home page
cultura
cultura
ristoranti
eventi
cucina
shopping

Zen Sushi Restaurant compie 7 anni

 

Pagine Zen N° 78

gennaio/febbraio 2009

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
Un'immagine suggestiva per un libro bello e interessante

2009 - L'anno del bufalo giallo

 

 

KODOMO-E
L?incanto delle stampe giapponesi per l?infanzia .
Manuela Moscatiello

si ringrazia www.nipponica.it

L’anno del Bufalo Giallo (o di terra) 26.01.2009-13.02.2010
Fabio Smolari       White Snake

www.serpentebianco.org

Tra il 17 ottobre 2008 e l'11 gennaio 2009 si ?tenuta, presso il Museo Civico Archeologico di Bologna l?esposizione Estro e Splendore. Stampe giapponesi del XIX secolo. Mostra della collezione Contini. La mostra, suddivisa in sei sezioni in cui figuravano complessivamente 159 opere, ha proposto, per la prima volta in Italia, 20 bellissimi esemplari di stampe per l?infanzia (kodomo-e), a conclusione di un percorso espositivo ritmato, tra l?altro, dalla presenza di rare stampe di Osaka e da opere di Utagawa Kunisada (1786-1865), Kuniyoshi (1797-1861) e Hiroshige (1797-1858). Fu a partire dal tardo periodo Edo (1603-1867), quando ai figli dei chōnin (lett. cittadini), la nuova classe emergente, composta perlopi? da artigiani, piccoli imprenditori e mercanti, fu riconosciuto un ruolo importante non solo nell?ambito familiare ma anche all?interno della struttura sociale, che nacque in Giappone una cultura artistica e letteraria destinata ad un pubblico infantile.

kodomo-e

Utagawa Shigenobu (Hiroshige II, 1826-1869)
Titolo: Nuova edizione d'innumerevoli specie di pesci (1847-1848)

Un?ampia produzione xilografica e libraria specialistica si diffuse rapidamente documentando, come una sorta di immensa enciclopedia illustrata, le esperienze quotidiane dei bambini. ?intrattenimento di un pubblico composto da grandi e piccini, ma anche quelle destinate ad uso e consumo dei pi? piccoli, vale a dire ideate esclusivamente per il divertimento e l?istruzione infantile. Pi? precisamente l?espressione kodomo-e indica una delle tre grandi categorie sotto cui sono raggruppate le stampe che implicano un qualsiasi riferimento al mondo dell?infanzia. La prima di queste categorie comprende le oyako-e, immagini in cui i bambini sono ritratti in compagnia delle loro madri nelle tipiche attivit?di tutti i giorni: mentre mangiano, fanno il bagno, etc. La seconda categoria, quella delle kodomo-e, include stampe in cui gli unici protagonisti sono i bambini. Immagini di questo tipo testimoniano, tra l?altro, la variet?dei giochi praticati dai bambini del periodo Edo, e il vasto repertorio di giocattoli di cui potevano disporre. La terza categoria, le omocha-e (immagini-gioco), cui appartengono le stampe per l?infanzia esposte in mostra, si differenzia dalle prime due in quanto designa stampe non destinate alla contemplazione, ma prodotte e utilizzate per il divertimento e l?apprendimento dei pi? piccoli. Si tratta di fogli realizzati per essere ritagliati, incollati e trasformati talvolta in bamboline, lottatori di sumō, eroi popolari, talaltra in carte da gioco o in libri e rotoli (emakimono) in miniatura.

Oltre ad un’ampia gamma di manuali scolastici, durante l’epoca Edo l’insegnamento era supportato dall’utilizzo di numerose stampe pedagogiche che, attraverso l’uso di colori sgargianti e composizioni accattivanti, rendevano più piacevole l’apprendimento soddisfacendo le infinite curiosità dei bambini. Vi erano stampe ideate per facilitare lo studio dell’abbecedario o per imparare a conoscere il valore dei diversi tipi di monete e banconote. Le monozukushi-e, le così dette stampe enciclopediche, raffiguranti sulla superficie dello stesso foglio innumerevoli esempi di una tipologia di oggetto o di specie vegetali o animali, contribuivano ad arricchire il vocabolario dei bambini. La forte tiratura di kodomo-e pubblicate nel tardo periodo Edo fu resa possibile grazie ai bassi costi del procedimento di stampa su legno, che consentiva di produrre grandi quantità di fogli e rivenderli a prezzi modici. Il successo ottenuto e l’elevato numero di richieste attirarono l’attenzione di molti artisti ukiyo-e, tra cui Hokusai, Hiroshige, Kuniyoshi, che si dilettarono nella creazione di composizioni originali. Sebbene si tratti di fogli-gioco, destinati a durare, nella maggior parte dei casi, solo poche ore, questi artisti non si risparmiarono nella cura dei dettagli e nello studio degli accostamenti di colore. È un vero miracolo se un esiguo numero di omocha-e sia scampato all’insaziabile brama dei bambini e alla frenesia dei loro genitori di accontentarli in ogni modo. Non lasciatevi sfuggire l’occasione di ammirare la loro policromia e la magia che sprigionano.

Manuela Moscatiello
Ha discusso una tesi di dottorato sul giapponismo di Giuseppe De Nittis nel 2007 presso l'Université Paris IV-Sorbonne in cotutela con l'Università di Bologna. Collabora attualmente con il Centro Studi d'Arte Estremo-Orientale e l'Università di Bologna. Le sue ricerche vertono principalmente sugli scambi culturali e artistici tra Europa e Giappone nel XIX secolo.   
É stata membro della commissione scientifica delle esposizioni Giuseppe De Nittis. Impressionista italiano (Roma, Milano, 2004-2005) e Estro e splendore. Stampe giapponesi del XIX secolo. Mostra della collezione Contini (Bologna, 2008-2009). Il suo intervento al convegno internazionale dedicato ad Hayashi Tadamasa (Tokyō, 11-13 nov. 2005), figura negli atti recentemente pubblicati (2007). Sono in corso di pubblicazione la sua tesi di dottorato (edizioni Peter Lang) e l'articolo Léontine e Giuseppe De Nittis. Lettere inedite a  Edmond de Goncourt e a Jules Jacquemart (Fondazione Cini)

Il prossimo 26 gennaio, con la nuova lunazione, l’anno del Topo lascerà il posto a quello del Bufalo (o bue, che dir si voglia) e tutti ci chiediamo cosa vorrà dire per le nostre piccole esistenze.

Ma l’astrologia, come tutte le attività cinesi, è una “scienza” complessa e per conoscere il responso degli astri è necessario rapportare le situazione stellare contingente alla propria, attraverso un’articolata valutazione delle stelle della fortuna (e della sf….ortuna), secondo il meccanismo dei 5 Agenti, dei 10 Tronchi Celesti, dei 12 Rami Terrestri, dello yin e dello yang, ecc. Insomma gli indovini cinesi devono pure giustificare la parcella!  A proposito, memori della passata predizione, che vedeva un anno del Topo economicamente fortunato, oggi non osano essere troppo ottimisti e predicono un anno del Bufalo prudente e irto di insidiose difficoltà, come dire: Wall Street influenza anche le stelle. 

Il bufalo è un simbolo molto presente nella tradizione cinese: è la forza, la mansuetudine, la solidità, l’affidabilità, è il compagno inseparabile dell’uomo nella coltivazione dei campi. Nella Cina neolitica era venerato dalle popolazioni del sudovest. Un mito antico racconta della sanguinosa battaglia tra l’Imperatore Giallo e la feroce tribù di Chiyou, dalla testa di ferro con corna di bufalo. Laozi, il grande saggio taoista, lasciò il mondo diretto ad Occidente sul dorso di un bufalo e sempre sul dorso del bufalo suona il flauto un giovane contadino.

Il bufalo è stabile e costante, ma non è diplomatico, anzi, è piuttosto iracondo e talvolta irrazionale e quando s’infiamma diventa un toro scatenato. E’ il caso di Li Kui, detto Bufalo di Ferro, uno dei 108 briganti di Liangshanbo, un gigante nero e ottuso con il brutto vizio di sbrindellare gente a destra e a manca con le sue due affilate asce.

Ma torniamo al Capodanno Cinese. Pare cosa da poco, ma per i cinesi questo Capodanno presenta un bel problema: come augurare Buon Anno del Bufalo? Infatti la parola “bufalo/bue” (牛 niu) ha un utilizzo poco elegante nel linguaggio corrente. In senso positivo, vuol dire “fico, ganzo”, in senso negativo “goffo, grezzo, stupido, villano”. In entrambi i casi si tratta di espressioni gergali un po’ fortine, per nulla adatte ad essere inserite in un augurio.

Cosa consigliano allora gli esperti? Sul piano dell’etichetta di evitare la parola “bufalo” e sostituirla con altre formule più generali, adatte ad ogni situazione. Sul piano astrale di mantenersi prudenti, solidi e tenaci, sicuri che le qualità del bufalo porteranno così coronamento alle imprese. Infine, nel ciclo zodiacale il bufalo è considerato yin, femminile, e anche l’elemento ciclico dell’anno entrante, cioè la terra, è yin, femminile. A maggior ragione sono dunque favorite le opere di consolidamento.

Ah dimenticavo… il presidente eletto Barack Obama è del segno del bufalo!

 

Torakan
International Okinawa Goju-Riju

BONSAI
Armonia tra pianta e vaso
A cura di Crespi Bonsai

per gentile concessione di Bonsai&News - Crespi Editori

 

Come scegliere la forma del vaso rispetto al disegno del bonsai? Cosa guida la scelta al momento del trapianto? In giapponese si chiama hachi-utsuri l’armonia tra pianta e vaso. Regole e principi non portano necessariamente ad una buona scelta, ma possono essere d’aiuto come punto di partenza per una valutazione più ampia e complessa.

Esemplari a tronco eretto
Gli esemplari a tronco eretto si accompagnano a vasi rettangolari oppure ovali. In linea di principio, per enfatizzare un tronco che si erge diritto il vaso ovale, con il suo profilo morbido, è anche più efficace del vaso rettangolare che richiama, con le sue linee, la verticalità del tronco. Bonsai
In effetti, guardando i bonsai del passato, sono molti gli esempi che confermano tale principio. Tuttavia, ai giorni nostri è più frequente l’uso di vasi rettangolari per gli alberi a tronco eretto e si vedono spesso bonsai che esprimono eleganza e dignità in armonia con le linee del vaso.
Sempre nell’ambito del tronco eretto il diametro determina la scelta della profondità: un tronco grosso e poderoso richiederà un vaso più profondo e, a parità di diametro, le conifere richiedono una profondità maggiore rispetto alle latifoglie.
Importante è anche l’ampiezza della chioma, che si sposa ad un vaso con il bordo più largo. Bordo verso l’esterno, bordo verso l’interno, bordo sottile o più ampio sono tutti elementi legati all’aspetto della chioma e servono ad accentuare l’impressione di stabilità.
Normalmente il tronco eretto è tipico delle conifere, ma se ne ammirano esemplari dall’aspetto imponente e maestoso anche tra le latifoglie.

Esemplari a tronco sinuoso
Questa forma del tronco comprende una miriade di varianti, di conseguenza non si può indicare una forma di vaso genericamente adatta a tutti i tronchi ad andamento sinuoso. Sebbene in linea di principio il vaso rettangolare possa enfatizzare la morbida sinuosità del tronco, spesso il vaso ovale ne accentua l’eleganza e la grazia.
Inoltre, come accennato nel caso del tronco eretto, è necessaria una certa profondità del vaso per un tronco sinuoso grosso ed imponente, mentre un vaso poco profondo si adatta meglio ad un tronco fine e flessuoso, del quale enfatizza l’eleganza e la leggerezza.
L’ampiezza del bordo è legata, anche in questo caso, all’ampiezza della chioma; cosicché una chioma ampia richiederà un bordo più largo.
Rispetto ai bonsai del passato oggi si preferiscono in generale i vasi meno profondi. Tuttavia questi comportano l’uso di una quantità minore di terra e, per conseguenza, richiedono maggiore attenzione nelle cure di coltivazione.
Inoltre ai giorni nostri c’è la tendenza alla scelta di vasi di forma più compatta, quindi meno ampi. In altre parole la preferenza ricade su vasi tendenzialmente piccoli rispetto all’albero che contengono, per enfatizzare l’impatto visivo di quest’ultimo.Comunque non mancano alberi accompagnati a vasi più comodi nelle dimensioni e nel disegno, che accentuano la stabilità dell’esemplare.
Gli alberi che presentano tronco e ramificazioni fini armonizzano meglio con un vaso meno profondo. Quando un tronco imponente è posto in un vaso poco profondo non si sente lo spazio che circonda l’insieme.

Esemplari a tronco inclinato o spazzato dal ventobonsai
In generale un tronco inclinato verso un lato o con rami concentrati maggiormente su di un lato richiede un vaso che trasmetta una solida impressione di stabilità. Non importa che sia rettangolare, ovale o rotondo, ma deve dare stabilità al tronco. Il vaso che soddisfa questo requisito ha normalmente un bordo ampio.
Pur parlando di tronco inclinato, il tronco sottile di un albero bunjin può sorprendentemente apparire più stabile e attraente in un vaso piccolo. Al contrario si può rappresentare un paesaggio più vasto usando un vaso ampio, che lasci sufficiente spazio sul lato del movimento del tronco.
In questo modo, secondo il tipo di vaso che si utilizza, un tronco inclinato può suscitare un effetto molto diverso

bonsaiEsemplari con tronco a cascata o semicascata
In questi casi sia il tronco che la ramificazione hanno portamento marcatamente discendente, pertanto occorre un vaso piuttosto profondo per mantenere la necessaria stabilità d’insieme. In linea generale la forma maggiormente usata è quella quadrata, più raramente rotonda.






bonsaiEsemplari a tronco multiplo e composizioni a bosco

Nella composizione a bosco i tronchi sono numerosi e piuttosto sottili, per creare l’effetto visivo di un bosco naturale; per accentuarne l’espansione si utilizza in genere un vaso poco profondo, comunemente ovale.
Per gli esemplari a tronco multiplo o a ceppaia si può usare il vaso rettangolare oppure ovale, secondo il carattere del tronco.

bunjin



Esemplari bunjin

Presentano un tronco esile e slanciato, con ramificazione fine. Per esprimere pienamente il carattere del tronco il vaso deve essere tendenzialmente piccolo e senza bordo. Tuttavia, se il tronco è marcatamente inclinato e occorre favorire la stabilità dell’insieme è consigliabile scegliere un vaso, per quanto piccolo, che abbia un bordo di una certa presenza visiva..

A proposito di colore

Queste indicazioni aiutano la scelta in termini di forma, tuttavia è bene tenere in considerazione che il materiale (vaso smaltato o non smaltato) e per conseguenza tutta la gamma di colori che esso consente hanno una loro importanza. In linea di principio si può dire che le conifere non si accompagnano armoniosamente ai vasi smaltati, ma sono valorizzate da contenitori dall’aspetto più sobrio. Al contrario per le latifoglie si usano preferibilmente vasi smaltati, il cui colore valorizza l’aspetto o l’elemento più caratteristico della specie (fiori, frutti, colori autunnali ecc.). Fanno eccezione gli esemplari vecchi, per i quali un vaso non smaltato, più sobrio e discreto, enfatizza il fascino della maturità.

 

 

 

 


Crespi Bonsai
Kathay


LA MUSICA NEL PERIODO KOFUN E LA PREPARAZIONE PER IL NUOVO STATO GIAPPONESE

Edmondo Filippini - www.giapponeinitalia.com

 

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) possono contattare l'autore al seguente indirizzo: filippiniedmondo@yahoo.co.jp

Successivo al periodo Yayoi si colloca il periodo Kofun che prende il nome dalle sepolture megalitiche tipiche dell'area soprattutto del Kansai (fig.1) ed è compreso tra gli anni  250 D.C. al 552 D.C., inizio del periodo Asuka.
Questa fu l'epoca in cui tutte le importanti innovazioni dei precedenti periodi, tra cui soprattutto quelle in ambito agricolo e militare, contribuirono a far nascere una nuova idea di unità nazionale dando il via a quell'unificazione, la prima della storia giapponese, che si sarebbe concentrata soprattutto attorno ad un piccolo gruppo di individui che si staccarono sempre più significativamente dalle popolazioni agricole, andando a fondare un nuovo stato che oggi generalmente identifichiamo con il termine Yamato, situato oggi nell'area del Kansai.Kofun 1
Le teorie su come avvenne questa formazione, tralasciando il mito narrato negli annali giapponesi, sono molte e varie, quella che viene oggi comunemente accettata ci deriva dal testo cinese Wei-Chih che farebbe risalire ad una principessa-sacerdotessa di nome Himiko, o Pimiko, la creazione del primo grande clan che attraverso un sistema di alleanze riuscì a creare un primo stato di nome Yamatai, identificato, anche se con molte riserve, proprio con lo stato Yamato (alcuni storici, pur confermando la validità di tali eventi, contestano che Yamatai potrebbe essere un'antica regione situata nel Kyūshū).
Inoltre in ambito religioso apparirono per la prima volta gli uji gami, Dei degli uji, antichi guerrieri o personalità di rilievo che nel tempo, venerati di generazione in generazione, si trasformarono in divinità locali.
Se precedentemente si era ravvisato negli strumenti la maggiore fonte di conoscenza del mondo sonoro dell'antico Giappone, l'oggetto di maggiore kofun 2interesse di questo periodo risiede in una serie non molto amplia di piccole statue chiamate haniwa, statue di terracotta facenti parte del corredo funerario degli imperatori e dei dignitari di corte, poste vicino ai Kofun, che solo nella fase di mezzo iniziarono a essere prodotte con fattezze umane (ancora molto rudimentali in verità) abbandonando l'abitudine iniziale di riprodurre templi e case, conservate oggi in vari musei del Giappone (Tōkyō e Kyōto National Museum, Fukushima ed Aikawa Museum Castello di Hikone,) ed esteri (Metropolitan Museum of Art di New York).

Feimo

Nonostante la loro qualità storica sorpassi nettamente la qualità artistica, soprattutto se messa in raffronto alla coeva tecnica cinese di modellazione della terra cotta, di queste statue sono sopravvissute sino ai giorni nostri un centinaio di guerrieri, che rappresentano sicuramente la categoria più cospicua ed un numero esiguo di suonatori e danzatori.kofun 3
Alcuni esempi tra i più significativi sono le statue raffiguranti delle Miko, sacerdotesse, nell'atto della danza, come quella rinvenuta a Kokai, Oizumi-machi, prefettura di Gunma, risalente al VI secolo D.C. che fa ancora riferimento ad un passato sciamanico perfettamente rappresentato dalla danza della Dea Ame no Uzume no Mikoto nel mito della Caverna di Amaterasu (narrata da Kojiki e Nihon Shoki) o la coppia di statue chiamate Odoru-danjo (rinvenuti a Nohara, Konan-machi, prefettura di Saitama) (Fig.2) che mostrano un tipo di danza che usava accompagnarsi col canto e con l'utilizzo del proprio corpo quale strumento musicale.
Tra queste statue rappresentanti figure di sacerdotesse vi sono anche alcuni esempi di  rappresentazioni di strumenti musicali quali un danzatore seduto nell'atto di suonare un wagon (rinvenuto a Mōka-shi, prefettura di Tochigi) (Fig.3), tra le prime testimonianze visive pervenuteci di questo strumento ed un'altra sacerdotessa che regge un frammento di strumento a percussione, waritake, costituito da due aste di bambù percosse l'una sull'altra diffuso ancora oggi in alcune zone di campagna dell'arcipelago giapponese.
Gli Haniwa descritti sopra offrono non solo una panoramica di un mondo perduto ma permettono alcune ulteriori riflessioni sul ruolo della musica all'interno del rito religioso qual'era la sepoltura, dove la mondanità, rappresentata dagli strumenti a fiato, di gran lunga più diffusi in questo periodo, era completamente bandita, infatti, in nessun caso è stata rinvenuta una statua raffigurante un suonatore di un qualsivoglia tipo di flauto, tranne in un caso particolare di dubbia identificazione.
Successivamente al contato con il continente asiatico e soprattutto con lo stato cinese, tutto in Giappone subirà una modifica radicale che ne muterà per sempre le sorti sia politiche che musicali.


Edmondo Filippini è Dottore Magistrale con una tesi sulla Storia della musica giapponese dall'antichità sino al primo periodo Heian.
Studia il teatro Noh con la Maestra Monique Arnaud

Bibliografia
Kobayashi, Yukio, Kofun jidai no bunka [Trad. italiana di Felice de Bernardi, Cultura dell'epoca Kofun], in Novelle e Saggi giapponesi, Roma, Istituto giapponese di cultura, 1985.

Sherman E. Lee, Contrasts in Chinese and Japanese Art in The Journal of Aesthetics and Art Criticism, Vol. 21, No.1, (Autunno, 1962)

Storia delle religioni Vol.X, Cina - Estremo oriente, a cura di Giovanni Filoramo in Enciclopedie del sapere, Laterza, 2005.
Spice Restaurants

Credenze antiche e pratiche rituali persistenti nel Giappone contemporaneo
Pacificare gli spiriti inquieti
quarta parte
Rossella Marangoni

 

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it

In Giappone, forme di spettacolo e di letteratura popolare nate nei secoli scorsi, come ad esempio il teatro di attori kabuki o quello delle marionette jōruri affondano le loro radici in espressioni di religiosità popolare originate nell’ambito dei culti e delle credenze ancestrali autoctone, così come in forme di devozione popolare derivate dal buddhismo.
Una delle credenze più diffuse e rintracciabili ancor oggi è quella riguardante i goryō gli spiriti inquieti (o onryō spiriti irati).
È, questa, una credenza che sta alla base di molte “storie di fantasmi” che tanto appassionano ancor oggi i giapponesi di ogni età (e che spesso raggiungono un pubblico occidentale - si pensi ai manga o agli anime - totalmente sprovvisto di chiavi interpretative per comprenderle). Un ruolo particolare è rivestito però dalle credenze negli spiriti inquieti e dal rapporto con la morte ad essi collegata. Ed è su questo particolare aspetto che vorremmo soffermarci.
Ma il discorso sul concetto di morte in Giappone non può che essere ascritto all’originaria idea di purezza legata allo shintō.
Alle radici della credenza negli spiriti inquieti, infatti, è possibile rintracciare la preoccupazione generalizzata circa la contaminazione da varie fonti di impurità quali la morte, la nascita, il sangue e la presenza delle relative pratiche culturali che circoscrivevano l’impurità. Questa credenza trovava origine nei miti cosmogonici arcaici narrati nel Kojiki - il testo compilato per volere imperiale nel 712 d.C. che definisce la teogonia dei kami e rintraccia l’ascendenza celeste della stirpe imperiale – e la credenza nel kegare (impurità) era presente in ogni ambiente, senza alcuna distinzione di carattere sociale (1)
Secondo l’antropologa nippo-americana Ikegami Eiko, tale preoccupazione, che si era andata sviluppando soprattutto durante il periodo Heian (periodo in cui presso la corte imperiale nacquero tutta una serie di elaborati rituali per evitare l’impurità), si intensificò con la diffusione del culto degli spiriti defunti vendicativi la cui comparsa comunque risale tra la fine del periodo Nara (710-784) e l’inizio del periodo Heian (794-1185). Secondo Ikegami: “Questo culto percepiva il mondo come un luogo pericoloso pieno di spiriti maligni di defunti. Gli spiriti degli individui che erano morti in circostanze insolite o sospette erano considerati particolarmente pericolosi.”(2)
Il mondo ordinato della risaia, che richiedeva un lavoro collettivo coinvolgente tutta la comunità del villaggio e che era inserito all’interno di un più grande e altrettanto ordinato regno su cui dominava la Stirpe del Sole, era potenzialmente minacciato dal caos rappresentato dal pericolo incombente costituito dalla contaminazione, fonte di ira per gli dei, e da spiriti vaganti malevoli nei confronti dell’uomo.
Ma qual è l’origine di tali spiriti? Se un insieme di pratiche culturali di origine arcaica circoscrivevano e regolavano i rapporti fra la società e i suoi morti e prevedevano una precisa ritualità “di separazione” che permetteva al tama,  lo spirito del defunto, di sciogliere tutti i legami che lo tenevano legato al mondo dei vivi per incorporarsi nella comunità indistinta degli antenati, ciò non poteva avvenire per tutte le categorie di spiriti. Alcuni spiriti, i goryō appunto, sfuggivano a questa classificazione e, oltre a essere destinati a una sofferenza senza fine, costituivano una minaccia per i viventi, rappresentando una pericolosa devianza.
   
Kottoya - Antiquariato giapponese di Luca Piatti


Arte del Ricevere

Ingresso di bagno pubblico (sentō), Takayama
Ema (ex-voto) a Miyajima - Foto di Rossella Marangoni

Gli spiriti dei morti sono conosciuti come tama o tamashii. Il tama risiede in un ospite, a cui impartisce la vita e l’energia, ma se ne distaccherà durante la malattia e lo lascerà definitivamente nel momento della morte. Esso poi richiede nutrimento dai viventi per raggiungere il proprio stato di riposo e di pace. Per 33 anni la famiglia dello spirito defunto deve quindi far sì che vengano osservati correttamente i riti del lutto (kuyō: offerte di cibo, visite alle tombe, e preghiere rituali. Dopo 33 anni si crede che lo spirito perda la sua natura individuale e che venga riassorbito dalla schiera degli antenati nella quale sono compresi tutti i passati membri della famiglia. Gli antenati e questi “nuovi” spiriti che sono correttamente nutriti sono quindi entità benevolenti e protettive. Ma, se le dovute offerte vengono trascurate, lo spirito, frustrato dall’impossibilità di incorporarsi nella schiera indistinta degli antenati, si muterà istantaneamente in malvagio persecutore, punendo con dispetti la famiglia inadempiente.
Simone Dalla Chiesa interpreta questo rituale in modo suggestivo: “Vedo in questo rituale la simbologia della morte e della rinascita. Le saponette giapponesi si sciolgono facilmente, e con la salvietta si produce una ricca crema bianca, con la quale ci si ricopre meticolosamente ogni centimetro quadrato del corpo. Ma il bianco è colore del lutto, della morte, e il bagno di spuma segna la morte del corpo.

Poi si entra nell’acqua calda della vasca, che è un utero rigeneratore, e si rinasce. Tutta la famiglia nella stessa acqua, a volte insieme (genitori e figli, nonni e nipoti) a segnare la sostanziale unità della famiglia nell’atto generativo. Rinascendo così, i membri della famiglia annullano i cambiamenti che il mondo esterno aveva imposto ai loro corpi, e tornano ad essere i se stessi dell’origine. Si capisce così che non è normale fare l’ofuro di mattina: i sentō aprono sempre a metà del pomeriggio; e l’ospite che volesse lavarsi appena alzato per prepararsi a lasciare la casa offenderebbe la famiglia.

In termini simili si possono spiegare i bagni alle terme onsen. Il turismo termale è un viaggio per spogliarsi delle convenzioni, delle maschere imposte dalla vita cittadina e ritrovare il sé vero delle origini. L’acqua termale, anche se incanalata e sufficientemente ‘addomesticata’, permette questa trasfigurazione più radicale perché proviene dal ventre della montagna e le sue vasche, di pietra o ricavate da pozze naturali, riproducono le forme dell’utero di roccia.”(2)
Il bagno sarebbe dunque una purificazione rigeneratrice dell’individuo, capace di liberarlo dalle “scorie” della vita quotidiana per riportarlo a quello stato originario di contiguità con i kami e la natura, di armonia ideale del cosmo che lo shintō costantemente ricerca. (continua)

(1) Cfr YOSHIE Akio, “Éviter la souillure. Le processus de civilisation dans le Japon ancien , in Annales HSS, mars-avril 1995, pp. 283-306

(2) IKEGAMI Eiko, The Taming of Samurai, Honorific Individualism and the Making of Modern Japan, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1997  (1a ed. 1990), p. 114.

ZEN
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen "il Cerchio"


L'INTERVALLO
FATTI DI TERRA
Maestro Fausto Taiten Guareschi

Casadeilibri Editore

Molte persone non possono recarsi a casa durante l’intervallo lavorativo e consumano il pasto in mensa o al bar: anche questo momento è ottimo se si vuole praticare Zen. La pausa pranzo è un momento che possiamo vivere pienamente anche in una situazione caotica come quella di un bar. Quando entriamo nel locale, ci rendiamo subito conto del rumore e della confusione. La prima reazione è quella di rimanere infastiditi da questa situazione, di rifiutarla o di viverla con sopportazione. Pensare che si possa praticare Zen solo in un Dojo o nel silenzio della meditazione è frutto della nostra mente discriminante che separa, divide tutto in giusto o sbagliato. Anche nei momenti di grande caos, il nostro spirito deve rimanere imperturbato, la mente deve mantenere la consapevolezza della situazione e di ogni gesto che facciamo. Osservando le persone che si agitano, parlano ad alta voce, mangiano senza nemmeno accorgersi di ciò che fanno, rimaniamo tranquilli e ordiniamo il nostro piatto. Quando mangiamo, facciamolo con calma, cerchiamo di assaporare il cibo. Non importa se non è il massimo di ciò che vorremmo mangiare: le circostanze della nostra vita ci portano a vivere quel momento, che pertanto non va rifiutato. Se siamo con i colleghi, scambiamo pure due calme parole, non chiudiamoci nel mutismo, non isoliamoci per proteggerci; giusto o sbagliato che sia, quel momento di confusione è solo apparente: se teniamo la mente tranquilla dentro di noi la calma regnerà. Un bar non è certo il luogo dello Zazen, ma è il luogo della nostra vita per quel momento e come tale va vissuto al meglio. Mantenendo sempre questo atteggiamento, non solo faremo riposare la mente e il corpo dalle fatiche del lavoro, ma impareremo a non rifiutare nulla. Anche quando ci troviamo in situazioni difficili, anche quando esternamente le condizioni sembrano sfavorevoli alla tranquillità della consapevolezza, cerchiamo di trasformarle in ottimo nettare per la vita. Dopo mangiato, se possibile, facciamo quattro passi come meditazione camminata, respiriamo e osserviamo il mondo che si muove, che pulsa, che corre. Molte persone si agitano tutto il giorno con poca consapevolezza, ma sono pur sempre parte di questo grande universo che siamo noi. Ricordiamoci che la compassione è il sentimento più importante da esprimere; non rifiutiamo chi non vive come noi, che tentiamo di vivere con attenzione e riempire ogni momento di vita. Riteniamoci invece fortunati di aver intrapreso questo cammino: il nostro stare nel mondo sarà di esempio e di aiuto a molti. 

Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra
Fabbri Editori – 2005
Enso- ji - Monastero Zen - Il CerchioAssociazione Culturale Italo Giapponese Fuji

Fatti di terraUn libro che nasce dai fatti, da un rilievo di cronaca, da una lettura, da un film, da un motivo musicale, da un incontro in aeroporto. Racconti che intrecciano lo spirito Zen alla vita quotidiana. Scoprire lo Zen e cosa rappresenta nel mondo fluttuante.

Maestro Fausto Taiten Guareschi, Abate del Monastero Zen Sōtō, di Fudenji, primo europeo nel Lignaggio Zen Sōtō, legittimato nel Dharma nel 1983. Maturata una notevole esperienza nel campo delle arti marziali, miete soddisfacenti risultati agonistici in ambito sportivo ed insegna per circa vent'anni il Judo, il Karate e il Kendo. Inizia nel contempo, sul finire degli anni '60, l'esperienza dello Zen grazie all'incontro con Taisen Deshimaru - figura carismatica e pioniere dello Zen europeo - di cui diviene uno dei discepoli più prossimi. Primo europeo nel Lignaggio Zen Sōtō, nel 1983 è legittimato nel Dharma buddista da Narita Shuyu. Tra i maggiori protagonisti della giovane storia dell'Unione Buddista Italiana - di cui è presidente dal '90 al '93 - collabora in qualità di vicepresidente alla definizione dell'Intesa tra l'U.B.I. e lo Stato Italiano, firmata nella primavera del 2000. Il primo nucleo di Fudenji prende forma nel 1984 dalla ristrutturazione di una vecchia casa colonica; nel '94 il Monastero è offerto alla Guida del Rev. Narita Shuyu, chiamato ad esserne Abate Fondatore. Alla scomparsa del suo Maestro, alla fine del 2004, F. Taiten Guareschi diviene 2° Abate di Fudenji. Fudenji, altrimenti detto "Tempio dell'altrove nell'altrove del tempo", si caratterizza come centro di spiritualità e cultura, un crocevia aperto al dialogo e al confronto con le componenti d'avanguardia della cultura religiosa e scientifica contemporanea: dal 1989 è istituito un Seminario teologico. L'istituto italiano Zen Sōtō Shobozan Fudenji, di cui F. Taiten Guareschi è ora presidente onorario, quale soggetto giuridico rappresentativo della Comunità religiosa, è stato riconosciuto dallo Stato come Ente di culto, con Decreto del Presidente della Repubblica in data 5-7-1999 (G.U. 23-9-1999).Libreria Azalai

Tra le sue principali pubblicazioni: Ed. Il Cerchio, Rimini,Il pensiero religioso di Taisen Deshimaru Roshi, Maestro Zen del XXI secolo, 1987; Sapienza d’Oriente e d’Occidente – Atti del Convegno Internazionale “Buddhismo e Cristianesimo in dialogo di fronte alle sfide della scienza”(Salsomaggiore, 1997), 1999; AA.VV. Le sfide dell’Asia – modelli educativi a confronto, 2003; Mondo piccolo, Roba dell’altro mondo, 2005.
www.fudenji.it

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Visita l'archivio di Zen Arte
Giusi Mosca Milano - Giusi Mosca
espone dal 17 gennaio al 13 febbraio allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1


Mescola con raffinata tecnica compositiva figurazione e astrazione. Quadri come ‘fronde’ ‘giove’ ‘okiya’ usano un linguaggio vicino alla sensibilita’ orientale condividendone significati oltre che i tratti estetici. Ogni lavoro si apre a differenti pensabilita’. Il mondo e’ quello dei fiori, dei salici,
delle fronde, delle citta’ dei fiori. I colori tenui, poco appariscenti,
cambiano di tela in tela come il variare delle stagioni. Questo dato e’ di
particolare interesse perche’ le tele si fondano sull’idea di cambiamento e,
con la stessa grazia dei fiori, vivono una loro propria motilita’ interna che
le rende fluttuanti e disponibili all’esperienza dell’incanto. Il suo studio
pittorico della bellezza si pone cosi’ un duplice obiettivo: rappresentare la
corporeita’ della natura e trascenderla. Cio’ coinvolge la dimensione astratta
della sua produzione pittorica ed e’ nondimeno rilevabile considerando la
scelta dei suoi soggetti floreali. Rappresenta infatti tutto cio’ che in natura
ha un aspetto delicato e con caratteristiche poco percepibili ad un primo
sguardo. Lo spirituale astratto non e’ infatti qualcosa che si coglie
immediatamente ma che piuttosto richiede ricerca e attenzione. Il fatto che in
oriente alcuni fiori siano utilizzati come decorazioni personali diventa per
lei prestesto per spostare il siginificato della sua produzione dalla natura
alla cultura. Raccoglie la liberta’ di movimento della natura come specchio
della liberta’ del pensiero e della vita; le sue forme, le sue linee, diventano
tracce, contorni, conformazioni, modelli, di comportamenti, di condotte, di
vita e di pensiero. Le sue opere si costruiscono al di la’ delle parole,
guidate dall’intuizione dei movimenti, dai moti delle arborescenze, dalla
libera proliferazione dei colori. Con accenti orientali sottolinea la bellezza
delle armonie attraverso disegni ondulanti che, come nel quadro ‘okiya’
rievocano un sotterraneo, un retroscena culturale che appartiene al mondo
giapponese. I suoi quadri riflettono una vita emozionale intensa e sono un
veicolo per esprimere stati vitali, sismografie interiori. .
Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai, nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it

 

Roma - Stefano BolcatoBolcato
espone dal 6 gennaio al 1° febbraio allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni 243


Un realismo calamitante del perfetto estetico, sottolineato da tele spesso di dimensioni perfettamente aderenti all’esterno, in cui prevalgono tagli e contorni netti, colori forti e vibranti.  I suoi quadri si aprono come finestre
sul mondo e sono sia un luogo per la memoria, quella del pittore che per questo suo secondo filone trae spunto da uno dei suoi giochi preferiti durante l’ infanzia, sia un modo per fornire nuovi spazi all’osservazione. Per questa non semplice operazione estetica sceglie il gioco come base di partenza. Il gioco e’ infatti uno dei luoghi attraverso cui le persone imparano a  percepire il mondo; la prima vita vera e’ tutta nelle mani della bambina e del bambino che attraverso gli oggetti preferiti toccano realmente l’esterno pur rimanendo in un ambito in cui prevale una proiezione della realta’ filtrata dalla fantasia e dal sogno. La figurazione realistica mantiene anche qui uno dei suo tratti distintivi riportando quanto piu’ fedelmente possibile la realta’ esterna e i
suoi accadimenti senza alcuna implicazione emotiva. Le faremo sapere, Miracle
on demand, Saluti e baci, Bus station, Un'ultima cosa, Mugambi, Google earth,
Accordo, che sono alcuni dei suoi titoli, narrano situzioni differenti pur
essendo accomunati da una fondamentale uguaglianza. La realta’ e’
apparentemente appiattita, ogni soggetto veste le medesime sembianze a
prescidere dai contenuti della scena, lieti o tristi. L’artista registra in
questo caso quello che probabilmente e’ uno status quo della societa’; non
tanto il nichilismo ma l’annilichimento, ovvero la tendenza ad appiattire, ad
annullare le differenze, a pensare in comune rimanendo in superficie, a
rimanere ‘nel nostro piccolo’, osservando in uno stato di quasi assenza di
stimoli per l’approfondimento, il passaggio di un esistente che ci appare non
altro che come somma quasi indistinta di notizie. La risposta di  quest’artista
e’ dunque di inquietante interesse. Trasferendo su grande schermo un insieme di
situazioni recuperate dalla comunicazione quotidiana da una risposta
provocatoria per un’indagine che permetta di guardare al di la’ del nostro
piccolo. .

Quaderni asiatici