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Pagine Zen N° 77

dicembre 2008/gennaio 2009

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
Un'immagine suggestiva per un libro bello e interessante

Un'immagine suggestiva per un libro bello e interessante

 

 
TAIKO
I tamburi giapponesi. Tradizione e rinnovamento.

Mogi Hitoshi
a cura di Mario Carpino

GO BOOK Editore 2008
www.go-book.it

Buon AnnoUn viaggio nel mondo dei tamburi giapponesi che l’Occidente sta iniziando ad apprezzare grazie alle esibizioni di gruppi di percussionisti come i Kodō, gli Osuwadaiko, gli Ondekoza e molti altri. L'autore, profondo conoscitore della musica tradizionale giapponese, ci spiega in modo semplice e rigoroso le caratteristiche costruttive e timbriche dei diversi tipi di tamburo e passa in rassegna le particolarità delle tecniche esecutive. Ma ci introduce soprattutto alla conoscenza e all'apprezzamento dell'ambiente culturale in cui questa forma d'arte affonda le proprie radici: il rapporto particolare dei giapponesi con la natura e con le sue manifestazioni più imponenti, come i grandi alberi che sono la materia prima per i tamburi; le cerimonie religiose tradizionali, in cui la voce possente del taiko funge da intermediario tra gli uomini e la divinità; le forme raffinate del teatro classico (e kabuki) a cui tamburi di vario tipo forniscono l'accompagnamento ritmico; fino all'incontro con la musica occidentale e al risveglio del sentimento nazionale dopo la disfatta della Seconda Guerra Mondiale, che in modo diverso hanno contribuito alla nascita del percussionismo odierno. Il discorso sul taiko diventa allora un mezzo per gettare uno sguardo in profondità sulla cultura giapponese nel suo complesso; è solo a questo livello che possiamo iniziare a capire “la nostalgia e la vibrante emozione” che questo strumento suscita nel cuore dei giapponesi.

Mogi Hitoshi
è nato a Tōkyō nel 1957. Dopo essersi laureato presso la Facoltà di lettere dell'Università Aoyama Gakuin (letteratura giapponese), ha lavorato per il Nihon Geijutsu Bunka Shinkōkai (Japan Arts Council) presso il Teatro nazionale di Tōkyō; nel Performing Arts Department si è occupato di spettacoli folclorici (rassegna Nihon no taiko), di gagaku, di pianificazione, produzione, regia e comunicazione con il pubblico. Attualmente è direttore del Reparto beni culturali dell'Ufficio per la promozione della cultura locale del Funding Department del Japan Arts Council. È coautore di diversi libri dedicati alla musica tradizionale giapponese, tra cui Hōgaku disuko gaido (Guida ai dischi di musica tradizionale giapponese) e 200 CD hōgaku (200 CD di musica tradizionale giapponese).Torakan

TaikoDalla prefazione di Luciana Galliano intitolata “Il suono dei gravi”:

…Al di là di un primo livello di condivisione emotiva, con il suono del taiko si
apre per l’ascoltatore occidentale un articolato mondo di significati e funzioni. Il
grande tamburo è fatto tramite, attraverso la sua voluminosa materialità, del rapporto fra il sociale e il naturale nelle innumerevoli forme di ritualità tradizionale e di devozione animista che scandiscono la vita delle diverse regioni dell’arcipelago giapponese. Di più, il taiko si è caricato, in tempi recenti, di significati legati al percorso della modernizzazione e ne è nato un genere, denominato “taiko creativo”, che media fra le forme tradizionali popolari e i diversi impulsi della modernità. Fra questi il primo può essere, evidente il nome, quello di allinearsi alla concezione di individualità creativa di un Occidente già vincente in termini di cultura materiale e tecnologica. Ma un altro importante aspetto è senz’altro quello di trovare un luogo contemporaneo ad una pratica antica, importante e diffusa.

…Nel primo libro che codifica la cultura giapponese, il Kojiki (VII-VIII sec.), la
rappresentazione creativa del reale passa attraverso la nominazione stessa degli déi kami che, nel loro essere, definiscono e fanno essere i diversi fenomeni. Con la minuziosa nominazione e definizione di ogni dettaglio della prassi, attraverso una strenua formalizzazione stilistica, diverse arti giapponesi mantengono una loro essenza “originaria” attraverso lo scorrere del tempo. Rispetto alla pratica del taiko, che condivide tali modalità della cultura giapponese, seguiamo nel libro di Mogi le tracce di un percorso vagamente iniziatico: anche la tecnica/dottrina del taiko si presenta infine come una pratica, un moderno michi, (strada, in altra lettura dô come in jûdô o sadô ecc.) in cui è presente quel senso di iniziazione che affascina e conquista il neofita occidentale.

Mario Carpino ha donato una veste italiana – fatica nascosta sapientemente nel
testo – e resi accessibili, con un impressivo apparato di note, concetti estranei e complicati, significati legati a oggetti materiali e a costumi totalmente ignoti al
pubblico italiano. Se il lettore di lingua inglese ha possibilità di scelta fra diversi libri, il lettore italiano trova in questo compendio sul taiko un ottimo primo approccio.

 

PRECAUZIONI E CURE DA PRESTARE A UNA SPADA GIAPPONESE seconda e ultima parte

Luca Piatti
- www.giapponeinitalia.com
 

Federazione Italiana Scuole Marziali Multidisciplinari  
Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: luca@kottoya.eu

Il testo, tradotto dal giapponese, con aggiunte, segue il manuale pubblicato dalla NBTHK - Nippon Bijutsu Token Hozon Kyokai (l’Associazione di riferimento per lo studio della spada giapponese).

In fondo all’articolo una breve nota chiarisce il significato di alcuni particolari termini.

Come avviene la manutenzione della spada

Servendosi del mekuginuki si estrae il mekugi, per permettere la rimozione della tsuka, che avverrà dopo aver estratto la lama dal fodero.
L’estrazione del nakago dal manico avviene tenendo la tsuka con la mano sinistra dalla parte del mune (dorso) e picchiando con la mano destra, stretta a pugno, sulla sinistra. I primi colpi devono essere leggeri, per saggiare il fissaggio; gli altri vanno regolati di conseguenza. Quando il codolo è libero, la lama viene estratta con la mano destra.
Due raccomandazioni: la prima è di sostituire sempre il mekugi rimosso con uno nuovo; la seconda è di avere una particolare precauzione per le lame con nakago corto, i tanto, che potrebbero fuoriuscire al primo leggero colpo, creando una pericolosa situazione.
Se presenti si levano le seppa e la tsuba, giungendo all’habaki, che verrà rimosso usando i pollici e gli indici di entrambe le mani. Se oppone resistenza, dopo averlo avvolto con uno straccio per proteggerlo, verrà rimosso colpendolo dalla parte del mune con un martello di legno.
Ci troviamo fra le mani la lama nuda, che verrà pulita usando la Nuguigami. La carta verrà appoggiata sul mune fino a raggiungere il tagliente, partendo dall’habaki. Usando il dito indice ed il pollice si premerà la carta su tutta la lunghezza della lama, sempre nello stesso senso, rimuovendo il vecchio olio e la polvere. Attenzione particolare si deve avere nella pulizia del kissaki (la punta), evitando pressione o frizione.

Lama di kogatana, forgiata in periodo Shinshinto, decorata con un testo e una immagine inerenti la vita della poetessa giapponese Ono no Komachi.

Se lo sporco è molto tenace si può usare una garza intinta in alcool puro.
Battendo stendere in modo uniforme la polvere di Uchigo sulla lama, su entrambi i lati, partendo dal forte per giungere al kissaki. Con un nuovo pezzo di carta rimuovere tutto l’Uchigo dalla lama. Ora è possibile ammirare e studiare la nipponto in tutti i suoi particolari, verificandone la presenza di ruggine, difetti o altri danni.
La lama è pronta per la stesura dell’olio con la Aburagami. La carta è stata precedentemente intinta con la giusta quantità di Token Abura, non troppo abbondante, per evitare di sporcare l’interno del saya e non troppo scarsa per permetterne una stesura uniforme. La carta viene passata sulla lama diverse volte, per avere la certezza di averne ricoperto l’intera superficie.
Ricominciamo a rimontare la spada: reinseriamo l’habaki e inseriamo la lama nel fodero. Montiamo ora: la prima seppa-dai, la tsuba, la seconda seppa, lo tsuka.

Ora estraiamo la lama dal fodero, teniamo la spada per il manico con la mano sinistra e con la lama rivolta verso l’alto, battiamo sul kashira col palmo della mano destra, fino a quando il manico si assesta sul codolo, permettendo il reinserimento del mekugi.

Come conservare la spada giapponese
Dopo aver acquistato una nipponto necessitano precauzioni per preservare la lama dall’ossidazione, dalla formazione di ruggine e proteggerla da eventuali graffi.
Per evitare la formazione di ruggine bisogna sottoporre la lama a costanti oliature usando lo Token Abura. La ruggine si crea nei punti dove la lama tocca il fodero. Se il saya è nuovo necessita risagomarlo. I foderi il cui interno è sporco e contaminato dalla ruggine vanno sostituiti.Kottoya - Antiquariato giapponese di Luca Piatti
Al koshirae realizzato per poter portare la spada è necessario abbinare una montatura in shirasaya, la semplice montatura di legno di magnolia, nella quale è preferibile “far riposare la lama” perché, qualora la superficie della nipponto cominciasse ad arrugginirsi, il fodero di legno potrebbe facilmente essere diviso nelle sue due valve e pulito all’interno, per poi essere rincollato con colla di riso. Non è possibile usare colle chimiche per saya e tsuka.
La rimozione della ruggine è lavoro per professionisti. E’ bene evitare operazioni “fai da te”, come il distacco dell’ossido usando carta abrasiva o paste diamantate. Queste operazioni potrebbero aggravare la situazione, distorcendo le geometrie della lama e aumentando notevolmente il lavoro del togishi.
A seguito dell’operazione di forbitura la lama pulita diviene particolarmente vulnerabile alla ruggine, per la presenza di particelle di acqua nelle microporosità dell’acciaio. La pulitura e oliatura ogni dieci giorni per sei mesi, permetterà la sostituzione dell’acqua con il Token Abura. Dopo questo periodo la lama ha raggiunto stabilità e il ciclo di pulizia e oliatura può avvenire ogni sei mesi.
La scelta del luogo dove conservare una nipponto deve essere molto accurata. Deve essere riposta in ambienti secchi, in posizione orizzontale, per evitare il deflusso del Token Abura lungo la lama e il conseguente accumulo sul kissaki, entro scatole di legno o di lacca; non deve essere lasciata nelle vicinanze di naftalina o canfora che potrebbe essere causa di ruggine. 

Tutti i diritti sono riservati. La riproduzione di quanto pubblicato è consentita solo con citazione della fonte e previa autorizzazione scritta.

NOTE

Abura la traduzione letterale dal giapponese è olio, indica una sostanze liquida, grassa e untuosa di origine vegetale.
Forbitura termine che indica il peculiare modo di lucidare una lama giapponese.
Fuchi finitura in metallo posta all’ estremo superiore della tsuka, è in suite con il kashira
Habaki collare di metallo che fascia la lama sopra il nagako per fissare la lama nel fodero
Kashira finitura in metallo posta all’ estremo inferiore della tsuka, è in suite con il fuchi
Koi Guchi l'imboccatura per la lama nel saya
Koshirae il corredo completo montato sulla lama comprende: saya, tsuka, tsuba e kodogu
Kodogu tutti i piccoli oggetti in metallo che completano la montatura della lama
Kozuka manico del Kogatana
Kogatana piccolo coltellino inserito sul lato interno del fodero
Kozuka hitsu Alloggiamento nella tsuba del kozuka
Kogai spillone portato in un apposito alloggiamento nel fodero dalla parte opposta del kogatana
Kogai hitsu Alloggiamento nella tsuba del kogai
Nakago è il codolo della lama, la parte della lama che passando attraverso il fuchi e la tsuba si infila nella parte interna della tsuka
Seppa rondelle che fanno da fermo alla tsuba
Shirasaya montatura di riposo per la lama, realizzata in legno di magnolia.
Tanto un pugnale con una lama lunga non più di 1 shaku ( 30,3 cm ).
Togishi l’artigiano che realizza la forbitura della lama.
Tsuba guardia della spada giapponese
Tsuka impugnatura delle lame

Spice Restaurants

I periodi Jōmon, Yayoi e gli albori della musica Giapponese

Edmondo Filippini - www.giapponeinitalia.com

 

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) possono contattare l'autore al seguente indirizzo: filippiniedmondo@yahoo.co.jp

I primi periodi della storia musicale giapponese sono irti di problemi e controversie che a tutt'oggi sono ben lungi dall'essere risolti a causa della mancanza di fonti valide e dalla contaminazione col mito che gli stessi giapponesi, stanziatisi nello Yamato (le attuali prefetture di Osaka, Nara e Wakamiya) costruirono successivamente. A differenza di quanto accade in occidente, di cui ci rimangono una cinquantina di minuti del repertorio musicale greco (peraltro molto discutibili) dei periodi antichi le uniche testimonianze a cui possiamo affidarci in maniera incontrovertibile sono gli strumenti musicali sopravvissuti. Del periodo preistorico, che finisce nel 300 A.C. ci sono rimasti solo alcuni fischietti di pietra forata, chiamati ishibue,in grado di emettere non più di quattro o cinque note, rintracciabili in fattura simile anche in altri scavi della vicina Corea, mentre altrettanto interessante è un altro strumento oggi conservato al Gakkigaku Shiryōkan del Kunitachi College of Music, una dorei (fig.1), campana, la cui datazione al Jōmon, nonostante le decorazioni tipiche, è profondamente messa in discussione; infatti nessun altro esemplare simile o assimilabile a questo tipo è stato sino ad ora rinvenuto, rendendo impossibile esprimersi in maniera certa.

DoreiCon la successiva civiltà che prenderà il nome di Yayoi (il suo nome deriva dalla zona di Tōkyō, Yayoi-chō, in cui per la prima volta vennero rinvenuti i primi manufatti di questo periodo) che si concluderà nel 250 D.C., grazie soprattutto alle migrazioni delle popolazioni del continente sull'arcipelago giapponese, si iniziarono ad impiegare attrezzi di metallo e di bronzo, nonché a fare dell'agricoltura uno dei punti di forza dell'economia interna, avviando un processo che porterà il Giappone sulla via di una stratificazione gerarchica che da lì a qualche secolo avrebbe visto nascere in Yamato la prima dinastia regnante. Anche gli annali cinesi, in particolare il Wei Chih del 297  e lo Hou Han Shu del 445, restituiscono oltre all'immagine in una terra solcata da divisioni sociali anche quella di una  popolazione dedita soprattutto Associazione Culturale Italo Giapponese Fujiall'agricoltura ed amante delle pantomime, dei canti e delle danze. E proprio a questo periodo risale una controversia musicale che dura ancora oggi: nel 1943, a Toro, vicino alla città di Shizuoka, venne rinvenuto un wagon, cetra giapponese, databile intorno al 250 D.C.,che farebbe di questo strumento, anticamente ritenuto di origine continentale, un prodotto genuino delle popolazioni giapponesi antiche. Ma questa non è l'unica testimonianza della vita musicale nello Yayoi, proprio grazie alla migrazione delle popolazioni straniere si rese possibile la forgiatura delle dōtaku (fig. 2) o nuride, particolari tipi di campane, costruite in bronzo, spesso usate senza batacchi e, forse, utilizzate anche come simbolo d’autorità.
Il luogo di ritrovamento nelle zone del Kantō, nel Kansai (zona di Ōsaka), nello Shikoku ed in misura minore nella regione di Chūgoku, ha fatto ipotizzare ad alcuni studiosi, tra cui Harich-Schneider, di una possibile immigrazione che entrasse dal nord del Giappone e proseguisse verso sud, senza arrivare alle isole Kyūshū, andando in controtendenza all'idea di una possibile popolazione

dell'arcipelago proveniente da sud, che comunque non spiega la completa assenza di manufatti di questo periodo nelle isole sopra citate e nel sud dello Shikoku. Anche uno degli antichi annali giapponesi, lo Shoku Nihongi, riporta come nel sesto anno dell'epoca Wadō, il 713 D.C.,un uomo del villaggio di Namusaka, di nome Udagōri, ritrovò una dōtaku nella terra di Nagaokanu, alta tre shaku (90 cm) e di uno shaku di diametro ( 30 cm) con una forma non ordinaria (per lo standard del periodo in cui viveva l'uomo) ed un suono in accordo con la scala musicale a quel tempo vigente, il che apre ulteriormente la possibilità a nuove ipotesi, essendo le scale musicali tutte di importazione cinese non prima del VI-VII secolo. Per decreto imperiale venne ordinata la sua preservazione negli anni ma non è oggi identificabile, ammesso l'episodio come veritiero, con quelle in nostro possesso e purtroppo nulla rimane su come queste avessero parte nella reale pratica musicaledōtaku.
Al di là dell'aneddoto, il fatto riportato rimane comunque curioso, soprattutto perché è facile chiedersi come mai queste campane venivano trovate in luoghi isolati, lontane dai centri abitati e vicino ai pendii delle montagne invece che preservate in templi o altre istituzioni dell'epoca. Molto probabilmente queste erano utilizzate nei templi solo durante le festività e per il resto dell'anno dovevano rimanere nascoste come oggetti segreti, sino a quando tale pratica non venne completamente abbandonata, decretando contemporaneamente anche lo smarrimento ed il non recupero delle campane ancora sepolte. Le forme di queste campane sono riassumibili in due tipologie, entrambe con decorazioni  inerenti la natura. La prima, che è anche la più antica e di dimensioni ridotte, è stata rinvenuta anche in alcuni luoghi della Corea mentre la seconda, più diffusa ed a volte di dimensioni maggiori, è stata fino ad ora rinvenuta solo su territorio giapponese.
L'ultimo strumento certamente risalente a questo periodo è lo tsuchibue, di forma ovale con un numero di fori variabile da quattro a sei, simile Feimoall'ocarina e derivante quasi certamente dal flauto cinese xun. A conferma di questa parentela vi è un ritrovamento del 1966 di uno strumento in tutto uguale a quello cinese ad Ayaragi no Godaichi nella prefettura di Yamaguchi. Chiamato in tempi più recenti ken o kon, ma con uguale scrittura, la sua origine in Cina è ben più antica della sua prima comparsa e si attesterebbe tra il 6000 ed il 5000 A.C. circa.

Edmondo Filippini è Dottore Magistrale con una tesi sulla Storia della musica giapponese dall'antichità sino al primo periodo Heian.
Studia il teatro Noh con la Maestra Monique Arnaud.

Credenze antiche e pratiche rituali persistenti nel Giappone contemporaneo
OFURO il bagno, la purezza e la rinascita
terza parte
Rossella Marangoni

 

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it

Come abbiamo già avuto modo di osservare, lo shintō è la religione della purezza, una purezza rituale, cioè fisica, reale, meglio, un’assenza di contaminazione, una condizione che può essere raggiunta dall’individuo indipendentemente dalla sua volontà. Nessun discorso di carattere morale inerisce a questo stato. Piuttosto, questo stato intacca l’interazione uomo-kami, alterando quel rapporto armonico che rappresenta la condizione ideale di compenetrazione osmotica di uomo-natura-kami, questo “sentimento di coesistenza, di compenetrazione e persino di identità uomo-natura che costituisce il dato stesso della vita dei giapponesi e sarà il fondo sul quale andranno a proiettarsi tutte le influenze esterne… il culto shintō nella sua forma più primitiva non è che l’espressione ‘religiosa’ di questo rapporto primordiale”.(1)  È l’impurità ad offendere i kami, un’impurità che avvolge l’individuo in uno stato di “peccato” (tsumi, dal verbo tsutsumu, avvolgere, nascondere) che inevitabilmente attirerà la punizione celeste (tatari). Solo la corretta esecuzione dei riti di purificazione potrà evitare l’ira dei kami.
È possibile ipotizzare che l’identificazione della purezza con lo stato ideale per l’individuo sia all’origine della nozione di purificazione rituale attribuita al bagno (ofuro) dai giapponesi. Nella cultura giapponese, infatti, il bagno è un’attività di carattere sacro. Ciò ha a che fare anche con una concezione del mondo dell’individuo legata a una dicotomia fondamentale: interno ed esterno. Tutto ciò che viene dall’esterno (dall’esterno della propria casa, della propria famiglia, della propria comunità e – al limite – del proprio Paese) può portare contaminazione e, come tale, va purificato. Questa concezione informa ogni aspetto della vita sociale nipponica, condizionando profondamente anche la vita quotidiana del singolo. Fare il bagno allora porta l’individuo a purificarsi della “sporcizia esteriore”, della contaminazione del mondo per rientrare nella sicurezza di un interno pulito. Così come ci si risciacqua mani e bocca all’ingresso di templi e santuari per entrare in contatto con i kami in condizione massima di purezza, così la sera, appena rientrati in casa, ci si immerge, secondo un attento rituale, nelle acque purificanti della vasca da bagno.
La cultura del bagno, in Giappone, è un fatto sociale. Da sempre i giapponesi si sono immersi in vasche comuni, nei bagni pubblici (sentō) che sopravvivono ancora oggi non solo nei villaggi ma anche nelle megalopoli, come luogo di un piacere condiviso e di incontro e di scambio. E la cultura del bagno si manifesta appieno nelle onsen, le numerosissime località termali in cui vasche immense di acque benefiche e ribollenti, spesso all’aperto in mezzo ai boschi, accolgono gruppi di amici e gitanti.International Okinawa Goju-Riju
Ovunque ci si trovi, il rituale è lo stesso: ci si spoglia interamente nell’antibagno e, fuori dalla vasca, ci si insapona e ci si risciacqua per mezzo di catini o piccole docce poste a pochi centimetri dal pavimento. Solo dopo essersi perfettamente pulito il soggetto entrerà nella vasca di acqua bollente e potrà rilassarsi. Se la vasca è comune verrà raggiunto da altre persone; se è a casa propria nella stessa vasca e nella stessa acqua - che dovrà quindi restare pulita - si immergeranno a turno tutti i componenti della famiglia.

Ingresso di bagno pubblico (sentō), Takayama
Ingresso di bagno pubblico (sentō), Takayama

Simone Dalla Chiesa interpreta questo rituale in modo suggestivo: “Vedo in questo rituale la simbologia della morte e della rinascita. Le saponette giapponesi si sciolgono facilmente, e con la salvietta si produce una ricca crema bianca, con la quale ci si ricopre meticolosamente ogni centimetro quadrato del corpo. Ma il bianco è colore del lutto, della morte, e il bagno di spuma segna la morte del corpo.

Poi si entra nell’acqua calda della vasca, che è un utero rigeneratore, e si rinasce. Tutta la famiglia nella stessa acqua, a volte insieme (genitori e figli, nonni e nipoti) a segnare la sostanziale unità della famiglia nell’atto generativo. Rinascendo così, i membri della famiglia annullano i cambiamenti che il mondo esterno aveva imposto ai loro corpi, e tornano ad essere i se stessi dell’origine. Si capisce così che non è normale fare l’ofuro di mattina: i sentō aprono sempre a metà del pomeriggio; e l’ospite che volesse lavarsi appena alzato per prepararsi a lasciare la casa offenderebbe la famiglia.

In termini simili si possono spiegare i bagni alle terme onsen. Il turismo termale è un viaggio per spogliarsi delle convenzioni, delle maschere imposte dalla vita cittadina e ritrovare il sé vero delle origini. L’acqua termale, anche se incanalata e sufficientemente ‘addomesticata’, permette questa trasfigurazione più radicale perché proviene dal ventre della montagna e le sue vasche, di pietra o ricavate da pozze naturali, riproducono le forme dell’utero di roccia.”(2)
Il bagno sarebbe dunque una purificazione rigeneratrice dell’individuo, capace di liberarlo dalle “scorie” della vita quotidiana per riportarlo a quello stato originario di contiguità con i kami e la natura, di armonia ideale del cosmo che lo shintō costantemente ricerca.

(1) MORI Arimasa, La pensée japonaise, Paris, Institut de langues et civilisations orientales, 1969.

(2) Simone DALLLA CHIESA, Il tempo, una spirale di pietre preziose, Milano, Cuem, 1997, pp. 80 e 81.

ZEN
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "il Cerchio"

POESIA D'INVERNO

ESSERE RICETTIVI TUTTO IL GIORNO, NON CONFLITTUALI

Durante la giornata incontriamo sicuramente molte persone, amiche o estranee, e non sempre il nostro atteggiamento è di comprensione aperta. Se però vogliamo veramente essere immersi nella vita, dobbiamo adottare una mente ricettiva.
Per sviluppare la comprensione bisogna essere sempre ricettivi, cioè aperti a tutto e a tutti.
Quando qualcuno ci parla, ascoltiamolo con la mente aperta, non aspettiamo solo il momento in cui ha finito di parlare per dire la nostra, ma ascoltiamo ogni sua parola senza giudicarla. Dobbiamo essere come un contenitore vuoto, affinché le parole dell’altro giungano alla nostra mente senza che vengano intercettate dai nostri preconcetti, altrimenti ascolteremo solo ciò che abbiamo in mente noi e non ciò che ci sta dicendo l’altro. Il risultato di essere ricettivi consiste nella chiarezza mentale della realtà che ci sta comunicando l’altro. Potremmo non essere d’accordo su ciò che ci stanno dicendo, ma è necessario ascoltare con la mente in silenzio per valutare veramente le parole dell’altro e la sua realtà. Non giungiamo alla conclusione alle prime parole che ascoltiamo; spesso la realtà dell’altro non è differente dalla nostra, sta solo esprimendosi in modo differente da noi, sta usando parole e concetti diversi. L’incomprensione fra gli uomini è spesso solo un fraintendimento delle parole. Ascoltare senza entrare subito in discussione non è facile, ma dobbiamo essere consapevoli che il dibattito è inutile, nessuno può raggiungere la verità attraverso il dibattito.Nella storiadell’uomo i grandi filosofi si sono scontrati in continui dibattiti cercando di dimostrare la propria ragione di verità. Tutte le discussioni creano uno stato d’animo che ci allontana sempre più dall’altro e non ti permette di capirlo; qualunque cosa dica l’altro viene fraintesa dalla nostra mente tutta intenta a dimostrare la sua ragione. Una mente tesa ad avere ragione, a dimostrare la propria verità, non può essere una mente aperta e ricettiva, ma una mente ottusa che comprende poco, perché per capire è necessaria una mente aperta. Il fine dovrebbe essere sempre la verità, non la vittoria, ma quando noi discutiamo cerchiamo sempre la vittoria. Nella discussione quasi sempre cerchiamo di dimostrare le nostre ragioni, non siamo alla ricerca della verità. Il nostro ego negativo vuole avere ragione, non è interessato alla verità assoluta. Non dobbiamo tuttavia assumere l’atteggiamento remissivo di aver paura di discutere. La discussione diventa terreno fertile di conoscenza se non abbiamo paura di perdere, se non si trasforma in torto o ragione; ciò è possibile solo se manteniamo la mente aperta alle parole che l’altro ci comunica.

Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra
Fabbri Editori – 2005

Ki no Tsurayuki

  Fuyugomori
omoi kakenu o
  ko no ma yori  
hana to miru made
yuki zo furikeru

In pieno inverno
mai si aspetta la fioritura:
ma tra gli alberi,
quasi petali volteggianti,
ecco, fiocca la neve.

Poesia tratta da Kokin waka shū
Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne

Testo giapponese e trascrizione
a cura di Sagiyama Ikuko

Edizioni Ariele – 2000 Milano

Enso- ji - Monastero Zen - Il CerchioLibreria Azalai
Dal 13 dicembre 2008 al 16 gennaio 2009 allo Zen Sushi Restaurant di Milano avrà luogo la mostra "Happy Flowers!"
www.yozgallery.com

Crespi BonsaiKathay

 
ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Visita l'archivio di Zen Arte
Izumi Fujiwara Milano - Izumi Fujiwara
espone fino al 12 dicembre allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1


Giovane e polivalente artista giapponese produce sogni e disegna storie che toccano l’immaginario più intimo e velato di chi, adulto, sa ancora apprezzare la bellezza della scoperta dell’infanzia o di chi, ancora nell’età dell’
infanzia, riconosce il piacere di fantasticare. La sua produzione è qualitativamente originale e, nondimeno, interessante sotto il profilo tecnico. Sono infatti diverse le materie artistiche con le quali è venuta in contatto; dalla scrittura poetica, alla fotografia creativa e come reportage, per arrivare alla decorazione murale, all’illustrazione e più recentemente alla
pittura e al disegno. I suoi lavori in questi ultimi ambiti si sono poi
sviluppati in varie direzioni, realizzando sia opere monocrome che policrome. Tale versatilità ha probabilmente come retroscena, non soltanto un interesse specifico dell’artista per la ricerca e la sperimentazione, ma, di più, si fonda in un suo modo di essere, di vedere nel viaggio qualcosa di essenziale alla propria esistenza. Il concetto di esplorazione rappresenta perciò la trama dei suoi lavori, il loro tessuto. L’andare in bicicletta, il
vagabondaggio, la navigazione, il volo, diventano per lei parole evocatrici del potere della fantasia di rappresentarsi e quindi della possibilità di sognare.
Se dunque l’evasione onirica è la tematica di ogni suo disegno o pittura, l’
infanzia, le donne, i giovani, i suoi referenti preferiti. La meraviglia di
fronte ad una sua opera è dettata dalla sua abilità di raccontare, anche il
già sentito o il già visto, esprimendo un gusto estetico contemporaneo in un
modo alternativo. Si possono trovare vari esempi di questo quando, per esempio, illustra Pinocchio oppure quando, immagina le avventure del pescatore Urashima Taro. Ciò che quindi quest’artista mette in scena è l’arte di sognare, di desiderare, di veicolare visioni che offrano idee, prospettive per continuare a sperare, per non smettere, attraverso il gioco, di realizzare spazi attrattivi capaci di  dislocare un altrove dove la regola vitale sia la trasmissione di creatività.
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai, nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it

 

Roma - TìahTìah
espone fino al 21 dicembre allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni 243


In scena, attraverso una forza magnetica che li rende unici e speciali alcuni gioielli della serie Tìah. Cose che fanno del momento del dono o dell’acquisto un momento unico e irripetibile. La loro luce, il loro colore, la loro capacità di essere speciali. Quanto pocanzi esposto è, tuttavia, un punto di vista alquanto generico, qualcosa che potrebbe essere benissimo riferito a qualunque prezioso, mentre la collezione qui esposta è qualcosa di diverso dal comune modo di intendere un pezzo di oreficeria, è infatti una filosofia. Ma dove sta la differenza? Cosa li rende così speciali? Dal punto di vista della produzione va intanto detto che essa raccoglie diversi generi di prodotti, andando dalle collane, agli orecchini, ai braccialetti, sino ad oggetti, comunque esteticamente interessanti, come il portachiavi o i gemelli. Tuttavia al di là dell’ampia gamma è ancora un’altro l’aspetto interessante da evidenziare. E’ un qualcosa che coinvolge, in un binomio esclusivo, la fabbricazione del pezzo e le richieste della clientela. Oltre a speciali e artigianali tecniche di fabbricazione Tìah offre la possibilità di personalizzare il gioiello rendendolo qualcosa che all’estetica aggiunge il valore dei sentimenti. E’ infatti attraverso il mezzo fotografico che il gioiello diventa realmente speciale, perché diviene veicolo per conservare accesa la memoria, anche visiva, delle persone che si amano, di chi rappresenta quanto di più prezioso. Questa scelta produttiva non è soltanto nobile esaltando quanto di più importante la vita ci offre, i sentimenti, ma anche perché riveste un importante interesse artistico. Infatti, pensando alla fusione tra fotografia, un’arte che si fonda sulla riproducibilità meccanica, e metalli pregiati, che invece rispondono ad un’arte antica, di indossare la bellezza, la perfezione, racchiuse in un’aura di irraggiungibilità, unicità, ritualità, simbolicità, infruibilità, si può cogliere la forza e la novità del messaggio provocato della gioielleria Tìah: e’ come portare con sé la forza dirompente della modernità pur conservando il fascino del mistero dell’ antico passato.

Arte del Ricevere