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Pagine Zen N° 79

febbraio/marzo 2009

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
Un'immagine suggestiva per un libro bello e interessante

 

 

samurai
tratto dal comunicato stampa

 
Samurai

SAMURAI
Milano, Palazzo Reale
Piazza del Duomo 12
25 febbraio – 2 giugno 2009
Informazioni: 02.54913
www.mostrasamurai.it
www.mazzotta.it
www.comune.milano.it/palazzoreale

Palazzo Reale e la Fondazione Antonio Mazzotta presentano la prima mostra in Italia dedicata al complesso mondo dei samurai, alla loro storia, al loro mito. Attraverso l’eccezionale nucleo di armature, elmi e accessori della collezione Koelliker di Milano, oltre a una serie di opere provenienti dalle Raccolte d’Arte Orientali del Castello Sforzesco, la mostra, curata da Giuseppe Piva, ripercorrerà la storia sociale, politica ed economica del Giappone e della classe sociale che lo governò per quasi settecento anni.

Numerosi eventi collaterali coinvolgeranno la città di Milano nell’esplorazione dell’immaginario samurai

Il catalogo della mostra, edito da Mazzotta, e curato da Giuseppe Piva, mira a divenire uno dei testi di riferimento essenziali nella letteratura internazionale sull’argomento, venendo così a “togliere un velo” su quegli aspetti sociali e culturali che ruotano intorno alle figure mitiche dei Samurai.

Per sette secoli il Giappone è stato governato da una casta militare - i bushi ovvero la classe dei samurai - che ha lasciato di fatto all’imperatore una sovranità di tipo sacerdotale. L’abbigliamento da guerra dei samurai è quindi sempre stato considerato, anche in periodo di pace, come un importante segno di comando e di condizione sociale. La necessità di distinzione della casta di potere ha talvolta, a seconda dei periodi storici, prevalso sulla funzione protettiva dell’armatura, portando alla realizzazione di armature dalla bellezza stupefacente, impreziosite da ornamenti di pregevole fattura.
La Collezione Koelliker di armature giapponesi costituisce una raccolta pressoché unica in Europa per numero e qualità dei pezzi, certamente una delle più importanti al di fuori del Giappone. Gli esemplari sono tutti in ottimo stato di conservazione e provengono esclusivamente da samurai di alto rango, se non da daimyo (signori feudali). In esposizione sono anche circa novanta pezzi tra armature complete, elmi, forniture per spada e altri accessori per samurai, realizzati tra il periodo Azuchi Momoyama (1575 – 1603) e il periodo Edo (1603 – 1867) e alcuni oggetti provenienti dalle Raccolte d’Arte Orientali del Castello Sforzesco, tra cui una bardatura da cavallo completa di armatura e maschera da guerra.
Nel periodo Edo vissero samurai leggendari come Miyamoto Musashi, il più grande maestro dell’arte della spada e protagonista del famoso romanzo di Yoshikawa Eiji, venduto in oltre centoventimilioni di copie e ispiratore di almeno quindici versioni cinematografiche.
I samurai avevano il privilegio di portare due spade, il cognome e avevano il diritto di “uccidere e andarsene” (kiritsuke gomen). In seguito alla diffusione in Giappone del buddismo zen i samurai si dedicarono alle tecniche di meditazione per acquisire maggiori poteri intuitivi e conoscitivi, ma anche per cancellare paure ed esitazioni, per raggiungere un totale autocontrollo, accettando il flusso degli avvenimenti non opponendosi a essi con violenza. 
La mostra consentirà di ammirare straordinari esempi di  tosei gusoku (“armatura moderna”) e di conoscernela storia, le tecniche costruttive, le principali scuole di armaioli e infine scoprirne gli elementi da cui sono formate (, menpō, kote, haidate ecc).


giappone in italia

Abbiamo accettato con grande entusiasmo l’invito della Fondazione Mazzotta a collaborare all’organizzazione di conferenze correlate alla mostra “I Samurai”, lieti di mettere a disposizione di questa iniziativa i numerosi contatti che gli animatori dell’Associazione Giappone in Italia hanno accolto in anni di frequentazioni culturali. Riteniamo infatti che l’abbinare ad una mostra, che espone diversi oggetti di rilevante valore artistico, una serie di conferenze dove sia possibile approfondire in modo rigoroso tutti gli aspetti culturali e spirituali strettamente legati al mondo dei samurai, possa contribuire al successo dell’evento.

www.giapponeinitalia.org

La tosei gusoku sostituisce la ō-yoroi (letteralmente “grande armatura”) del periodo medioevale, in quanto più agevole in battaglia, ma anche più resistente e confortevole. Concepita per far fronte a una situazione di guerra civile, paradossalmente rimase in voga anche per il successivo periodo di pace, diventando un importante simbolo di status sociale e non più un mezzo di difesa. Lo sfarzo di lacche e legature colorate, l’impiego di bordure e ornamenti cesellati e dorati e la continua ricerca di decori insoliti sono la vera caratteristica delle armature tosei gusoku.
Il kabuto, l’elmo giapponese è l’elemento dell’armatura che da sempre ha suscitato maggiore ammirazione, non solo per l’elevato potere di espressività delle sue forme, ma anche per le raffinate soluzioni tecniche adottate nella sua realizzazione. Il kabuto è tra gli elementi più importanti del corredo armato, il primo che istintivamente si nota, ed il primo che tradizionalmente viene indicato nello studio critico del corredo. In mostra si potranno ammirare alcuni esempi di kawari kabuto (“elmi straordinari”) dalle forme e dagli ornamenti eccentrici e spettacolari generalmente ispirati a oggetti sacri o a elementi della natura (draghi, animali, frutti...).

Completano il percorso espositivo alcuni accessori per samurai di straordinaria qualità (spesso lavorati a sbalzo) come maedate (ornamenti per elmi), montature per spade, e alcune lame di katana,l’arma per eccellenza dei  samurai.
L’eroe samurai nella cultura grafica giapponese: manga, anime e Goldrake generation.
E’ curata da Yamato Video, sarà la sala dedicata all’estetica e allo spirito dei samurai che rivive oggi nelle moderne raffigurazioni proposte da fumetti e disegni animati. I super robot, come Goldrake e Gundam, si possono considerare eredi della tradizione marziale giapponese: enormi samurai d’acciaio concepiti dal Giappone più tecnologico. In questi robot, dalle dimensioni improbabili (alcuni superano i 100 metri di altezza), si condensa tutto lo spirito, tradizionale e moderno, del Sol Levante: a una tecnologia fantastica e d’avanguardia si coniuga l’antico rispetto per l’arte della guerra, la passione per i karakuri (gli automi antichi) e l’ottemperanza per l’etica che costituisce lo Yamatodamashi, il cosiddetto “Spirito del Giappone”.
I super robot sono, a tutti gli effetti, delle armature gigantesche “indossate” da giovani e abili piloti, che lottano fedeli agli ideali espressi nel bushidō, la “Via dei samurai”. Actarus, il pilota di Goldrake, negli anni Settanta, rappresenta il nuovo genere di eroe combattente esportato in Occidente attraverso i disegni animati. Il suo approccio drammatico e meditativo di fronte alla battaglia appare subito in conflitto con i tipi di combattenti, più sicuri di sé e arroganti, che permeano la storia e la tradizione occidentale.
Scomparsi i samurai, la loro arte è entrata nelle strutture sociali del Giappone moderno, governando i rapporti dall’interno; si tratti della scuola, del luogo di lavoro o delle organizzazioni statali. Actarus, alla guida del suo robot gigante è l’espressione di questo spirito che cerca di sopravvivere, nonostante la modernità, nonostante tutto...

il tamburo giapponese nel buddismo zen

 

Tratto da: TAIKO. I tamburi giapponesi. Tradizione e rinnovamento
di Mogi Hitoshi a cura di Mario Carpino
Go book Editore 2008 www.go-book.it

taikoNel buddismo zen si usano molti strumenti a percussione; essi vengono suonati durante la lettura dei sūtra, per scandire le ore e come segnale per radunare i monaci. A questo proposito è interessante notare l’abitudine di suonare il taiko alla mattina e alla sera nel tempio Manpuku dell’ordine Ōbaku,(1) che il monaco Ingen importò dalla Cina durante il periodo Edo. Il tamburo che dà la sveglia viene chiamato “taiko che apre la tranquillità” (kaijō taiko), mentre quello che la sera dà il segnale per coricarsi viene detto “taiko che apre i cuscini” (kaichin taiko). Il taiko della sera è suonato per circa 30 minuti utilizzando ritmi diversi; è forse l’assolo di tamburo più lungo in tutte le forme tradizionali di musica per taiko e possiede una varietà stupefacente di schemi ritmici.Ciò che sorprende maggiormente è che questo tipo di musica perpercussioni importata dalla Cina non abbia esercitato alcuna influenza su altri tipi di spettacolo per taiko del Giappone.

TAIKO sarà presentato

Il 9 marzo alle 18,30

alla libreria AZALAI
di Milano
Via G.G. Mora, 15

Saranno presenti
Luciana Galliano
Università Ca’ Foscari, Venezia
Mario Carpino
Traduttore e curatore del libro

Libreria Azalai

 

Kathay Per esempio a circa 350 anni dalla fondazione del tempio Manpuku uno strumento come il mokugyo, anch’esso introdotto dalla scuola Ōbaku, è stato adottato da quasi tutte le scuole buddiste, ma sembra che la scuola Ōbaku sia l’unica a eseguire un assolo di taiko così lungo e articolato. Nel repertorio del taiko sono noti esempi di stili esecutivi costituiti da un ritmo di base su cui un secondo suonatore elabora improvvisazioni dai ritmi diversificati e complessi – si pensi al mitsuuchi dello Hokuriku; tuttavia non si riscontra alcun altro caso in cui una simile varietà e complessità di ritmi siano presenti in un brano dal contenuto musicale prefissato (cioè non improvvisato), con la sola eccezione del taiko della scuola Ōbaku. Questa forse è un’ulteriore riprova del fatto che i giapponesi non sono molto propensi a ricercare una musicalità basata sul ritmo.
Un altro modo interessante di suonare il taiko viene tramandato nel tempio Eihei della scuola zen Sōtō. Questa tecnica è indicata con l’espressione “grande rullo di tamburo” (dairai) e consiste nell’eseguire un tremolo simile a un rullo, usando bacchette di forma particolare dalle estremità rigonfie. Il taiko viene suonato quando il monaco che guida le pratiche ascetiche (shuso) oppure il monaco ufficiante fanno il loro ingresso nella sala del tempio, ad esempio nella cerimonia chiamata Hossenshiki. Il suonatore è posto proprio davanti al taiko e non può vedere ciò che succede all’interno della sala. Perciò al suo fianco una persona gli fornisce precise indicazioni mediante segnali con la mano (vedi immagine): quando allarga le dita, l’esecutore suona lentamente; quanto più la persona stringe le dita, tanto più l’esecutore accelera il ritmo.

*Scuola di buddismo zen fondata dal monaco Ingen (1592-1673).

lo zen e il fagiolino
Luca Piatti
www.giapponeinitalia.org

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: luca@kottoya.eu

Ingen Ryuki è il nome assunto in Giappone dal monaco buddista Yinyuan Longqi, poeta e calligrafo. Egli nacque in Cina, a Fuqing, nella provincia del Fujian, nel 1592 e morì in Giappone, nella città di Kyōto, nel quartiere di Uji, nel 1673. Nel 1654, non molto tempo dopo la fine del periodo Ming (1368-1644), per sfuggire all’invasione e alla presa di potere dei Manciù, emigrò dalla Cina a Nagasaki, assieme ad altri monaci e artigiani, per unirsi alla comunità di mercanti cinesi, già lì insediati e promotori della costruzione di tre templi buddisti cinesi. In Giappone Ingen divenne rapidamente una figura religiosa di fama nazionale, celebrato come il fondatore della scuola Ōbaku, in cinese Huangbo. Questa personale affermazione fu permessa dalle aperture che avvennero in seno alla dottrina religiosa tradizionale della scuola Rinzai.
lo zen e il fagiolino
ingen in legno - periodo edo. Lunghezza 43 cm, largherzza 3,5 cm, spessore 3,8 cm

L’allargamento avvenne in Cina, verso la metà del diciassettesimo secolo, quando nell’insegnamento di questa pratica monastica si verificò l’innesto di forti influssi provenienti dalle scuole esoteriche buddiste. Questo provocò il passaggio, dalla Cina in Giappone, di un’ondata di monaci Rinzai, come rifugiati o missionari, i primi in disaccordo e i secondi in accordo con la nuova apertura dottrinale. L’apertura della scuola zen Rinzai cinese verso le scuole esoteriche non incontrò il favore dell’ortodossia Rinzai giapponese e questo modificò la struttura fin lì consolidata, che vedeva due rami principali, il Rinzai e il Sōtō, fondati rispettivamente dai Maestri Eisai (1141-1152) e Dogen (1200-1253). Per ostacolare le dottrine non ortodosse dei monaci cinesi, Ingen fondò, con il sostegno

Kottoya - Antiquariato giapponese di Luca Piatti

dei Tokugawa, la scuola Ōbaku, ancora oggi esistente ma rimasta minoritaria. Questo avvenne tra il 1659 e il 1661 a Kyōto, nel quartiere di Uji, con il tempio Manpuku-ji, situato a sud della città nelle vicinanze del fiume. Questo Tempio divenne il principale della setta Ōbaku e fu sempre retto da monaci cinesi, provenienti dal continente. L’edificio fu costruito con lo stile di un monastero cinese, accendendo la curiosità dei giapponesi con la sua bellezza esotica, aprendo fra i giapponesi una intensa curiosità verso il mondo esterno. Ingen non si limitò a importare in Giappone l’architettura dell’epoca Ming; introdusse, insieme ai suoi discepoli Mokuan Shoto e Sokuhi Nyoitsu, lo stile calligrafico di quell’epoca, che prese il nome di Ōbaku no Sanpitsu, i Tre Pennelli di Ōbaku, formando il gruppo dei tre principali calligrafi della scuola Zen Ōbaku. Ma il fagiolino? Ad Ingen si attribuisce anche l’aver portato i fagiolini per la prima volta in Giappone dalla Cina. Oggi tutti i giapponesi chiamano “ingen” questo tipo di vegetale, ma quasi nessuno sa niente del rapporto con il monaco Zen Ingen o della scuola di Zen da lui trasmessa.

Crespi Bonsai
Feimo
kata
di P.Taigō Spongia
prima parte

Estratto dalla conferenza sul Kata di Sensei P.Taigō Spongia tenuta al Tora Kan Dojo durante un recente incontro Bun Bu Ryō Dō.

Il Kata è il modello pedagogico, la struttura attorno alla quale la pratica e la trasmissione delle Discipline tradizionali denominate Vie (Dō)viene organizzata.
Kata katè comunemente tradotto con: forma, modello, stampo (ed anche modellare, formare). Chi era presente alla mia lezione sul terzo capitolo dello Shūshōgi riconoscerà forse nel carattere Kata un radicale che è presente anche nel carattere Kai , Precetti, che abbiamo trovato nel titolo del terzo capitolo, Ju Kai Nyui, che rappresenta due mani unite in segno di rispetto (gasshō) che tengono una lancia. In questo caso al carattere che rappresenta le due mani unite in segno di rispetto si aggiunge una linea superiore e quest’insieme rappresenta l’offerta. Il radicale di destra invece rappresenta un pennello. Il Kata, possiede molte caratteristiche del rito: si svolge in uno spazio ed un tempo determinato, il Kata come il rito è rigido nella sua manifestazione, nel senso che non ammette deroghe alla sua esecuzione formale, coinvolge tutti i sensi (il rito è performance multimediale), ha un carattere ludico-simbolico, la profondità del Kata è difficilmente apprezzabile dall’esterno (se non per chi ha fatto profonda esperienza di quella percezione) perché nel rito come nel kata o si è dentro o si è fuori, il kata, così come il rito, permette di riaccedere all’evento fondante, alla percezione primigenia, ancestrale, primordiale. Nell’esecuzione del kata, proprio come nel rito, mettiamo in atto una ‘vivente opera d’arte’. Come nello shōdō, la calligrafia su carta di riso, il gesto è decisivo. Dipingendo sulla carta di riso, il pensiero e l’esitazione sono fatali, così eseguire un kata è come dipingere con il proprio corpo-mente nello spazio-tempo, dipingere un mandala che immediatamente si cancella ma che lascia un’impronta nei corpi che vivono, di volta in volta, in un tempo differente.kata Ogni volta che rieseguiamo il kata dobbiamo riorganizzare la memoria in relazione al momento presente costituito da un corpo-mente in continua trasformazione, dalle percezioni, sensazioni, dallo spazio/tempo. Non può mai trattarsi di una ripetizione identica perché è un’illusione pensare che quell’io (illusorio e composito) possa eseguire due volte lo stesso kata… Inoltre, nella tensione verso la perfezione il kata implica un continuo, inesorabile dinamismo interno. Il carattere esprime in senso dell’offerta e questo è un punto, a mio parere, determinante. Cos’è che offriamo eseguendo un kata? Offriamo noi stessi, quel che siamo in quel momento preciso: la nostra forza e la nostra fragilità, la salute come la malattia, tutta la nostra piena umanità. Pur esprimendo qualità fisiche quali forza, velocità, equilibrio… non ha nulla a che vedere con una prestazione atletica. Il Kata di un anziano Maestro, tremante sulle sue gambe non può essere apprezzato secondo i canoni dello sport. Ricordo che nel 2002 al termine del mio esame a Godan, ad Okinawa, nel Dōjō di Higaonna Sensei, An’ichi Miyagi Sensei, che era in commissione d’esame, ci volle offrire la sua esecuzione del Kata Seiyunchin. Era uscito dall’ospedale da pochi giorni e in camicia e pantaloni si è alzato dalla sedia ed ha eseguito il Kata…è stato un momento di intensità straordinaria. Il Maestro, avrebbe potuto fare un discorso per manifestare la sua soddisfazione, invece si è alzato e ha eseguito un Kata. Ci ha offerto il suo cuore. Ora, per apprezzare appieno il valore e l’importanza del Kata, parlando in particolare del nostro stile, il Goju-Ryu di Okinawa, dobbiamo partire dal presupposto che il kata ha varie chiavi di interpretazione e di esercizio. Chiavi che possono essere, nell’uno o nell’altro kata, più o meno presenti e rilevanti:
- Automatizzazione e perfezionamento di gesti tecnici.
- Studio e perfezionamento della postura/e in relazione allo spazio ed al tempo (Ma ai/Hyōshi).
- Studio del ritmo, Hyōshi.
- Studio e sviluppo dell’energia (Ki)e del respiro, con qualità terapeutiche.
- Ricerca e affinamento sensoriale propriocettivo ed esterocettivo e ricerca emozionale.
- Sviluppo dell’atteggiamento mentale, attraverso respiro, sguardo, concentrazione…
- Strategia, Heiho.

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Questi elementi sono tutti in misura maggiore o minore presenti in ogni Kata.
Poi possiamo suddividere i Kata in Kata di formazione e Kata applicativi, anche se a volte rimane difficile decidere se inserire alcuni kata nell’una o l’altra categoria e stabilire dei confini netti.
Nel Goju-Ryu Kata prevalentemente formativi sono i kata definiti anche Heishugata:
Kata Sanchin e Kata Tensho.
Higaonna Sensei ha affermato: “ allenando costantemente Sanchin e Tensho, si coglie ‘kukuchi’ l’essenza, la chiave, di tutti gli altri kata… quando si vede eseguire un kata superiore si capisce chiaramente se colui che lo esegue allena costantemente Sanchin e Tensho. Senza cogliere il ‘kukuchi’ attraverso Sanchin, il kata è vuoto, magari ha anche una bella forma, ma è ginnastica, non Karate-Dō”1
Il nome Heishugata o Heishu Kata sta a significare che il tanden rimane sempre chiuso durante tutta l’esecuzione del Kata. Ma in entrambi i Kata ci sono elementi tecnici direttamente applicabili al combattimento, in particolare nel Tensho.Torakan
L’altra categoria di Kata del Goju-Ryu sono i Kaishugata o Kaishu Kata. Di questa categoria fanno parte:
Gekisai dai ichi, Gekisai dai ni, Saifa, Seiyunchin, Shisochin, Sanseru, Sepai, Kururunfa, Sesan, Suparinpei.
Anche Suparinpei ad esempio è di difficile collocazione perché lo si può considerare a cavallo delle due  categorie. Così anche in molti kaishugata sono presenti elementi formativi. La definizione Kaishugata dà ad intendere che durante l’esecuzione del Kata il tanden si apre e si chiude in relazione al ritmo, al respiro e all’applicazione. A partire dal prossimo numero verranno analizzati i singoli punti elencati.Vediamo di analizzare i singoli punti elencati.1) automatizzazione e perfezionamento del gesto tecnico.Il Kata viene allenato come un’unica sequenza continua e in tal modo si allenano alcune specifiche qualità. Ma il Kata viene esercitato anche ripetendo e perfezionando le singole sequenze. La ripetizione delle singole azioni permette di raffinare e perfezionare qualità di velocità, equilibrio, potenza… necessarie all’efficace applicazione delle tecniche al combattimento. Si varia la simmetria (versione omote e ura) dell’esecuzione, il ritmo, la direzione. Attraverso la ripetizione si lascia che l’intuizione ci porti ad elaborare nuove interpretazioni del gesto. A volte all’ennesima ripetizione, che, come tutte le ripetizioni può sembrare maniacale, apparentemente  incomprensibile, sterile, scaturisce una nuova intuizione, nuove sensazioni, che aprono un inatteso orizzonte. L’allenamento delle singole azioni e sequenze ha come naturale integrazione e conseguenza l’allenamento del Bunkai con un partner (bunkai significa proprio, da Bunkai suru,scomporre, smontare, il Kata).2) Studio e perfezionamento della postura/e in relazione allo spazio ed al tempo .
La postura è il leit motive, il fondamento dello studio del Kata. La postura è strettamente collegata al respiro ed all’atteggiamento mentale. Rettificando la postura si arriva a rettificare la mente e a permettere all’energia di fluire potentemente. La postura corretta integra il corretto ritmo/profondità del respiro, la verticalità della spina dorsale e del tratto cervicale, lo sguardo e, soprattutto, stabilisce un centro all’azione attraverso la percezione e padronanza del tanden. La postura è indissolubile dalla sua relazione con lo spazio (ma) e con il tempo e ritmo (hyōshi). La postura è corretta nella sua relazione con la specifica situazione spazio/temporale, non esiste una postura corretta a priori, pur conservando alcuni principi fondamentali questa deve essere elastica ed adattabile. La postura fisica è sempre anche una postura mentale. E’ non irrigidirsi, non bloccarsi in nessuna postura rigida. Tutta la confusione del mondo deriva da questo ‘assumere una posizione rigida nei confronti della realtà’. La postura come detto integra molteplici aspetti fisici e mentali ed è questo che non ha capito una certa medicina ortopedica che ha pensato di correggere i paramorfismi intervenendo solo sulla struttura scheletrica e muscolare, come dire, intervenendo dall’esterno. Mentre si deve trattare di una rieducazione globale che faccia sì che ognuno trovi la sua propria postura in  base alle proprie caratteristiche. (continua)


1: Note personali dell’Autore Higaonna Sensei in Suparinpei   International Okinawa Goju-Riju
Credenze antiche e pratiche rituali persistenti nel Giappone contemporaneo
Pacificare gli spiriti inquieti
quinta parte
Rossella Marangoni

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc. ), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: cswma@tiscalinet. it

Gli spiriti dei morti scontenti, fonte potenziale e temibile di disastri per la società, sono di tre tipi:
  • coloro che vengono dimenticati dalle loro famiglia prima che siano trascorsi i 33 anni;
  • coloro che sono morti senza alcun parente che gli sopravviva e che possa adempiere ai riti: questi vagano sulla terra, affamati di offerte e fonte di pericolo per tutti (questi spiriti vengono chiamati gaki);
  • coloro che sono morti di una morte violenta o disgraziata, pieni di rabbia e risentimento nel cuore: sono gli spiriti più pericolosi di tutti. Questi diventeranno spiriti rabbiosi e richiedono per placarli misure più forti dei riti ordinari. La venerazione come kami di alto rango è il mezzo più sicuro per pacificarli.

Chi sono dunque i goryō e da cosa risulta la loro devianza? Lo spiega Herbert Plutschow: “Gli spiriti maligni venivano considerati come il risultato di specifiche circostanze che circondavano la morte di una persona. [...] Fra queste circostanze innaturali, si possono considerare come più potenti le ambizioni politiche frustrate, il rifiuto di diritti politici ereditati, la gelosia o dispute di ogni genere, la morte lontano da casa (durante un viaggio o in esilio), l’inumazione impropria o l’abbandono del cadavere. La morte causata dall’ingiustizia, per esempio quella di vittime innocenti o di intrighi politici, può essere aggiunta a questo elenco.”(1)
credenze antiche
Le osservazioni di Massimo Raveri completano il quadro: “I goryō […] sono gli spiriti in pena di amanti perduti in una passione d’amore e di gelosia, di eroi sfortunati persi nel desiderio di gloria, di personaggi in posizione sociale preminente intenti nelle trame del potere. Una morte violenta, ingiusta e improvvisa li ha ‘derubati’ della vita cui erano così fortemente attaccati.  […]
L’immaginazione popolare raffigura […] i goryō nel momento che fu loro fatale; non riescono ad abbandonare il mondo dei vivi e l’oggetto di tanto bruciante desiderio inappagato. Si aggirano inquieti per i luoghi che furono silenziosi testimoni di un “yume no ato”, il ‘dopo di un sogno’.
I vivi aborriscono questi morti eppure li giudicano innocenti. Non hanno commesso nessun delitto in vita, ma una concatenazione di eventi più forti di loro e la morte li hanno resi così. Nell’aldilà sono tanin, quelli con cui non si hanno relazioni, sono gli “altri” anonimi, innumerevoli, indefinibili, quelli verso cui, in Giappone, l’unico rapporto possibile è di indifferenza. E così questi spiriti assillano i vivi. Appaiono come fantasmi (yūrei). […] Il loro temperamento è carico di malizia, di rancore, di odio (urami), di desiderio di vendetta. Minacciano gli uomini con le loro maledizioni (tatari). ”
(2)

  Arte del Ricevere

Questi spiriti pericolosi, quindi, sono in preda ad un sentimento dalla forte connotazione negativa, urami, cioè odio, rancore, astio, che li tiene ancora legati al mondo dei viventi che essi minacciano attraverso tatari, cioè persecuzioni, cattiva fortuna, vendetta. Questi spiriti che rappresentano un pericolo non solo per gli individui, ma per l’intera nazione, devono perciò essere pacificati, aiutati a staccarsi da questo mondo attraverso una serie di riti collettivi e individuali cui è deputato, nel panorama religioso giapponese, il buddhismo. Questi riti hanno il potere di eliminare la minaccia del tatari e, al tempo stesso, di trasformare lo spirito inquieto in entità benevola e protettrice.
Osserva Raveri: “Il processo di controllo dei goryō è complesso. Il morto deve essere ricompensato: gli si dà simbolicamente ciò che la morte ingiusta gli aveva sottratto. Si cerca di realizzare il suo sogno di un tempo, gli si attribuiscono postumi quegli onori che aveva agognato e che la morte improvvisa gli aveva impedito di raggiungere. Non si è mai sicuri che la sua anima sia veramente placata: potrebbe esserlo, ma solo momentaneamente. È possibile che dopo un certo periodo la sua azione distruttrice si faccia di nuovo sentire. I vivi possono essere certi di averlo pacificato solo attribuendogli lo status più importante nella gerarchia sociale dell’al di là. Il goryō viene così deificato, diventa wakamiya, giovane kami, ed è venerato come divinità celeste (tenjin), nei grandi matsuri in estate. I goryō diventano così entità protettrici proprio contro quei pericoli di cui erano un tempo causa.”(3)
Il più celebre di questi goryō è senz’ombra di dubbio Sugawara no Michizane (845-903), potente uomo politico salito al rango di Ministro della Destra che, caduto in disgrazia, venne esiliato ingiustamente molto lontano dalla capitale, nell’isola meridionale di Kyūshū, dove morì. La sua vicenda ha originato una catena di innumerevoli leggende(4) che lo vollero spirito vendicativo votato a procurare danni alla Corte e sciagure al regno, sino a che non venne riabilitato ufficialmente e fatto oggetto dei massimi onori. A partire dalla metà del X secolo venne infine posto sugli altari dove è ancor oggi venerato come kami della cultura e dell’istruzione sotto il nome di Tenjin (lett. “dio celeste”), benevola divinità protettrice degli studenti.
Il ricordo di queste leggende così come la persistenza di queste antiche credenze informano i generi teatrali e letterari tradizionali (come il nō il kabuki e il teatro delle marionette jōruri) ma tale osservazione resta valida anche per attuali forme di intrattenimento di massa come cinema, televisione, manga (fumetti) e anime (cartoni animati), che attingono a piene mani da quel patrimonio di miti e storie antiche dal contenuto spesso inquietante e misterioso. Se, come afferma lo storico del teatro giapponese Andrew Gerstle, (5)  questo corpus di motivi trova le sue radici nel fondamentale concetto religioso popolare di “pacificare” o “consolare” (chinkon ) gli spiriti inquieti (onryō) di coloro che sono morti in uno stato di passione che li tiene lontani dal raggiungimento della salvezza buddhista, non è forse azzardato ipotizzare che queste credenze mantengano ancora un significato profondo nella mentalità giapponese.
È riscontrabile una traccia di questi rituali e di queste preoccupazioni collegate agli spiriti inquieti nel Giappone contemporaneo? Riteniamo di poter rispondere affermativamente. Tutti i rituali funebri e le pratiche che le comunità pongono in essere durante Obon, la festa dei morti di mezza estate, lo testimoniano. (continua)

(1)  Herbert PLUTSCHOW, “The Fear of Evil Spirits in Japanese Culture”, in Transaction of the Asiatic Society of Japan, 3rd series, 18, 1983, pp. 133-134.

(2)  Massimo RAVERI, Itinerari nel sacro. L’esperienza religiosa giapponese, Venezia, Cafoscarina, 1986, pp. 189-190.

(3)  Massimo RAVERI, Itinerari nel sacro, cit., pp. 193-194.

(4)  Per una panoramica esaustiva di tali leggende si rimanda a: KIKUCHI Makoto, “La leggenda di Tenjin nell’Ōkagami” in Aistugia, Atti del XXVIII convegno di studi sul Giappone, Venezia, Cartotecnica Veneziana Editrice, 2005, pp. 103-114. Si veda anche: M. PINGUET, La morte volontaria in Giappone, Milano, Garzanti, 1985, pp. 96-100.

(5) Andrew GERSTLE, The Tragic Hero in Japanese Traditional Popular Drama, Venezia, Università Ca’ Foscari, 1998   p. 16.

poesie ZEN
Newton Compton Editori
Presentato da Rossana Campo
A cura di Lucien Stryk e Takaschi Ikemoto

nuvole e carpe
Maestro Tetsugen Serra (Monastero Zen - Il cerchio)

Tratto dal libro ZEN del maestro Tetsugen Serra - Fabbri editori 2005

Mille e cinquecento anni di storia e di poesia rivivono in un’antologia che, dagli antichi maestri cinesi e giapponesi fino agli autori contemporanei, ospita un Estremo Oriente affascinante e sconosciuto. I maestri dello Zen, nato nell’antica Cina della dinastia T’ang come prodotto del Buddismo e del Taoismo, furono monaci o laici e, sebbene anche poeti, s’imposero innanzitutto come guide di una disciplina di rigorosa ispirazione filosofica e religiosa.
In questo contesto, le poesie Zen diventano arte della contraddizione, gusto del paradosso, ode ironica alla volontà di non prendersi mai troppo sul serio. Lievi come petali di rosa o sferzanti come frustate, queste composizioni brevi, essenziali e liriche al tempo stesso, sono il luogo in cui si realizza l’essenza dello Zen: il raggiungimento del koan, il vertice della meditazione. La poesia, nella ricerca di questi grandi maestri, è una luce che, squarciando il velo della vita quotidiana, indica un percorso verso l’illuminazione. Un attimo lirico d’intensa profondità spirituale, un’identificazione tra lo spazio e il tempo di coinvolgente ed emozionante spiritualità.

Associazione Culturale Italo Giapponese Fuji
Rossana Campo è nata a Genova nel 1963 e ha esordito nel 1992 con un racconto pubblicato nell'antologia Narratori delle Riserve, curata da Gianni Celati. Da allora ha pubblicato diversi romanzi: In principio erano le mutande (1992), Il pieno di super (1993), Mai sentita così bene (1995), L’attore americano (1997), Mentre la mia bella dorme (1999), Sono pazza di te (2001), L’uomo che non ho sposato (2003), Duro come l’amore (2005), Più forte di me (2007). Vive tra Roma e Parigi.

Quaderni asiatici

Nei monasteri zen la vita inizia di mattino molto presto, alle tre o alle quattro a seconda che sia estate o inverno. Dopo il rito del lavarsi, i monaci si siedono nel primo Zazen del giorno per circa un’ora e recitano i Sutra del mattino. La colazione, che si chiama Shukuza, èEnso- ji - Monastero Zen - Il Cerchio alle sette. Un monaco percuote un gong di ferro a forma di nuvola; i monaci zen vengono anche chiamati Unsui, parola che significa nuvola e vento e si riferisce al non attaccamento, alla transitorietà, all’impermanenza della vita.Al gong risponde il suono di un grande pesce di legno percosso con un martello di legno. Nel Buddismo il pesce in questione è la carpa e lo si trova in numerose storie. Il suo significato è la pazienza e la perseveranza oltre al buon auspicio nella vita. In molti monasteri zen vi sono stagni o vasche d’acqua con carpe. Lo scandire dei suoni con cadenza precisa si ripete nei monasteri tutte le mattine da secoli, e i monaci silenziosi accorrono nella sala dei pasti che nei monasteri classici è la stessa dove si fa Zazen e dove si dorme.
Il pasto del mattino è principalmente a base di zuppa di miso con alghe, più una ciotola di riso bianco o integrale.
Il pasto principale, che è servito alle dodici e si chiama Saiza, prevede una ciotola di riso, una zuppa di miso con alghe e altri vegetali tipo patate o rape, più altre verdure stufate o bollite a parte. Mentre riso e miso sono una costante dei pasti, le verdure di contorno variano di volta in volta in qualità e cottura.
La cena, nei monasteri dove è prevista, è chiamata pasto medicinale Yakuseki, poiché anticamente era riservato solo ai monaci malati o agli anziani. Nel Buddismo classico indiano e oggi nelle scuole buddiste del sud-est asiatico la cena non è prevista e gli orari di colazione e pranzo sono differenti. Oggi, nei monasteri zen e Ch’an il pasto serale è consumato alle sei con la stessa ritualità degli altri pasti e prevede semplicemente riso e zuppa di miso. Durante la giornata vi sono momenti in cui si beve tè verde giapponese che in alcune occasioni è accompagnato da dolci.

Visita l'archivio di Zen ArteARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici
Giusi Mosca Milano - Yoshi Nagasaka - Fiori
fino al 13 marzo allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1

Dai paesaggi urbani e lacustri, generalmente immersi nel verde arboreo o nel chiaro, trasparente, delle acque, con un uso preponderante del colore bianco latteo, risposta ad un’esigenza pittorica di invenzione e di creazione di spazi di profondita’, all’attualita’ di questa mostra dove l’attenzione dell’artista si rivolge esclusivamente alla natura, ai fiori in particolare. L’arte pittorica, che rilascia un labile confine tra realta’ e creazione manuale, rivive qui in un cespuglio, in un mazzo di fiori, in un gap tra l’esistenza di qualcosa e la sensazione della sua rappresentazione. Questo stacco, per lo meno commune a tutta quanta la pittura figurativa, risente del particolare vissuto di quest’artista, sottilmente culturalmente contaminato da un passato e da un presente tra occidente e oriente. Quando le stagioni culminano, toccando il loro punto di massima espressione, energia e calore, silenzio e riparo, rinascita e florescenza, o di passaggio dalla vita alla cadura, il pittore da corpo alle sue meditazioni artistiche: e’ l’ultima rosa, l’azalea, la camellia, e’ il canneto sul lago maggiore, il cespuglio di rose, e’ il ciclamino, la gardenia, e’ l’iris nel prato, il papavero, il rododendro, e’ la margherita al sole e il lilium. Non sono pero’ mere riproduzioni della natura perche’, pur non sconvolgendone contorni e linee, i fiori, colti e posti nel luogo altro della tela creano, nei limiti delle possibilita’ della pittura, una live action, diventando modelli per una fiaba o per un fumetto. Una sensibilita’ artistica che con i bianchi, i viola, i verdi, i neri, i grigi delle corolle, restituisce sensazioni di incanto, pace, meditazione, commozioni e lividi silenzi. Tra realismo e romanticismo cerca un’armonia formale fredda e melanconica esprimendo, talvolta, visioni leggermente rarefatte, sospese in un vuoto riempito da una natura che si inventa in forme di immagini stilizzate.

Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai, nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it

 

Roma - Ornella GangemiBolcato
espone dal 6 gennaio al 1° marzo allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni 243


Ad una prima analisi dei suoi quadri, in olii ed acrilici, pare prevalere un sentimento informale, soprattutto la’ dove le tinte si disperdono o si ammassano senza propriamente dare imagine chiara e distinta a cose o persone.
In realta’ questa sarebbe un’analisi riduttiva perche’ l’artista, non lasciandosi sopraffare da un’unico stile, elabora una sua personale via pittorica; ogni quadro da vita a note dipinte astratte e, nondimeno, a tratti, figurative. Si noti che non si tratta di una giustapposizione casuale tra differenti generi ma di un gioco di abilita’ creative. La piu’ immediata e’ estetica, con miscugli di colori effervescenti e ben equilibrate, poi pero’ questo valore mostra altro, un contenuto ideale. La pittrice infatti, facendo dialogare i diversi, crea un circuito, delle aperture, tali per cui emerge la possibilita’ di intravedere andando con lo sguardo al di la’ della composizione, riscontrando la presenza di altre immagini all’interno dello stesso quadro. Si puo’ cosi’ parlare non di una sola tavola ma di piu’ tele, livelli o piani, e, come di fronte ad un palcoscenico teatrale, di piu’ scenari. Atmosfere rarefatte lasciano il passo a spazi di profonda intensita’ al punto che la superficie genera delle increspature, dei luoghi planetari. E’ il caso di una tela i cui colori, strepitosi e intensi, vanno dal nero al blu al viola fino ad un punto che e’ un impasto di giallo e rosso, a ricordare uno stato di sconvolgimento spaziale: una nube primordiale ai cui lati si osserva una nascita, un moto di creazione, sottolineato con la forza di un bianco luminoso in frecce di luce che schizzano all’esterno. Un’altro quadro, ottima combinazione di informale e astratto, trova al centro un mosaico fatto con pezzi simili a vetri rotti o schegge; il tutto e’ disposto simmetricamente in quadrati di quattro elementi, mentre lateralmente i colori si fanno sempre piu’ scuri e bruciati scomparendo ogni figura e restando soltando sfumature abilmente mescolate. Quelle create dale sue tele sono delle nuove dimensioni dettate da una crescente potenza immaginifica e da un processo di ricerca che amalgama febbrili sentimenti istintivi e razionali.