure e farle cuocere, lasciandole ancora al dente.
Aggiungere la pasta di curry e farla sciogliere.
Tagliare la carne a striscioline e aggiungerle alle verdure.
Aggiungere la salsa di soia (4 cucchiai circa) e gli udon. Cuocere per qualche minuto finchè
la pasta non sarà cotta (4-5 minuti al massimo).
Nel frattempo, sbattere le uova con il vino di riso e fare delle frittatine molto sottili. Una volta cotte
e ancora calde, arrotolarle su se stesse e tagliarle a striscioline.
Servire la pasta con le striscioline di frittata.

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano

Vincenza Benedetto

espone fino al 19 settembre 2008, allo Zen Sushi Restaurant di Milano,
via Maddalena, 1
Roma

Alessandro Sansoni

espone fino al 28 settembre 2008 allo Zen Sushi Restaurant di Roma,
via degli Scipioni, 243
Frammenti di terra e cielo
E' ciò che capita quando l'osservazione parte da lontano, dal concetto, prendendo le distanze dai dettagli, restando rappresa, imbrigliata, da pennellate lunghe e distese. E' così che quest'artista ottiene dei quadri che stanno sul bordo tra immanenza, fisicità, descrizione, e trascendenza, separazione, astrazione. Tocca, cerca il limite tra il concetto e la realtà. Si sa che il progresso nella ricerca della natura e' senza fine, tuttavia la pittrice si sofferma dove lo spazio tra realtà e immaginazione si fa sottile, senza sfumare in nuvole e polveri di colori, piuttosto materializzandosi in ondulazioni fatte con piani, pianure e distese. Alcuni dei suoi lavori, tratti dalle realtà calde, soleggiate e adombrate del sud mediterraneo, traggono verso il punto dove il confine e' sconfinato, dove c'è ciò che non si può completamente vedere e raggiungere. Si colgono delle linee, delle tracce, dei pianali, dei luoghi dove la natura è mare, terra, campi ma anche strati e substrati. La sua non è quindi una natura atmosferica né un paesaggio dove "viene voglia di entrarci per passeggiare". Sono piuttosto delle meditazioni circa la natura, cercata nel suo essere proprio e profondo, la natura in sé. Meditazioni che la pittrice porta a conoscenza con l'uso della luce che attraversa le ombre e gli strati di colori, che si espande e si concentra con dei movimenti ondulati ed estremi. Ritmica, interiore, movente, all'insegna della riproposizione di un respiro, di una ciclicita', delle cose, della natura, dei viventi. Tiene insieme delle idee con colori plasmati in disegni che inseguono immagini sensazioni. Si rifà al mondo sensibile visto da sotto, dalla parte del substrato, dei moti magmatici che fanno scorrere il tempo e la terra, cercando di dare il senso del mutamento e dei cicli senza ricorrere ad una immersione copiativa del dato naturale.

Parte da foto manipolate, affrontando una ricerca multipla, con diversi supporti, come smalti, pastelli, acrilici, in un contesto discorsivo che, attualmente, è quello di suggerire una via di fuga dalla alienazione dettata dai nostri tempi. Everyone, london update, skytrain, train station alcuni dei suoi più recenti titoli. Con formule foto pittoriche che agiscono sul suo vissuto personale e sul suo modo di cogliere certa nostra realtà contemporanea. Come il rapporto tra noi e il nostro muoversi per le città, il viaggiare, lo stare in un luogo. Sono quadri che rivelano punti di tormento, di ansia, momenti di sgomento, intricanti passioni, "virus di rose". L'artista interviene con varie tecniche e manipolazioni giocate sui piani dei tempi; il mezzo fotografico che impiega a frame e quello pittorico, a volte in tonalità più decorative altre utilizzato in modalità contemporanea. I suoi volti, i piedi, sottolineano la relazione vitale con la terra e con il terreno socio-quotidiano fatto, come alcune sue recenti tele mostrano, di rose e di "spine". Il divenire di azioni contemporanee, di vita che passa, dei luoghi dove la gente si muove, tradotto con i colori, vorticosi, spezzati, decorativi, e con immagini di ricordi. Sottolinea l'importanza del corpo della persona, essenziale presenza energetica dello "stare al mondo". Ragione e passione, le rose e le spine, la musica e le operazioni di pacificazione militare, l'amore e l'impossibilita' di sapere quanto è, le città e le persone che le abitano, fino ad arrivare al volto e al corpo. Ci sono momenti dove la sua pittura si fa tesa, rivelando delle contrazioni, delle pieghe, dei sottointesi negativi. Combina frame fotografici con una pittura fluida in un modo che questo mixing up possa generare dei frame of mind, ovvero artistici stati d'animo.

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