Arretrati
Pagine Zen n°8

PENSIERI DI IERI… TEMPI DI OGGI
(Hua t’o)
Secondo il prestigioso dizionario della lingua italiana Devoto-Oli il termine illuminazione sta a significare una straordinaria rivelazione che si manifesta alla mente.
Per quanto riguarda l’Occidente questa posizione fu portata avanti e sostenuta da Agostino da Ippona nel V secolo e successivamente recuperata e caldeggiata dai pensatori medioevali agostiniani quali Bonaventura da Bagnoregio, Ruggero Bacone, Alessandro di Hales, ecc. secondo la quale l’uomo manifesta la necessità di conoscere la verità e questa può derivare solamente da Dio, il quale ha appositamente dotato l’uomo di un’anima con l’ultimo scopo di condurre la stessa verso la verità assoluta.
L’uomo può scoprirne esistenza e presenza solamente nel profondo del proprio io o meglio nella sua coscienza. Fino qui la dottrina di Agostino, la quale però assurge a dottrina filosofica.
Secondo il suo seguace Bonaventura le manifestazioni dell’intelletto umano sono l’espressione dell’illuminazione divina, vale a dire il risultato della volontà divina che ha voluto creare un essere razionale. Sia Ruggero Bacone che Enrico di Gand vollero distinguere tra i vari gradi di illuminazione, specie quella ricercata dai filosofi, in altre parole, quella relativa ai problemi della metafisica.
Secondo poi alcuni filosofi moderni l’illuminazione detta anche ontologismo, nasce quando l’uomo riesce ad immedesimarsi nella vera conoscenza, il che avviene quando le idee divine entrano a far parte del proprio io, cioè quelle caratteristiche di Dio.
Questo, attraverso altre strade, lo scopo dello zen, l’immedesimazione nella conoscenza, quella vera.
Non una ricerca di Dio, né di una illuminazione che venga dall’alto; viene praticata ed è indicata esclusivamente una discesa interiore nel proprio io, alla ricerca di quei valori che ognuno di noi si porta dentro, ma che risultano assopiti dai pregiudizi, dalle consuetudini e dalle tradizioni.
E contro questi bisogna battersi, anche strenuamente.
Se si vuole la pratica dello zen che prevede attraverso differenti metodiche un continuo esame degli aspetti nascosti nel nostro intimo, cioè quelli validi che necessitano di essere riportati in superficie per vivere più consonamente alla vita stessa, quella vera, viene in parte ad identificarsi con la psicodinamica, sinonimo di psicologia dinamica, scienza che esprime quell’orientamento della psicologia verso lo studio delle manifestazioni dello spirito, da cui possono derivare comportamenti, e atteggiamenti più o meno emotivi.
Quanto sopra per spiegarne le posizioni, gli sviluppi nel tempo, i coinvolgimenti, e le pratiche attraverso le quali è passato il concetto d’illuminazione.
Circa alla fine del tredicesimo secolo un saggio nipponico non bene identificato rispondente al nome di Muju redasse una raccolta di scritti intitolata Shasekishu che fornisce, attraverso alcuni racconti, molti spunti sulla saggezza dei maestri Zen. Sarebbe forse ripetitivo riportarli in parte o tutti; meglio andare all’essenza dei contenuti.
La prosperità viene dall’ordine, gli atteggiamenti quotidiani seguono e devono rispettare l’istintualità, i maestri e gli anziani sapienti vanno rigorosamente onorati ed ossequiati, anche se talvolta sono costretti a ricorrere a metodi vigorosi nel distribuire apprendimento; la consuetudine allo scambio di idee risulta salutare, purché questa non divenga sterile polemica, il dedicare quanto resta della propria vita all’apprendimento del verbo.
Tutto questo rientra nelle regole e nelle tecniche di assorbimento della dottrina.
Quali le conclusioni? La fuga dalle consuetudini, dalle abitudini imposte ed entrare nel nostro comportamento, la ricerca di posizioni intellettive più consone a quanto si vuole ottenere, il raggiungimento di questa sintonia interiore che deve costituire la base su cui impostare il nostro quotidiano.
Mi è caro riportare sintetizzando quanto ha scritto un Maestro francese della biologia contemporanea, parlo del grande Henri Laborit, che nella prefazione al suo Elogio della fuga ha così efficacemente scritto:
Quando non si riesce a lottare contro un mare avverso che fa andare una barca alla deriva occorre la fuga davanti alla tempesta, il che risulta il solo modo di salvarla con l’equipaggio.
E questo invito alla fuga è quanto si propone la pratica dello zen; la fuga dalla monotonia ripetitiva dell’esistenziale e dall’ansia del raggiungimento del pieno bene terreno, la ricerca di quello che di effettivamente valido esiste in noi, la nostra vera essenza, che sola può costituire la base della nostra felicità.
Il procedimento è molto semplice. La serenità va ricercata dentro di noi!
L’ARTE DELLA CUCINA GIAPPONESE
(Graziana Canova Tura)
La tradizione ha un peso fondamentale nella cucina del Giappone, e, come avviene nel resto del mondo, ha strettissimi legami con la storia oltre che con il clima, la natura, la geografia del Paese.
La terra dell’arcipelago giapponese è fertile, tre quarti del territorio sono montagnosi e coperti da foreste; il clima di alcune zone, umido e caldo, aiuta la crescita spontanea d’innumerevoli vegetali commestibili (radici, verdure, frutta, bacche, semi, noci) mentre il restante terreno di pianura è occupato oggi da grandi città, ma è anche coltivato in ogni sua minima parte rimasta libera da abitazioni.
I mari che circondano il Giappone offrono da millenni una ricca varietà di pesci, molluschi e alghe, mentre i boschi hanno fornito volatili e cacciagione alla dieta degli abitanti delle zone più impervie dell’interno.
Il popolo giapponese si ciba praticamente di tutto ciò che è commestibile e nutriente. Questa apertura mentale verso ogni novità ha fatto in modo che nei secoli la cucina nipponica si sia arricchita di apporti esterni, dalla Cina come dalla Corea e dall’Occidente; tant’è vero che oggi vengono considerati tipici del Giappone alcuni piatti che hanno origine straniera. Citiamo, ad esempio, la ben nota tenpura, l’aerea leggerissima frittura ispirata a precetti quaresimali introdotti dai portoghesi nella seconda metà del 1500, e la pasta di grano saraceno simile a spaghetti (soba) o i vermicelli di farina di frumento (udon) che hanno la loro primitiva, antichissima origine, in Cina.
Gli scrittori stranieri “folgorati” dalla cucina del Sol Levante sono innumerevoli, dal nostro grande Fosco Maraini che ne ha descritto il fascino in Ore
giapponesi, a Roland Barthes, Italo Calvino e Goffredo Parise.
Mentre nelle opere più antiche della letteratura nipponica il cibo è citato soprattutto come offerta rituale agli dei e nei classici l’argomento era addirittura considerato piuttosto volgare (il Genji monogatari di Murasaki Shikibu e le Note del guanciale di Sei Sho-nagon citano appena l’alimentazione mentre le libagioni negli innumerevoli trattenimenti sono più volte estesamente descritte), al contrario nei secoli recenti la carnale passione dei giapponesi per i piaceri fisici ed estetici della tavola è stata espressa da molti scrittori.
“Non c’è posto al mondo che io ami più della cucina” afferma la protagonista del noto romanzo di Yoshimoto Banana, Kitchen, che giunge persino a dormirvi, sdraiata ai piedi del frigorifero. Questa stanza rappresenta per lei un caldo rifugio nel quale trovare sicurezza e conforto di fronte alle prove cui la vita sottoporrà la sua difficile adolescenza.
Nel suo Libro d’ombra Tanizaki Jun’ichiro- dedica al cibo un brano in cui afferma di preferire il legno laccato alla fredda porcellana: perché quando sorbisce un brodo ama sollevare il coperchio di una ciotola di legno, contemplarne per un istante il contenuto e, prima che questo tocchi il palato, averne un vago presentimento attraverso il vaporoso aroma. Un’emozione profonda, intima, quasi mistica, forse un pizzico di zen.
CERIMONIA DEL TÈ - Ricordi d’infanzia
(Diana Akiko)
Sole, tatami, vapore. Delle lunghe vacanze della mia infanzia trascorse in Giappone ho molti ricordi: luoghi, persone, cultura, Mia madre mi portava con sé ovunque andasse, anche a rischio di farmi annoiare; credo volesse lasciare, nella mia acerba memoria di bambina, tracce di ciò che era la metà del mio sangue, tracce vive che hanno profondamente segnato la mia personalità.
Sole. Quello delle calde e umide estati giapponesi, raggi tra le foglie che entrano a illuminare dolcemente una piccola stanza di legno, carta di riso e tatami. E’ questo lo spazio in cui si svolgevano le lezioni di cerimonia del tè che seguiva mia madre. La Maestra era una tenera ma autoritaria signora dai capelli bianchi raccolti, che solitamente non ammetteva bambini alle sue lezioni.
Tatami. La casa era una piccola “villa” su due piani, molto tradizionale, proprio come quelle che si vedono nei vecchi cartoni animati. Appena arrivate, le allieve (mai più di cinque) salivano al piano superiore, la zona “privata”, attraverso una scricchiolante robusta scala di legno scuro, per vestire il kimono. Qui i miei ricordi diventano vaghi (poco mi interessava vederle vestirsi con l’abito tradizionale che già conoscevo) e mi trasportano direttamente alla concentrata tesa atmosfera della lezione.
Vapore. Acqua che borbotta nel ferro battuto, ceramica, bambù, seta, silenzio. Momenti magici per una bambina di pochi anni che capisce poco di quei gesti dettati dalla regola, ma che osserva e ascolta i lenti movimenti della cerimonia. Tutto ha un suono e niente deve andare perso, niente qui è eccessivo. Mi sembra che anche lo spicchio di luce che si insinua curiosamente tra noi partecipi con la sua voce.
Finalmente arriva il momento del dolcissimo fiore di zucchero, talmente dolce che l’amaro del denso tè verde diventa quasi piacevole. Come deve essere. La Maestra mi avvicina allora la tazza appoggiandola davanti a me. Io, correttamente seduta in SEIZA (sulle ginocchia) prendo la tazza e la giro due volte, come prescrive la regola. Ma dal verso sbagliato. La mamma, accanto a me, corregge e mi fa ripetere. Bevo, facendo attenzione a non lasciare gocce di prezioso liquido sul fondo. Appoggio la tazza e scruto la Maestra -“Anche questa volta è andata bene”-. Penso. Chissà. Aspetto, cercando di stare composta, che le signore a loro volta ricevano il tè.
Altro salto di memoria. Finita la lezione, nell’attesa della mamma, la Maestra mi offre un dolce nella stanza accanto, spiegandomi che quello che guardo curiosamente è l’altarino della casa per gli avi (un parallelepipedo di legno aperto su un lato), c’è anche la foto del marito. Ha la dolcezza di una nonna adesso e le prossime volte mi fermerò qui spesso durante la lunga lezione, osservando libri, foto e immaginando infantili conversazioni con il signore della foto…
l’IDEOGRAMMA DI “ILLUMINAZIONE
(Ryoko Kinoshita)
Vi sono momenti in cui mi chiedo perché vivo,
chi sono veramente…?
Circa sei secoli prima diCristo, Goutama (conosciuto come Budda) è nato da una famiglia nobile, in un paese ai piedi dell’Himalaya. Non gli mancava niente e poteva essere molto felice, ma il suo pensiero costante era che tutte le cose o le situazioni che ci danno felicità, alle quali noi aspiriamo, sono instabili e insufficienti. Deve esistere qualcosa di più profondo, qualcosa di immutabile, eterno. Lascia la famiglia e il paese proprio durante i festeggiamenti per la nascita del suo primogenito. Per trovare quel “qualcosa”. In quel tempo in India si pensava che la forza, il potere, la sapienza, si potevano ottenere attraverso una severissima astinenza da qualsiasi piacere. Imporsi digiuno, insomma e altri esercizi fisici e psichici. Anche Goutama si è imposto questo metodo, ma non era assolutamente convinto che quella fosse la via giusta, perché il suo pensiero era che a ciò che cercava sarebbe giunto con la mente e il corpo sani.
Passati sei anni da quando aveva lasciato la casa, un giorno si trovava seduto sotto un grande albero (bodaiju), vicino ad un fiume. Mentre si riposava, all’improvviso, ma chiaramente, ecco l’illuminazione! Da quel momento cerca di condividere l’esperienza dell’illuminazione con la gente.
Goutama e Budda: una persona sola. Dal momento dell’illuminazione Goutama diviene il Budda, l’illuminato, perché vive la “Buddità”, cioè l’illuminazione.
Il Buddismo è una religione di salvezza e d’illuminazione. Che cosa si è illuminato dentro Goutama? Tutti i nostri tormenti sono causati dai nostri desideri egocentrici. Desiderare la vita eterna, il potere, avere sempre di più…
Fino a che è legato a tutto ciò l’essere umano continua a soffrire per le delusioni, le invidie e tanti altri sentimenti tristi e spiacevoli. Superando il proprio ego si ottiene la pace interiore e l’anima stabile. Quindi, secondo Budda, dimenticare il proprio ego è il bene più grande che un essere umano possa fare al mondo e a se stesso.
Per questo ha cercato di indicare alla gente l’amore per gli altri. Trecento anni dopo è esistito un re che ha cercato di governare il suo paese seguendo lo spirito del Buddismo. Il re Ashoka che regnava sulle terre di Ghandala, l’attuale confine fra Afganistan e Pakistan. Ha fermato guerre e battaglie dedicandosi alla edificazione di pozzi per l’acqua potabile, ospedali e grandi parchi.
Purtroppo la sua politica a favore del popolo pare non abbia avuto successori.
A me sembra incredibile che la terra (che ha visto nascere) l’arte della scrittura NYORAI (per invitare la gente ad approfondire più facilmente i principi un po’ difficili del buddismo) sia stata devastata in quel modo.
Si dice che c’è anche un movimento per la distruzione delle statue di Budda a causa della diversità fra le religioni. Spero che si possa vedere il più presto possibile la fine della guerra e che quelle terre tornino come le aveva create il re Ashoka, terre con oasi e con abitanti che amano la pace e gli altri.

IL SIGNIFICATO DEL CARATTERE “ILLUMINAZIONE”
Giuliana Malpezzi

Questo ideogramma realizzato da Ryoko Kinoshita è
composto di tre caratteri: il primo sulla sinistra è la versione semplificata di cuore, di cui il pittogramma originale riproduceva la forma fisica di membrana a sacca. Il cuore nella tradizione filosofica rappresenta la mente, il pensiero, l’intenzione e la conoscenza, quindi, le attività mentali e sentimentali insieme. E’ il radicale di molti ideogrammi che esprimono concetti relativi alla mente ed ai sentimenti.
Il secondo carattere, quello in alto, è il numero cinque, particolarmente importante nella tradizione cinese. Lo si trova infatti in molti concetti filosofici : cinque sono i Libri Classici del canone confuciano, cinque sono gli elementi primari che formano l’universo : acqua, aria, terra, fuoco, legno.
Infine il carattere della bocca, l’organo dell’espressione, della parola, ma anche la porta attraverso la quale immettiamo il cibo, che ci consente di vivere.
Per raggiungere l’illuminazione,quindi, abbiamo bisogno di diversi elementi : prima di tutto il cuore, la mente, poi la conoscenza dei testi filosofici classici ed infine del nutrimento spirituale che proviene dalla bocca del Maestro.
CHE COS’È L'IKEBANA
(Nicoletta Spadavecchia) - Parte Prima
Alla ricerca dei motivi culturali che fanno della composizione floreale
una pratica di vita,
Se è esperienza ormai comune anche in Italia fare dell’IKEBANA, se tale termine viene facilmente associato a una composizione floreale, tuttavia esiste ancora il pericolo di un approccio ad esso errato o, quanto meno, sviante.
Ben consapevoli della difficoltà che presenta una pratica di vita quale quella dell’IKEBANA, nata da una situazione culturale precisa e trasferita in un ambiente notevolmente diverso quale il nostro, proprio per questo motivo ci sembra utile e necessario fare alcune precisazioni che ci permettono di reinserire tale prodotto nel suo contesto, ridandogli il suo vero significato e riportandolo alle dimensioni e agli obiettivi che gli competono.

Il significato di “ikebana” e quello di “kado”
Cominciamo dall’analisi del termine. IKEBANA viene dall’espressione giapponese “HANA o IKERU”, nella quale “HANA” sta per fiore e “IKERU” copre un’area
semantica ben vasta che va dal senso generale di vivere, essere vivo e reale, al senso particolare di comporre, ornare, disporre. Quello di
IKEBANA, dunque, è un vocabolo che indica la sola e semplice pratica di mettere insieme dei fiori e dei rami, secondo un certo gusto e determinate regole; è un vocabolo tecnico che, come tale, evidenzia la pratica puramente formale della composizione floreale. E’ estremamente indicativo il fatto che in Giappone lo si usi raramente nella forma sostantivale e gli si preferisca la locuzione “HANA o IKERU” o il termine di
tipo filosofico “KADO”, mentre da noi, nel mondo occidentale, sia stato proprio il vocabolo tecnico ad essere stato adottato, quasi a voler privilegiare il momento pratico e contingente nella ben più complessa e completa esperienza che fare dell’IKEBANA comporta.
“KADO”, che letteralmente vuol dire “la via dei fiori”, è un termine nato dalla necessità di esprimere l’impegno interiore che la pratica dell’IKEBANA richiede, al pari di qualsiasi altra sia di tipo artistico (SADO per la cerimonia del tè, SHODO per la calligrafia), sia di tipo sportivo (JUDO, KENDO, AIKIDO e via dicendo, per le varie arti marziali). “DO”, infatti, indica la via che si deve percorrere per ottenere e sviluppare una spiritualità sempre maggiore – in altre parole, la realizzazione del proprio io –, attraverso una pratica di vita che ne rifletta la ricchezza interiore. Si chiarisce in tal modo il significato del termine, legato a una esperienza di vita che coinvolge tutto l’individuo nella sua fisicità e spiritualità.
Nel prossimo numero analizzeremo i motivi che hanno determinato la nascita e lo sviluppo di pratiche di questo tipo.
Libri - WU GOU YUE
" La luna a forma di spada dell’imperatore Wu "
(di Mao Wen e Uraia Corrent)
È la seconda storia di Mao Wen pubblicata in Italia. Anche questa volta si è scelto di pubblicare la traduzione con il testo cinese a fronte, per fornire la possibilità di leggere l’opera nella sua lingua originale per quanti, cinesi e non, sono in grado di fruire direttamente di questa lingua, e perché Mao Wen è probabilmente il primo scrittore che scrive nella sua lingua in Italia (o quantomeno il primo che osa anche pubblicare). Mao Wen è un cultore della lingua cinese nonché un abile calligrafo.

Mao Wen è nato a Pechino. Laureato in lingua e letteratura cinese all’UNIVERSITA’ DI PECHINO. Ha insegnato all’UNIVERSITA’ DI LINGUA E CULTURA DI PECHINO.
Per “guardare la Cina da lontano” è venuto in Italia nel 1988, con una borsa di studio. Attualmente insegna lingua cinese al Is.I.A.O. di Milano e all’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI TORINO. Presso C.U.E.M. ha pubblicato anche “La storia della grande campana” in versione bilingue.
Uraia Corrent è una ragazza italiana, è nata a Milano. Studentessa universitaria, amante delle lingue e letterature orientali, ha anche tradotto “La storia della grande campana”.