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Pagine Zen N° 76

novembre/dicembre 2008

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

L'immagine rappresenta una lama di tachi, una spada giapponese che veniva portata agganciata alla cintura dell'armatura, con il filo di taglio rivolto verso il terreno.

Questa spada, esposta al Museo Nazionale di Tokyo, è considerata Tesoro Nazionale.

Il fabbro che l'ha realizzata è Koryo Kagemitsu (periodo Kamakura, circa 1322) della Scuola Osafune Kagemitsu.

 

 
PRECAUZIONI E CURE DA PRESTARE A UNA SPADA GIAPPONESE prima parte

Luca Piatti


Federazione Italiana Scuole Marziali Multidisciplinari  
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: luca@kottoya.eu
In fondo all’articolo una breve nota chiarisce il significato di alcuni particolari termini.
Il testo, tradotto dal giapponese, con aggiunte, segue il manuale pubblicato dalla NBTHK - Nippon Bijutsu Token Hozon Kyokai (l’Associazione di riferimento per lo studio della spada giapponese).


Il popolo giapponese considera la Nipponto (spada giapponese) una forma d’arte, un tesoro nazionale, da conservare e preservare al fine di poter portare rispetto agli avi.
Ammirare la bellezza di una lama richiede molta cautela; chi la maneggia deve porre molta attenzione per evitare di ferirsi o ferire qualcuno. Altrettanta attenzione deve essere riposta per proteggere la lama dai graffi e dalla ruggine.
Per conservare una Nipponto
Una lama giapponese deve presentarsi in shirasaya o in koshirae . Deve essere riposta e trasportata in una busta in tessuto. E’ norma introdurre la spada nel sacchetto di tessuto partendo dalla parte terminale del fodero (kojiri), tenendo saldamente il saya (fodero), questo per evitare cadute accidentali.
Per trasportare una Nipponto
Per sicurezza e rispetto il porto della lama avviene tenendo l’arma perpendicolare al terreno, il saya è assicurato dalla sola mano destra, la tsuka (manico) si trova in alto e la lama è rivolta verso il basso. Questo metodo previene incidenti pericolosi.
Per estrarre la spada dal fodero
L’estrazione della spada dal sacchetto in tessuto o dal saya deve avvenire tenendo la tsuka in posizione leggermente più alta del fodero.
La lama deve essere posizionata con il tagliente verso l’alto, il palmo della mano sinistra deve essere rivolto verso l’alto e tenere saldamente il saya, la mano destra stringe lo tsuka.
A questo punto, usando una trazione costante, necessita sbloccare l’habaki. Se questo è ben serrato con il koiguchi bisogna mettere molta cautela per evitare di danneggiare l’apertura del fodero. Assolutamente sono da evitare movimenti repentini, probabile causa di ferite.
Sbloccato l’habaki, lentamente, si può estrarre completamente la lama dal fodero, curando che il tagliente non tocchi in nessuna parte il fodero.
Per reinserire la spada nel fodero
Analogamente all’ operazione di estrazione, il saya è nella mano sinistra e la tsuka nella mano destra. Con molta attenzione si posa il dorso del kissaki (la punta della lama) nella parte inferiore del koiguchi, si allineano il fodero e la lama con il tagliente rivolto verso l’alto, con lentezza si reintroduce la spada nel saya, con una leggera pressione si assicura la chiusura dell’habaki al fodero.
MANUTENZIONE
Una lama giapponese necessita di costanti cure, al fine di impedirne l’ossidazione della superficie.
Strumenti per la manutenzione:
Mekuginuki: simile a un piccolo martello, serve per estrarre il mekugi, perno in bambù o, più raramente, in metallo che serve a unire la lama al manico.
Uchiko: è la polvere dell’ultima pietra usata dal togishi durante l’operazione di forbitura. Di color bianco, viene usata avvolgendola, dapprima, nella carta chiamata Yoshinogami e poi riavvolgendola in una pezza di cotone di colore bianco o rosso. Per impatto con la superficie della lama la polvere attraversa i rivestimenti e si deposita sulla stessa.
Aburagami: è una carta molto leggera che permette di depositare abura sulla superficie della lama.
Niguigami: è una carta molto spessa e morbida, usata per rimuovere il vecchio abura, lo sporco, la polvere e per asciugare la superficie dalla lama.
Token Abura: termine giapponese che si traduce in olio di choji, un liquido di colore paglierino che serve per proteggere la lama dalla ruggine.

E’ buona norma la perfetta pulizia di tutti gli utensili, poiché un residuo di polvere o di materiale di durezza elevata sulla carta per detergere o per dare l’olio è causa di antiestetiche rigature sulla superficie della lama.

NOTE

Abura la traduzione letterale dal giapponese è olio, indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.
Forbitura termine che indica il peculiare modo di lucidare una lama giapponese.
Fuchi finitura in metallo posta all’ estremo superiore della tsuka, è in suite con il kashira
Habaki collare di metallo che fascia la lama sopra il nagako per fissare la lama nel fodero
Kashira finitura in metallo posta all’ estremo inferiore della tsuka, è in suite con il fuchi
Koi Guchi l'imboccatura per la lama nel saya
Koshirae il corredo completo montato sulla lama comprende: saya, tsuka, tsuba e kodogu
Kodogu tutti i piccoli oggetti in metallo che completano la montatura della lama
Kozuka manico del Kogatana
Kogatana piccolo coltellino inserito sul lato interno del fodero
Kozuka hitsu Alloggiamento nella tsuba del kozuka
Kogai spillone portato in un apposito alloggiamento nel fodero dalla parte opposta del kogatana
Kogai hitsu Alloggiamento nella tsuba del kogai
Nakago è il codolo della lama, la parte della lama che passando attraverso il fuchi e la tsuba si infila nella parte interna della tsuka
Seppa rondelle che fanno da fermo alla tsuba
Shirasaya montatura di riposo per la lama, realizzata in legno di magnolia.
Tanto un pugnale con una lama lunga non più di 1 shaku ( 30,3 cm ).
Togishi l’artigiano che realizza la forbitura della lama.
Tsuba guardia della spada giapponese
Tsuka impugnatura delle lame

Nel prossimo numero di Pagine Zen Luca Piatti spiegherà come avvengono la manutenzione e la conservazione della spada giapponese.
Tutti i diritti sono riservati. La riproduzione di quanto pubblicato è consentita solo con citazione della fonte e previa autorizzazione scritta.

UN ESEMPIO DA IMITARE

Il Liceo artistico Preziosissimo Sangue di Monza ha organizzato per martedì 4 novembre 2008 una mattinata interamente dedicata, nella forma del workshop, alla cultura del Giappone. L’evento ha previsto il coinvolgimento, nei diversi laboratori, di studenti e docenti coordinati da esperti e relatori esterni.
Magie d’oriente: origami ed haiku
Incontro diretto da Fabia Binci, esperta di haiku, e Luisa Canovi, paper designer
La via della spada
Incontro con il Maestro di Ken e Zen Nicola Casamassima
Collaboratori Matteo Baistrocchi e Mauro Santabarbara
L’inchiostro e il pennello.
Arte e natura nella tradizione giapponese
Incontro diretto da Marcello Ghilardi, assistente alla cattedra di Estetica dell'Università di Padova
Pratiche dell’abitare nella città giapponese
Incontro diretto da Luigi Urru, docente di Antropologia del Giappone contemporaneo all’Università di Milano Bicocca, ed Eva Cocca, videoartista
Muovere l’interiorità di dieci decimi e il corpo di solo sette.
Introduzione al teatro Noh
Incontro diretto da Monique Arnaud, shihan e docente allo IUAV

 Kottoya - Antiquariato giapponese di Luca Piatti

Torakan

 

Credenze antiche e pratiche rituali persistenti nel Giappone contemporaneo seconda parte
Rossella Marangoni

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it
 
La presenza ingombrante di queste credenze di cui forse oggi ci si vergogna un po’, ma che non si può evitare di seguire, è ascrivibile all’apporto delle dottrine taoiste giunte in Giappone all’epoca della massima sinizzazione (fra il VI e l’VIII secolo) e confluite nel mare magnum dei culti shintō. Si tratta di credenze cui il giapponese medio non sembra voler sottrarsi, ma che non vede in contrapposizione con una razionalità che è data dalla diffusione degli studi scientifici, o dalla tecnologia più sviluppata. Semplicemente i due aspetti convivono in un brodo di coltura favorevole, dato dalla consapevolezza di questa contiguità con il sacro, di questa accettazione della presenza dell’irrazionale e del fantastico nella realtà, che molti aspetti della vita e delle espressioni artistiche e performative nipponiche rivelano. Ma questa simultaneità ontologica con il divino ben espressa dalle concezioni shintō si rivela in un’altra manifestazione della persistenza degli antichi culti nella quotidianità del Giappone contemporaneo: è l’aspetto magico-sciamanico ancora osservabile nella regione del Tōhoku (Giappone nordorientale), come nelle isole Ryūkyū e a Okinawa (Giappone sudoccidentale). Infatti, come afferma Raveri : “L’uomo può percepire il divino ma non per via razionale, quanto piuttosto con un processo intuitivo ed emozionale. Spesso i kami si manifestano spontaneamente agli uomini nei sogni o in misteriose presenze e strani mostri incontrati nella foresta. Un tempo, durante il rito, possedevano il corpo di una medium e nella notte, alla luce delle torce, essa danzava stringendo lo specchio sacro e, roteando su se stessa, divinamente ispirata comunicava il volere del dio. Oggi la miko è una giovane donna del santuario che, composta e solenne, esegue la danza kagura durante i riti comunitari.”(1) Il ricorso a figure sciamaniche (soprattutto femminili) in grado di trasmettere i messaggi dei kami è antico. In Giappone erano le sacerdotesse dei santuari shintō, le miko, o personaggi liminari di indovine cieche, nel nord del Giappone (le itako) che, attraverso le trance e la possessione, trasmettevano alla comunità rurale in attesa le previsioni per il raccolto o per l’andamento complessivo dei lavori agricoli.

Pellegrine al Toji, Kyoto - Foto di Rossella Marangoni

Le miko furono le vere artefici di quel sincretismo magico che si diffuse fra la popolazione giapponese nel corso dei secoli. Poi, con l’influenza del buddhismo le esperienze estatiche vennero via via espulse dai santuari e divennero un fenomeno marginale, ma non scomparvero mai totalmente. Lo studioso Sasaki Kokan afferma che in Giappone vi sono generi particolari di possessione spiritica, con e senza la presenza di trance. Attraverso queste possessioni il divino manifesta la propria volontà: direttamente, penetrando in una persona e parlando per bocca di lei ma in prima persona (medium); o influenzando una persona che potrebbe parlare in seconda persona, con le sue stesse parole ma in conformità con le ispirazioni inviate dallo spirito (profeta).

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In Giappone si osservano entrambi questi tipi di possessione, ma quello che interessa, per individuare il significato socio-culturale dell’iniziazione sciamanica, è la natura della chiamata divina. Sintomi fisici (come perdita di peso, inappetenza, insonnia) si accompagnano a disturbi mentali, come allucinazioni, visioni, sogni, incubi: da ciò la famiglia del posseduto deduce che si tratta di kamidari, una forma di possessione spiritica che indica che la vittima è stata soggiogata da kami e spiriti. Chi viene preso dal kamidari? Sasaki spiega: “Coloro che hanno sofferto del kamidari, hanno sperimentato qualche dolore critico precocemente, come una morte improvvisa in famiglia, il divorzio, l’incostanza del marito, un improvviso cambio di ambiente, povertà estrema, fallimento, malattia prolungata o una cattiva salute di causa sconosciuta. Individui suscettibili, impotenti nella loro angoscia, incominceranno gradualmente a mostrare sintomi del kamidari. I giapponesi spesso credono che la buona e la cattiva sorte sia in qualche modo legata al mondo del soprannaturale; perciò può essere abbastanza facile, per chi attraversa un momento di avversità, attribuire la propria condizione a cause soprannaturali. Il kamidari è talvolta chiamato kamigurui, ‘follia divina’. Così, resa folle dagli dei e dagli spiriti, una persona in difficoltà sarà capace di riadattarsi alla società senza essere considerata pazza in termini laici. Generalmente parlando, la possessione spiritica ha l’importante funzione di dissolvere la frustrazione personale e, allo stesso tempo, di mantenere l’ordine sociale.”(2) Questo dal punto di vista soggettivo di colui che è posseduto. Ma un’ulteriore funzione sociale va attribuita all’aspetto sciamanico della concezione del sacro autoctona nipponica, ed è quella che Sasaki spiega nel modo seguente: “Nella vita giapponese attuale è ancora viva la fede nella possessione spiritica, sia in termini astratti sia in termini concreti. I giapponesi visitano pubblicamente i templi buddhisti e i santuari shintoisti ma, allo stesso tempo, visitano privatamente medium per ottenere informazioni divine riguardo ai problemi delle loro vite quotidiane. Alcune persone dicono persino che, mentre il buddhismo e lo shintoismo sono le religioni omote, ‘di facciata’, la possessione spiritica e lo sciamanesimo restano le religioni ura, ‘dell’intimo’. In realtà le due sfere sono complementari in molte situazioni.”(3) È evidente che l’aspetto magico-sciamanico dell’esperienza del sacro giapponese richiama a una pluralità di aspetti impossibili da considerare qui.(4) Vale però la pena di sottolineare la connessione fra sciamanesimo e culto dei morti. Le sciamane, infatti, oltre a parlare per conto dei kami che le possiedono, avevano e hanno ancora il ruolo di evocare lo spirito dei defunti, di mettere in connessione il mondo della nostra esperienza e la “dimensione altra”, quel mondo che l’immaginazione dei vivi riempie di creature inquietanti: poteri divini, spiriti amichevoli e vendicativi e strani spiriti animali che si ritiene influenzino la condizione esistenziale umana. Articoleremo più avanti meglio questa necessità di interagire con gli spiriti dei morti. continua

NOTE
(1). Massimo RAVERI, “Shintō” in AA.VV., Manuale di storia delle religioni, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 424
(2). SASAKI Kokan, “La possessione spiritica come religione indigena in Giappone e a Okinawa”, in Julien RIES (dir.), Trattato di antropologia del sacro, volume IX: Grandi religioni e culture nell’Estremo Oriente. Giappone, Milano, Jaca Book, 2006, p. 310.
(3). SASAKI Kokan, ibidem.
(4). Per chi volesse approfondire, il testo di riferimento fondamentale resta: Carlen BLACKER, The Catalpa Bow, a study of shamanistic practices in Japan, London, Gorge Allen and Unwin Ltd, 1975..
International Okinawa Goju-Riju


IL PERSONALE AZIENDALE IN GIAPPONE
Dalla categoria "cane" alla categoria "gatto"
Rosario Manisera
Articolo apparso sulla rivista "Quaderni di Management"

“15 anni perduti” del Giappone hanno provocato un lento ma profondo cambiamento nella mentalità, nel comportamento e nei valori di riferimento delle risorse umane delle aziende. Il management deve adeguarsi. La crisi finanziaria degli inizi degli anni ’90 e successivamente la stagnazione e recessione economica del decennio seguente hanno costretto il Giappone a una profonda riflessione critica sul proprio passato e sulla strada da imboccare per il futuro. Attualmente la società giapponese si trova di fronte a sfide inedite (fig. 1)

fig.1


che, se affrontate con il tradizionale impegno e uno spirito nuovo, porteranno - seppure con il passo lento dall’evoluzione tipica delle culture dei popoli - a trasformazioni sostanziali nel paese. Per vincere queste sfide sono coinvolte tutte le espressioni della società, dal governo al singolo individuo, dalla scuola al mondo delle aziende. Anche per le aziende, sia industriali sia dei servizi, il lungo periodo di travaglio non è trascorso invano. Dopo le necessarie ristrutturazioni, sono anch’esse alla ricerca di un nuovo modo di essere e di operare; sono in cammino per rispondere alle nuove esigenze del mercato e della globalizzazione raggiungendo livelli di eccellenza sempre più elevati (fig. 2).


fig.2

Tra le quattro categorie di stakeholder – azionisti, società civile, clienti, dipendenti - a cui deve rendere conto ogni azienda, sono le risorse umane che in Giappone hanno avuto i cambiamenti più rilevanti. Il personale delle aziende, che costituisce il loro patrimonio più importante, è l’elemento che è stato maggiormente influenzato dai fenomeni tipici della fine del secolo scorso e l’inizio dell’attuale. I giapponesi sono ora 127 milioni: secondo le più recenti proiezioni questo dato evidenzia il picco della popolazione. Questa d’ora in poi tenderà a diminuire e gradualmente a invecchiare. Secondo il Ministero degli affari interni e delle comunicazioni, nel 2040 i giapponesi fino a 14 anni saranno il 9,3% della popolazione mentre quelli sopra i 65 anni saranno il 36,7%. La forza lavoro tenderà a diminuire e la generazione di coloro che hanno portato il Giappone ad essere la seconda potenza economica mondiale si avvia verso il pensionamento. In questa situazione, i dipendenti aziendali tradizionali, caratterizzati da una mentalità e uno stile da “cane”, secondo una colorita espressione di uno studio dell’Istituto di Ricerca Nomura, cedono il passo ai dipendenti il cui animale di riferimento è il “gatto”. I tipi “cane” hanno caratteristiche del tutto diverse da quelle dei tipi “gatto” (fig. 3). Nell’epoca di produzioni di grandi serie, a forte intensità impiantistica, la categoria canina ha contribuito in modo determinante, con la propria fedeltà e obbedienza all’azienda, allo sviluppo del paese e all’aumento della produttività. In questo modo ha svolto con efficacia la propria funzione generando valore per sé, l’azienda e la società. In un’epoca, invece, che fa riferimento alla conoscenza ed è caratterizzata dalla creazione di conoscenze, sono importanti coloro che individualmente sono capaci di generare valore. È importante, in questo periodo, sviluppare e generare prodotti e servizi competitivi, migliorandoli costantemente. Per questo motivo la nostra è l’epoca che genera tipi gatto e le aziende hanno bisogno di persone che abbiano caratteristiche da gatto. Si tratta di una conversione progressiva, a tutti i livelli, dei dipendenti aziendali in “gatti”, anche se per un tipo cane a volte è difficile trasformarsi in gatto e, comunque, questa metamorfosi richiede tempo. Intanto le due categorie di persone coesistono nelle stesse aziende - aziende che a loro volta si potrebbero classificare in aziende con caratteristiche canine (le grandi aziende tradizionali) e in aziende con caratteristiche gattesche (nuove aziende di IT, aziende di consulenza, fondi di investimento…). FeimoIl ceto manageriale, spesso di tipo cane, trova sempre più difficile gestire i subordinati tipo gatto. Il più delle volte ha difficoltà a comprenderne la mentalità e, tuttavia, continua a chiedere loro un comportamento tipico da cane. Da questa difficoltà nasce, nelle aziende giapponesi, l’esigenza di un nuovo genere di management. Il già citato istituto di ricerca intravede il nucleo di questo nuovo tipo di management del personale nell’elaborazione di piani e strategie aziendali che si basano sul “rinen” e sulla “vision” dell’azienda. Saranno proprio i principi fondamentali e filosofici dell’azienda (rinen) e la visione da essa espressa a costituire la nuova forza di gravità per il personale aziendale.

Associazione Culturale Italo Giapponese Fuji

fig.3

 

ZEN
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "il Cerchio"


L’ESSERE UMANO COME UN LABORATORIO ALCHEMICO

La concezione cinese più antica vede l’uomo come un laboratorio alchemico all’interno della natura, il più grande laboratorio alchemico. La materia che costituisce il corpo stesso, la sua parte fisica, è continuamente lavorata e rielaborata in processi e reazioni di natura fisico-chimica, elettrofisiologica ed elettromagnetica che nell’insieme consentono e sviluppano il suo vivere in continua relazione con l’ambiente interno-esterno: questo universo di cui siamo parte. Acqua, aria, terra, fuoco, vento che fa respirare le foreste… gli elementi naturali costruiscono e costituiscono l’essere umano fatto di acqua e fuoco, di aria, di terra e dei frutti della terra: quel mondo vegetale dal quale tutto il ciclo vitale ha origine e trae nutrimento. Non dimentichiamo che i cinesi furono i primi distillatori e che distillare significa ricavare l’essenza. Maestri di alchimia sia sul piano materiale sia sul piano spirituale, gli antichi cinesi vedono il corpo come un laboratorio energetico, un laboratorio alchemico con tre forni di lavorazione e trasformazione della materia grezza in raffinata essenza. In questo laboratorio ci sono tre crogioli o “fornelli”, tre livelli di produzione del calore, di trasformazione dell’energia: il focolare inferiore, il focolare medio e il focolare superiore. Questi tre crogioli, o tre Tan T’ien, lavorano in strettocollegamento fra loro, e l’equilibrio e armonizzazione delle loro funzioni costituisce la possibilità di buona condizione di vita per l’uomo. Il Tan T’ien inferiore (pertinenza della sfera genitale sessuale-spinta vitale), il Tan T’ien mediano (pertinenza della nutrizione e assimilazione, tesaurizzazione e distribuzione), il Tan T’ien superiore (pertinenza della circolazione e respirazione e della elaborazione sottile delle essenze) lavorano in stretto collegamento fra di loro, armonizzando ed equilibrando tutte le altre funzioni vitali. Per operare con le energie sottili e produrre trasformazione alchemica furono sperimentate e codificate tecniche di combinazione respiro e movimento: Qi Gong, Tai Ji e varie tecniche meditative (ad esempio anche tecniche di produzione e circolazione della saliva all’interno di pratiche meditative).

Tratto dal libro ZEN SHIATSU del Maestro Tetsugen Serra Fabbri Editori – 2005

Crespi Bonsai
Enso- ji - Monastero Zen - Il Cerchio

Genji il principe splendente
di Gian Carlo Calza - Collana Pesci Rossi- Electa Editore - Milano
 

Dedicato a Fosco Maraini, principe splendente della cultura giapponese, il libro di Gian Carlo Calza consente di “entrare in un mondo dove eleganza bellezza e stile regnano sovrani sulle vicende descritte”: la società della capitale imperiale Heian (Kyoto) dei secoli IX-XII, un paese chiuso, isolato dal continente asiatico, che contiene un altro paese chiuso, quello della corte, al cui interno si trova il microcosmo delle nyobo, l’élite delle dame. Nel più ovattato di questi scrigni, gineceo dell’aristocrazia, si svolge la storia del principe Genji, luminoso per intelligenza, bellezza, cultura e raffinatezza, l’uomo ideale. A mille anni dalla stesura del Racconto di Genji (Genji monogatari) per opera di una dama di corte ricordata con l’appellativo di Murasaki – lo stesso nome della protagonista della storia – Shikibu, della quale si sa poco, cui si devono però anche una raccolta di poesie e un diario, l’autore introduce il lettore al più importante romanzo della letteratura giapponese classica, quasi totalmente controllata dalle donne che scrivevano in “volgare”, cioè in giapponese – mentre gli uomini dovevano per la massima parte scrivere in cinese.Gian Carlo Calza - Genji il principe splendente
Nel saggio iniziale, in una scrittura limpida, l’autore disegna il quadro storico, dipana efficacemente l’intreccio del romanzo (54 capitoli, più di mille pagine), descrive con argomentazioni originali la cultura che vi è sottesa “frutto di una perfetta fusione tra l’approccio più speculativo sino-indiano del buddhismo, con la struttura politico-sociale, d’origine cinese, del confucianesimo, ma soprattutto la religiosità shintoista, quindi autoctona e primigenia, della natura”. Questa si rivela in alcune, poetiche pagine del racconto (presenti all’interno del volume nella traduzione einaudiana più classica) di una realtà sublimata che ruota intorno alle lotte per il potere, agli amori, ai successi politici, mondani, letterari, architettonici, pittorici ma anche intorno alle sofferenze, incomprensioni, gelosie, invidie, tradimenti: il che rende forse Genji il primo romanzo psicologico della letteratura universale.

 

Nello spirito della collana dei pesci rossi che conta ormai diversi Libreria Azalaisaggi brevi di storia dell’arte, il volume è poi fondamentalmente dedicato alla più antica illustrazione rimasta del racconto, i rotoli dipinti di circa un secolo posteriori e a loro volta capolavoro sommo della pittura giapponese di ogni tempo. L’immaginario derivato dal Genji all’arte figurativa è infatti incalcolabile e perdura per otto-nove secoli fino al paesista Hiroshige nell’Ottocento e ai manga di oggi. Dopo aver affrontato criticamente nel testo iniziale tutti i nodi formali del genere, dello stile e della tecnica pittorica del tempo, nell’album sono pubblicate in Italia per la prima volta, con un commento dettagliato alle singole tavole, tutte le diciannove illustrazioni rimaste, più alcune, squisite, calligrafie. Nelle tavole e nei particolari di un’ arcaica, struggente bellezza scopriamo l’assonanza sentimentale tra l’uomo e la natura, tra il dentro e il fuori. In padiglioni arredati, giardini e camminamenti di legno sospesi sulle acque, sulle foglie, fra le colline, trascorrono le stagioni mutevoli come la realtà dei protagonisti, uomini e donne dai volti identici come non ancora segnati dall’esistenza, che si distinguono piuttosto dalle acconciature e dai sontuosi abiti. Vivono “al di sopra delle nuvole” i membri della corte e malgrado i pittori dell’epoca fossero sicuramente in grado di riprodurre le diverse fisionomie, si preferì forse creare delle maschere Quaderni asiaticiperché ciascuno vi si potesse riconoscere. Non bisogna dimenticare tuttavia che allora si viveva soprattutto di notte e la gente, specialmente le donne, non si vedeva molto in viso. Persino Genji scopre la bellezza della prima moglie sul letto di morte di lei e consente al figlio di vedere Murasaki solo una volta spirata. Ciò nulla toglie alla potenza espressiva delle immagini, sapientemente costruite per un’architettura dell’anima. Sono le parole non dette, le pose introspettive, le sacre conversazioni, i singoli gesti a trattenere o a tradire le emozioni. 

TAMA LA GATTA DA UN MILIARDO DI YEN
Matteo Rizzi
 

smileTama, classe 1999, bella gatta in ottima salute dal manto a squama di tartaruga con chiazze bianche. Professione capostazione!
Il 5 gennaio 2007 con una cerimonia tenuta da Mitsunobu Kojima (dirigente della Wakayama Electric Railway), Tama è stata designata ekichò (capostazione) della stazione di Kishi, capolinea di una linea ferroviaria locale che si snoda nella parte settentrionale della prefettura di Wakayama. Ad aiutarla nel suo «lavoro» sono gli assistenti mamma gatta Miiko e un altro bell’esemplare di nome Chibi, entrambi con ruolo di «assistente ufficiale».Tama - la gatta da un miliardo di yen
Tama porta sempre un cappellino da capostazione fedelmente riprodotto su misura e la sua medaglia con inciso il nome. Capita di arrivare in stazione e trovarlo con dei completini fantasiosi che a seconda delle stagioni fungono da divisa. Raggomitolato nella sua cesta a forma di fragola, o a spasso per la stazione, Tama controlla quel che avviene attorno e il viavai di tante persone che da ogni parte del Giappone vengono a trovarla.
A distanza di un anno, il 5 gennaio 2008 è stato promosso «Super ekichò» ed ora anche una medaglia blu con una grande S fa bella mostra di sè al collo di Tama. Quante cose sono accadute in pochi anni! La mamma gatta Miiko un mese prima di partorire Tama e Chibi si stabilì nei pressi della stazione e dopo la loro nascita di loro si occupò la signora Koyama che gestisce il negozio accanto.
La Nankai Electric Railway, società che precedentemente gestiva la linea, attraversava una grave crisi che la costrinse ad una politica di drastica riduzione dei costi, fino alla decisione di sopprimere completamente la tratta. Ma grazie ai movimenti di protesta che da subito si sollevarono, la tratta ferroviaria fu acquisita dalla Okayama Electric Tramway, rilanciata col nome di Wakayama Electric Railway e guidata dall’illuminato presidente Kojima. Proprio a lui venne l’idea del gatto capostazione.
Così, mentre anche sull’economia nipponica si stavano addensando le scure nubi della crisi economica mondiale, in questo luogo vicino alla città di Kinokawa un gatto portava un indotto di tanti yen.
Il Prof. Katsuhiro Miyamoto della Kansai University ha stimato il business legato al cosiddetto «effetto Tama» in quasi 1,1 miliardi di yen nel 2007. Circa 55 mila utenti in più rispetto all’anno precedente, un incremento di 15 milioni di yen solo con i biglietti ferroviari. Circa 27 milioni di yen è rappresentato poi dal merchandising: alla Ichigo Densha Goods Shop si possono acquistare i più svariati gadgets di Tama, come ad esempio magliette, cappellini, accessori per i cellulari, miniature, cartoline, matite, mentre in  tutto il Giappone sono reperibili i volumi fotografici pubblicati da Shūeisha e i DVD.
Altri particolari gadgets riguardano invece i treni che percorrono questa “originale” linea ferroviaria. L’«Ichigo Densha» (Treno Fragola) è caratterizzato da carrozze bianche sulle quali appaiono fragole stilizzate, il logo della Wakayama Electric Railway; anche negli interni molto curati salta subito all’occhio questo design tematico. Quando è la stagione delle fragole sono organizzati delle feste mangereccie ed i passeggeri che salgono sull’Ichigo Densha trovano dei contenitori pieni di fragole da mangiare. Altro treno caratteristico è l’«Omocha Densha» (Treno Giocattolo) chiamato anche Omoden; le sue carrozze interamente rosse hanno la particolarità di contenere delle scaffalature con vari tipi di giocattoli, una serie di macchinette che distribuiscono piccoli oggetti originali e un box per far riposare o giocare in sicurezza i bambini più piccoli. Chiaramente è questo il treno preferito dai bambini.

L’incredibile risultato economico è comunque il frutto del fascino esercitato da Tama che, se realmente non svolge il mestiere di capostazione, senza dubbio svolge quello di maneki neko in carne ed ossa. Un bel rapporto costi/ricavi se consideriamo che lo stipendio di Tama e i suoi assistenti è corrisposto sottoforma di cibo per gatti e talismani per la longevità.
Per il risalto mediatico dato dalla televisione e dai giornali Tama è diventata una vera e propria star e probabilmente qui a Kinokawa è ormai più popolare di Hallo Kitty.
Attorno alla sua figura sono sempre organizzati diversi eventi: poche settimane fa si è tenuta una festa per mostrare il design col quale si realizzerà il “Tama Densha”, il Treno di Tama, che entrerà in servizio dalla prossima primavera. Anche la comunità locale si sente in qualche modo coinvolta, tanto che i giovani si prestano volontariamente a mantenere pulita la stazione o a riverniciare le strutture perché tutto sia sempre in ordine.
Nei tanti servizi girati dalle televisioni è simpatico il fatto che traducano i suoi continui miagolii con frasi come «farò del mio meglio per essere un buon capostazione», anche se dal tono capiamo quel che realmente vuol dirci: «ora però toglietemi queste robe di dosso e lasciatemi vivere un po’da gatto!».     Kathay

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Visita l'archivio di Zen Arte
Francesco Sonvico Milano - Francesco Sonvico
espone fino al 14 novembre allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1


Tracce, segni, macchie, paesaggi, dal terreno complesso ed animato di una natura vista e sentita come fonte primaria ed essenziale di vita e di riflessione. La natura ritratta nei suoi attimi, brevi o meditati, di esistenza, durante i passaggi vitali del suo essere dinamica all'interno, capace di chiarezza e sregolata fantasia. Una natura che l'artista riproduce con carte sottili sospese a tinte sfumate o stratificate. Procedendo con una pittura a volte frammentaria, altre lineare, coglie esistenze reali e fatti puramente casuali. La natura che si compone e ricompone nei suoi cicli, nei suoi attimi di apparente immobilità, oppure gravitante, vibrante, come semplice espansione di colori, o come processo di polverizzazione. Si vedono macchie, addensamenti e rotture, abbracci e polverizzazioni, si coglie il divenire e l'interruzione dei processi vitali. Si riconoscono le velature e le trasparenze prodotte dalle terre e dai pigmenti marroni e verdi. Sfuma e stende a pennello i colori, mescolandoli con carte sottili e creando effetti simili ad acquarelli. Da alla natura un'anima capace di trasmettere  immagini definite, uniformi e chiare nei loro contorni, riconoscibili e riconducibili a qualcosa di già visto circolare nel mondo reale, come il corpo di una farfalla, oppure gioca sugli effetti casuali ottenendo prospettive insolite. Conoscere i segreti di maestra natura, di ciò da cui tutto dipende e a cui tutto si riconduce, di ciò che è magicamente reale, semplicemente e straordinariamente vis vitalis, è l'elettrizzante e ambizioso obiettivo della sua pittura. .

Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai, nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
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Roma - Grazia CicchinèLoredana Baldini
espone fino al 23 novembre allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni 243

Presenta una serie di lavori giocati con emblematica finezza sul binomio dualistico tra interiorità individuale ed esteriorità mondana. I suoi oggetti raccolgono la potenza creativa dell'artista traducendola in monito e messaggio universale. Il lavoro "scatola ma(dre) donna nera", realizzata con mezzi scultorei e inserti è, per esempio, evocazione della figura della madonna nera e richiamo all'integrazione delle donne di colore. Le sue tecniche non si basano su velocità, getto e immediatezza, piuttosto prevale la riflessione, la raccolta, la composizione, la meditazione e il raccordo. Utilizza figure circolari, quadrate, rettangolari; si va dalle pitture, ai collage, alle resine, alle terre, fino all'uso di carte, stoffe e fili di ferro. Ottiene risultati sorprendenti quando, grazie alla sovrapposizione di elementi diversi, consegue effetti simili ad ombre e chiaroscuri. Sono immagini che insorgono, sorgono, dai battiti del suo interno, dai moti che la percorrono e che, pur avendo legami con un passato antico, ancestrale e simbolico, hanno tuttavia la forza di esprimere il presente tramite un processo estetico di disvelamento e riconoscimento dei contenuti. Utilizza neri, bianchi, rosati e marroni tesi al rosso, con cuciture interne che ridanno il senso e il significato di ciò che, profondo, intimo, inconfessato, si pone, in controluce, rispetto a ciò che sta e che è esterno. Ogni cosa che utilizza risulta come retroilluminata, come il riflesso di una parola, di un significato e quindi di un linguaggio. Probabilmente la teoria "olistica" del linguaggio è quella che meglio spiega la sua arte. Questo perché la sua ispirazione deriva dal contagio con più oggetti che le stanno intorno, recuperate dal mondo presente o utilizzate nel passato per simboleggiare credenze archetipiche relate al mondo della natura, ai cicli di bene e male, nonché i processi di illuminazione e conoscenza. Il messaggio individuale diviene con lei da immagine-segno grammatica estetica, da composizione privata mezzo per incontrare il sentire e l'essere comune. .

Arte del Ricevere