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Pagine Zen N° 81

maggio/giugno2009

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
  1. Attore con maschera hannya
  2. Retro di maschera hannya
  3. Maschera beshimi
  4. Retro di maschera beshimi
  5. Maschera koomote
 

IL VOLTO DELLA VERITA'
Matteo Casari
www.nipponica.it

In ogni luogo del mondo, nelle più diverse epoche, l'uomo è stato affascinato da un particolare oggetto, la maschera.Samurai
Inizialmente create per essere utilizzate in contesti ritualistici o cultuali le maschere sono diventate anche strumenti propri del teatro e di molteplici momenti ludici.
Tra le più raffinate maschere mai prodotte dall'uomo le nōmen, maschere del teatro giapponese, sono un esempio di eccellenza assoluta.
A farle percepire come tali non sono solo la superba fattura – scolpite in legno di cipresso giapponese (hinoki) e quindi dipinte secondo le rigide prescrizioni della tradizione – e la bellezza estetica che le rende, da sempre, ambíti oggetti da collezione. Il loro valore, probabilmente, risiede nella vita che le anima. In alcuni esemplari, soprattutto quelli più antichi – oggi si producono poche maschere e quasi sempre ad imitazione di quelle tradizionali – è possibile vedere, nella parte posteriore, delle sbrecciature realizzate dallo scultore affinché lo spirito del personaggio evocato dalla maschera possa, con maggiore facilità, prenderne possesso.La presenza attiva dello spirito delpersonaggio aiuta l'attore, che perconvenzione deve diventare in scena il personaggio – non deve, quindi, semplicemente rappresentarlo o “recitarlo” – a svolgere al meglio il proprio ruolo. Una nōmen, però, deve essere viva anche nella superficie che si mostra al pubblico. Se lo scultore che l'ha realizzata e l'attore che la indossa sono davvero abili può prodursi quella che è considerata la più grande magia del teatro : il gioco di luci e ombre prodotto dal lento e misurato movimento del capoFeimo dell'attore dona al volto scolpito la mobilità mimica di un viso in carne ed ossa.
Condizione necessaria perché tale effetto si produca è che il volto dell'attore celato dalla maschera sia impassibile, immobile e inespressivo: unribaltamento che rende il volto maschera e la maschera volto e che manifesta la grandezza di un modo altro di intendere l'arte e il teatro.
Le nōmen, insomma, sono un concreto esempio di come la maschera, percepita in Occidente quale strumento per celare la verità, sia invece in Giappone e più in generale in Oriente un mezzo attraverso il quale la verità ultima delle cose e del mondo può essere vista e comunicata.

Eventuali suggerimenti bibliografici:

-Matteo Casari, Teatro . La via dei maestri e la trasmissione dei saperi, CLUEB, Bologna 2008.

-Matteo Casari, Semantica della maschera nō tra Mito e Vuoto, in Mascheramenti, Bulzoni, Roma 1998.


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sanboji

I SAMURAI AL CINEMA
Giampiero Raganelli

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) possono contattare l'autore al seguente indirizzo: ragagia@yahoo.it

“Il futuro appartiene a noi”, con queste parole pronunciate dal giovane guerriero Taira no Kiyomori, interpretato dal popolare attore Ichikawa Raizo, si conclude la penultima opera del grande regista
Mizoguchi Kenji, Nuova storia del clan Taira - Shin heike monogatari (1955). Si tratta di uno sfarzoso kolossal in stile hollywoodiano, che racconta un evento cruciale della storia del Giappone, la fine dell’epoca Heian, nel tardo XII secolo, e l’avvento al potere dello shōgun e della classe dei samurai, fino ad allora relegati al ruolo di semplici cani da guardia. Le parole di Kiyomori erano profetiche perché questo assetto del Giappone durò fino alla RiflessiRestaurazione Meiji, iniziata nel 1868. Anche nel cinema i samurai hanno spadroneggiato a lungo e lo stesso attore Ichikawa Raizo avrebbe poi interpretato una miriadedi ruoli di samurai, nei film diretti dal regista di genere Misumi Kenji.
Fin dai suoi albori, il cinema giapponese aveva puntato sul jidaigeki, genere storico di derivazione teatrale, e in particolare sui chambara, i film d’azione con spadaccini, termine onomatopeico che indica il clangore dei duelli con la spada. Il più antico lungometraggio giapponese conservato fino ai nostri giorni, è Iquarantasette rōnin di Matsunosuke - Matsunosuke no Chūshingura (1911), il primo degli innumerevoli adattamenti del celebre dramma, che racconta della vendetta di quarantasette samurai contro il responsabile della morte del loro padrone.
La più importante di queste versioni cinematografiche è quella di Mizoguchi, Storia dei fedeli seguaci dell’epoca Genroku / La vendetta dei quarantasette rōnin - Genroku Chūshingura (1941-42).Questa opera è quella che meglio rappresenta i principi del bushidō, la via del samurai, dignità, compostezza, fermezza anche nelle avverse fortune.Oltre alla serena accettazione del seppuku, il suicidio rituale, fondamentale in quest’ottica è il conflitto, tipico della drammaturgia giapponese, che si crea tra i principi di giri (dovere) e ninjō (sentimento). I rōnin sono combattuti tra il giri verso le leggi e l’Imperatore e la lealtà verso il proprio padrone defunto, che rappresenta il ninjō. La decisione cadrà inevitabilmente sul secondo. Tutto ciò senza mostrare scene di combattimento, una scelta molto diversa da quella del celeberrimo I sette samurai - Shichinin no samurai (1954), che non lesina in scene spettacolari, ma per Kurosawa è più importante la sua concezione umanista che si palesa nel finale, quando il capo dei samurai riconosce che i veri vincitori sono i contadini. Una visione invece antieroica, e picaresca, della figura del samurai, è data dal maestro Kurosawa nel dittico costituito dai chambara La sfida del samurai - Yojimbo (1961) e Tsubaki Sanjuro - Sanjuro (1962), dove protagonisti sono rōnin mercenari, non a caso ambientati nel tardo periodo Edo, epoca di pace e di declino della classe samuraica. I guerrieri diventavano burocrati dello shōgun, quando andava bene, ma molti di questi rimanevano senza impiego, come raccontato nel bellissimo Sentimenti umani e palloncini di carta – Ninjō kamifusen (1937).In questo film si narra di un rōnin, alla disperata ricerca di lavoro, dopo il suicidio del padre, commesso mediante impiccagione, grave disonore per un samurai, avendo dovuto vendere le sue spade per necessità.

 

sushidio

DEBUTTO A MILANO – NAVIGLIO GRANDE
SPAZIO ILARDOTEAM (AREA EX-GINORI)
DAL 12 AL 18 MAGGIO 2009
Uno spettacolo (attraverso il cinema giapponese)
diVALENTINO INFUSO
Produzione Teatro in Polvere
Coproduzione SOSTA PALMIZI
Con la collaborazione di IlardoTeam, FuxBau e Nipponica

con Valentina Fogliani, Fabio “Takashi Ryu” Pagano,
Valentino Infuso
Composizione sonora: Davide Tidoni
illustrazioni: Izumi Fujiwara
animazioni video: Fabio Sardo
consulenza cinematografica: Giampiero Raganelli
foto e video: IlardoTeam

Non è uno spettacolo sulla cultura giapponese. È uno spettacolo “attraverso” il cinema giapponese e si riferisce alla cultura “attraverso” lo schermo della sua cinematografia. Quel che di nipponico emergerà sarà frutto dell’immaginazione dei due protagonisti-avventori sollecitata dall’estraneità del luogo attraverso il kaiten-zushi, una macchina scenica appositamente realizzata di 9 metri per 5, che sarà il fulcro dell’azione. Questo immaginario è composto da fotogrammi, flash visivi, colori e suoni che riverberano nella memoria e nell’animo, da echi di gesti, azioni e contemplazioni dai film di maestri del Cinema come Ozu, Mizoguchi, Miike, Kurosawa Akira, Tsukamoto, Kitano, Fukasaku, Oshima, Masumura, Terayama, Wakamatsu... solo per citarne alcuni. Ma non mancano riferimenti al cinema dei Benshi (che commentavano e davano voce ai film muti) o ai kaiju-eiga(film dei mostri, della serie Godzilla e co.), nonchè al cinema di animazione (gli Anime).
Tutto ciò permetterà comunque di giocare con la materia profonda del lavoro anche attraverso la maschera ridanciana del travestimento in altro, dando lievito e sofficità ad una materia che altrimenti risulterebbe estremamente “tamugna” e ostica anche ai palati intellettualmente più esigenti.

Il genere jidaigeki tramontò verso la fine degli anni ’60, venendo ripreso solo di recente.Gli ultimi film di samurai prodotti sono accomunati dal fatto di raccontare la fase precedente la fine dell’epopea dei guerrieri, avvenuta dopo il periodo Edo, quando con la Restaurazione Meiji, la classe dei samurai fu sciolta. A dare inizio a questo recente filone del jidaigeki crepuscolare, è stato un grande autore come Ōshima Nagisa con il film TabùGohatto (1999). Dissacrante, come tutta la sua cinematografia, Ōshima si focalizza su elementi scomodi, qualil’omosessualità, e chiude il film con il personaggio interpretato da Kitano Takeshi, che recide un albero di ciliegio in fiore, il principale simbolo del Giappone. Un altro grande vecchio del cinema nipponico, Yamada Yōji, realizza la trilogia del samurai del tramonto, composta da Il samurai del tramonto - Tasogare seibi (2002), La spada nascosta - Kakushi ken oni no tsume (2004) e Amore e onore - Bushi no ichibun (2006). I protagonisti di questi film, anch’essi ambientati alla fine dell’era Edo, sono samurai nei quali è del tutto assente il senso di giri verso il proprio padrone, possono, anche qui, vendere la propria spada e usarne una di bambù, o essere intenti ad imparare il funzionamento dei cannoni che segnano un nuovo modo di fare la guerra. L’epopea è ormai giunta al suo termine.

Il periodo Asuka - il gigaku
Edmondo Filippini - Seconda parte
www.giapponeinitalia.org

Coloro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in lingua ecc.) possono contattare l'autore al seguente indirizzo: filippiniedmondo@yahoo.co.jp

Introdotto durante l’era dell’Imperatore Kinmei (539 - 571), così secondo il Nihonshoki, il Gigaku non è esattamente una forma musicale in senso stretto, bensì una forma teatrale elaborata il cui nome significa, se tradotto letteralmente, musica dell'atto.
Chiamato con molti nomi, tra cui kuregaku e kure no utamai dal nome della terra da cui derivava oggi non ancora identificata in maniera univoca, fu introdotto inizialmente da un monaco di nome Chisō, proveniente dalla regione cinese di Wu, che portò in Giappone in quegli anni l’intero organico strumentale per l’esecuzione di questo repertorio.
Solo durante l'era dell'Imperatrice Suiko, nell’anno 612, vi fu la definitiva introduzione di tutto l'apparato sia musicale che scenico grazie soprattutto all'incessante lavoro di promozione delle arti e  della religione del continente operata dal Principe Shōtoku Taishi che allo scopo fece trasferire una persona naturalizzatasi giapponese di nome Mimashi proveniente dal regno di Paekje. Questi era, secondo quanto riportano gli annali, uno “studioso di gigaku nella terra di Kure, insegnante poi ai giovani di Sakurai, nella terra di Yamato”, di questi giovani noi oggi conosciamo solo il nome di Mano no Obitoteishi e Imaki no Aya no Saimon.
Andato via via scomparendo già dall'epoca Heian, riuscì a sopravvivere come repertorio autonomo sino agli inizi del periodo Edo all'interno dei templi buddisti per poi scomparire completamente.
Studiosi come Tanabe Hisao sono però convinti che alcuni brani di Gigaku siano arrivati sino ad oggi grazie al repertorio che di fatto inglobò questo ed altri stili quali il Gagaku, più precisamente egli rintraccia nei brani Shinshōtoku, Daishōtoku, Nasori e Chikyū del lato destro probabili discendenti di quelle antiche danze e musiche.
Se da un punto di vista uditivo le informazioni sono scarse, diverse sono invece le fonti iconografiche: tra queste, il Dankyu (fig.1), un arco conservato anch'esso allo Shosoin di Nara, rappresenta sicuramente la fonte più importante. In esso vi sono infatti riportate varie figure di danzatori vestite con foggia non Giapponese impegnate proprio nel repertorio Gigaku e da questo è possibile ricavare alcune informazioni anche sugli strumenti impiegati tra cui spiccano gli Dōbyōshi, castagnette, il Sasara, specie di frusta fatta con asticelle di legno ancora oggi in uso nelle campagne, il Narabishō, simile alla syrinx greca più altri strumenti a percussione quali il Gigakutsuzumi e lo Yoko.

Sono inoltre sopravvissute varie maschere di grande formato sia in legno che in tela (Fig.2) che confermano come questo repertorio fosse principalmente usato nell'accompagnamento di processioni e pantomime e celebrato principalmente all'aperto.
Si è quasi certi che tale rappresentazione si aprisse con una danza di leone, Shishimai, prima rappresentazione di quest'animale sentito come creatura mitica poiché non presente sul territorio e proseguiva poi con una danza che questa aveva personaggio principale il Dio Susanō chiamata Oroshi taiji di cui si è persa completamente traccia.
Nell'attuale ricostruzione del repertorio, condotto anche grazie alle descrizioni contenute nel Kyōkunshō, uno spettacolo completo di gigaku comprende al massimo ventitre attori, e viene diviso in due parti, una processione e la rappresentazione vera e propria messa in scena nel seguente modo:
Durante la processione appare è il Chidō la cui funzione è quella di purificare la strada che conduce al tempio e di controllare il luogo della rappresentazione a tempo di musica a cui segue la già citata Shishimai.
Si susseguono quindi una serie abbastanza lunga di danze che oscillano tra il serio ed il parodico, come la danza che racconta la storia dell'uccello Karura, in indiano Garuda, una delle otto divinità protettrici del buddismo ed altre due immediatamente successive a questa che raccontano di un barbaro ed una fanciulla importunata dal primo in maniera oscena e salvata dall'intervento di due guardiani del tempio e di un Brahmino messo completamente in ridicolo.
Dopodiché si ritorna al serio grazie all'introduzione del personaggio di nome Taikofu, grande padre degli orfani, che effettua varie benedizioni e preghiere rivolgendosi infine anche ai defunti.
La rappresentazione si chiude nel grottesco con la danza Suikoō o Suikojū, nient'altro che una satira nei confronti dei regni stranieri.
Questa è purtroppo solo una ricostruzione sulle fonti che ci sono pervenute comunque scarse, però è chiaro come un repertorio che conteneva una tale commistione di generi fosse destinato via via a scomparire con l'avanzare di forme ben più raffinate quali il Gagaku prima ed il ed il Kabuki poi che avrebbero portato la cultura teatrale e musicale Imperiale e Shogunale giapponese ad un livello di raffinatezza ed astrazione filosofica cui il Gigaku non avrebbe mai potuto sperare.

I Sakazuki
Luca Piatti
www.giapponeinitalia.org

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Kottoya - Antiquariato giapponese di Luca PiattiColoro che fossero interessati a saperne di più (bibliografia, glossario in linguaecc.), potranno contattare l'autore al seguente indirizzo mail: luca@kottoya.eu

Il Sakazuki è “ il bicchiere delle occasioni speciali “, usato per bere il sake, il vino di riso tipico del Giappone. E’ un oggetto tipico della cultura del sol levante, sempre con un elevato pregio artistico. La tazza è di legno, di forma circolare o ovale, con una piccola base cilindrica, rifinita con lacca di color rosso e arricchita con decorazioni in lacca, oro e argento, più raramente con intarsi di madreperla. Queste tazze possono essere singole, o riunite in serie di tre, cinque o sette pezzi, il più delle volte di dimensioni diverse fra loro, ma tutte con lo stesso motivo decorativo.
Realizzato per uso cerimoniale, il Sakazuki era ed è ampiamente usato nelle occasioni pubbliche più comuni, per esempio, nel rito di matrimonio di tipo scintoista, dove la sposa indossa lo shiromoku e lo sposo un kimono con haori. I due sposi pronunciano i loro voti, sorseggiano il sake per tre volte da una di queste tazze e in seguito si scambiano gli anelli. Gli invitati brindano alla loro salute e, bevendo sake, vengono presentati dai padri degli sposi. Molte altre cerimonie, ancora oggi, vengono suggellate con un bicchiere di sake: la costruzione di una nuova casa, una vittoria elettorale, un successo aziendale e cosi via.

sakazuki

 

In Giappone, sin dall’antichità, il bere sake ebbe uso e significato cerimoniale, per questa ragione i recipienti usati nella cerimonia erano pregiati artisticamente, usualmente in legno laccato; in origine il sake era una bevanda riservata esclusivamente alla corte imperiale, per poi estendersi a tutta la popolazione, passando dai templi e dai santuari di tutta la nazione. Bere in compagnia era un passatempo diffuso e comune a tutti gli appartenenti a una qualunque classe sociale.Queste coppe per bere il sake hanno pareti sottilissimesakazuki e una curvatura ben studiata; sono frutto di una tecnica di lavorazione raffinata e peculiare, dove numerosi pezzi di legno, ben stagionati e provenienti da tagli diversi, di testa e di filo, erano incollati a formare un blocco compatto. Da questo, usando il tornio, veniva realizzata la coppa. La perfetta curvatura del recipiente e la prevenzione delle crepature e delle fessure erano permesse dal metodo di creazione del blocco da tornire, costituito da un numero elevato di piccoli pezzi di legno ben stagionati e accuratamente incollati. La tazza tornita veniva poi ben levigata e stagionata. Solo dopo questo lungo processo poKathay teva arrivare nelle mani del laccatore e successivamente del decoratore.

 

pratica zen di ogni giorno
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen Il Cerchio
Prima parte


La pratica dello Zen richiede la guida di un Maestro Zen, ma quando questa non è possibile o risulta difficile, non dobbiamo scoraggiarci. La parola Zen significa, possiamo dire, la realtà ultima della vita, e ognuno di noi è una vita, ognuno di noi vive la realtà ultima della vita. Ciò che forse manca è la consapevolezza illuminante di questa realtà ultima della vita, che trasforma l’esistenza in una meravigliosa vita.
Lo Zen è di tutti, qualunque sia la religione o la nazione. Che ci sia o non ci sia un Maestro Zen non ci si deve scoraggiare dall’incamminarci sulla Via dello Zen. Se il fuoco della conoscenza e il desiderio di cambiare la nostra vita ed estinguere il dolore sono forti, sentiamo l’urgenza di entrare in contatto con un Maestro, con qualcuno che abbia percorso la Via. L’espressione percorrere la Via certo non è esatta, in quanto la Verità ultima è già lì dove siamo, non distante dalla vita che viviamo, ma usiamo liberamente le parole, pur sapendo che spesso possono non essere ben comprese.
Poiché non sono un esegeta ma un Maestro per tutti (nel senso che dona l’insegnamento a tutti), più che del significato stesso della parola, mi curo del fatto che la parola arrivi al cuore della pratica. Chiedo alla parola di essere veicolo per la consapevolezza, più che strumento per la comprensione intellettuale. Lascio agli studiosi illuminati il compito di trovare le parole giuste corrispondenti ai giusti significati.

Enso- ji - Monastero Zen - Il CerchioIl mio interesse è di usare la parola come vento che accarezzale orecchie o come il suono secco della legna che si spezza. Potete usare mille parole per descriverlo, cercare con cura le espressioni più adatte, ma non esprimeranno mai tutta l’esperienza vissuta.
Se questo contatto con il Maestro non avviene, non per questo dobbiamo tirarci indietro.
Non è necessario essere monaci per realizzare la verità della vita. Dovete solo impegnare l’esistenza seriamente sulla Via dello Zen, se sentite che questa Via vi è congeniale, altrimenti cercatene altre, ma non lasciate che il tempo passi inutilmente, tra una indifferenza e l’altra, tra un momento di gioia e uno di dolore. Riappropriatevi della vostra vita, della Vita universale. (continua)

Tratto dal libro VIVERE ZEN del maestro Tetsugen Serra - Xenia edizioni 1999

kata
di P.Taigō Spongia
terza parte

Prosegue, da parte di Sensei Paolo Taigō Spongia, l’esame dei vari punti.
5) Ricerca sensoriale propriocettiva ed esterocettiva ed in ambito emozionale.
La messa in opera del kata ci interroga sull’articolazione tra conscio ed inconscio, rimettendo in causa l’organizzazione dell’attività percettiva quotidiana1”
La pratica ci porta a rimettere in discussione la nostra capacità percettiva. Il Maestro Taisen Deshimaru diceva io non credo ai miei occhi e alle mie orecchie, sottolineando così come l’illusorietà dei sensi non permette di cogliere la realtà nella sua pienezza ed immediatezza, ma la percezione della realtà deve coinvolgere simultaneamente tutti i sensi compresa la mente (nel Buddhismo la mente è uno dei sensi). Ordinariamente percepiamo la realtà in modo frammentario e ci attacchiamo ad i frammenti che riusciamokata
a cogliere. L’altro ieri sono riuscito finalmente a veder un film che mi ha dato H., che stava lì da mesi e non trovavo il tempo di vederlo. Il film si intitola ‘Memento’ e parla proprio di questo: il protagonista a causa di un incidente ha perso la memoria a breve termine (poi anche la sua memoria a lungo termine in realtà si rivelerà illusoria) allora in ogni momento deve scrivere delle note, scattare delle istantanee, arriva a tatuarsi sul corpo le sue importanti annotazioni, al fine di non ‘perdere’ la memoria del momento precedente. Ma questo catturare dei frammenti si rivela alla fine fallimentare. I frammenti non permetteranno mai di cogliere l’insieme. Dai frammenti non riuscirà a ricostruire la mutevole e complessa realtà e alla fine, nelle scene finali del film lo si vede chiudere gli occhi e chiedersi se esiste davvero quel mondo al di fuori della sua mente… Si deve dunque affinare una capacità percettiva che a partire dai sensi trascenda i sensi stessi in una percezione intuitiva della realtà (pensiero hishiryo), ovvero la pura percezione sensoriale prima che la mente calcolatrice intervenga incasellando l’esperienza in una categoria razionale (prima di fare una foto e scriverci su le proprie annotazioni). L’interno e l’esterno, la propriocezione e l’esterocezione, in qualche modo devono esplodere (Tokitsu parla di tempo esploso) tanto che il International Okinawa Goju-Rijulimite tra esterno ed interno scompaia e il corpo-mente sia mosso in qualche modo dall’intero Universo. Esperienza che si fa potentemente durante la pratica dello Zazen e che solo ad alti livelli si raggiunge durante l’esecuzione del Kata.
Il Kata, così come il rito, è rigido nella sua manifestazione, nel senso che non ammette deroghe alla sua esecuzione formale, ma quando vai a interpretarlo nella sua esecuzione, nella sua applicazione, consente  allatua mente di liberarsi in modo globale.
“L’orientamento della psiche nel momento della realizzazione di un kataprocede da una tecnica
Largamente comune allo Zen e alle arti tradizionali giapponesi. Dietro l’apparenza gestuale di un kata, un lavoro psicologico tende ad allargare e a spostare la profondità e l’apertura del campo di coscienza. E’ così per la postura immobile dello Zazen. La profondità e l’apertura dello stato di coscienza variano secondo l’avanzamento nello Zazen…”(2)


Torakan

L’influenza tra Zazen e Kata diventa in questo ambito di grande rilevanza ed efficacia. Così come nello
Zazen si esplora nell’immobilità attraverso una raffinatissima esplorazione, così durante l’esecuzione del Kata si esplora nel movimento. Ma, il feedback che deriva dal vivere entrambe le esperienze permette di comprendere intimamente come movimento ed immobilità siano indissolubili. Vi è grande movimento, azione, nell’apparente immobilità dello Zazen così come un nucleo immobile deve essere mantenuto nella più impetuosa azione. Yukio Mishima descrive questa condizione in questo bel brano:
“Lo stemma della famiglia Kokubu, una genziana color oro dalle foglie bilobate, splendeva sulla corazza laccata di nero. Nella luce del sole al tramonto, che entrava dalle finestre del dojo, il sudore riluceva sul completo blu imbottito da esercitazione di Kokubu Jiro. I lembi del suo kimono pieghettato permettevano di intravedere cosce giovanili color ambra, così piene di vita e guizzanti da lasciar immaginare il giovane corpo danzante dentro l'uniforme e l'equipaggiamento protettivo.Libreria Azalai
Tutti i suoi movimenti sembravano emanare dalla calma perfetta, ispirata dall'indaco cupo della sua veste. Entrando nel dojo lo si notava immediatamente. In mezzo agli altri il suo corpo, e solo il suo, sembrava avvolto da una sorta di immobilità che nasceva dall'essenzialità di ciascuna delle posizioni assunte. Queste posizioni non facevano mai violenza all'atteggiamento naturale del suo corpo ed erano sempre aggraziate. Per quanto furioso lo scatto, egli vi restava immobile al centro; come la corda di un arco una volta scoccata la freccia, ritornava subito da sé nella posizione  iniziale, rilassato e composto. Il piede sinistro seguiva come un'ombra il destro, e i passi riecheggiavano, sovrapponendosi, proprio come bianche creste di onde si sovrappongono l'una all'altra.” (3)
Takuan Osho ha scritto un’illuminante trattato sulla Via della Spada in cui definisce questa mente inamovibile, come la mente che non si ferma su nulla.
Yagyu Munenori (grande Maestro di spada e discepolo di Takuan) scrive:
La rimozione delle afflizioni (Klesa: illusioni, condizionamenti, attaccamenti che derivano dalla visione frammentaria della realtà) è necessaria per percepire le intuizioni. Se le afflizioni non vengono eliminate, esse vi domineranno e voi non riuscirete a vedere. E mancando di vedere
avrete perduto. Le ‘afflizioni’ sono malattie della mente, il che significa che la mente si è fissata su una cosa o un’altra… Vedere con il cuore e con la mente è fondamCrespi Bonsaientale. Soloquando vedete con il cuore e con la mente i vostri
occhi vedono davvero. Così, il vedere con gli occhi viene dopo il vedere con il cuore e con la mente. Dopo di ciò potrete guardare con il corpo, con le mani ed i
piedi… Poiché tutte queste malattie sono nella mente per eliminare la malattia non resta che tonificare la mente…. Il guardare le cose con una semplice occhiata senza fissare la mente su di esse è definito essere fermi. Quando la vostra mente indugia sulle cose, vari pensieri analitici prendono forma. Quando ciò non avviene, anche se la mente che stava indugiando si muove, voi sarete fermi.(4)
Anche l’aspetto emozionale è fortemente coltivato attraverso l’esecuzione del Kata. Sin dal primo apprendimento del Kata l’aspetto emozionale si esprime potentemente attraverso il lavoro sulla postura e sul respiro. Le nostre rigidità, complessi, paure… vengono immediatamente in superficie e sta a noi se decidere di continuare ad ignorarle e a nasconderle attraverso le molteplici strategie che mettiamo in atto durante la vita quotidiana, oppure affrontarle e conoscere finalmente noi stessi innescando così una trasformazione in queste espressioni energetiche. In qualche modo il Kata ci mette a nudo di fronte a noi stessi e di fronte alla sensibilità del Maestro. Non possiamo più fingere, e le impalcature del nostro ego cominciano a scricchiolare. Questo è un vero e proprio shock per molti, una vera terapia d’urto. La Via delle Arti Marziali è una Via iniziatica. (continua)

1: K.Tokitsu, Kata, Luni Editrice, 2002
2: K.Tokitsu, Kata, Luni Editrice, 2002
3: Y.Mishima, Atti di Adorazione
4: T.Cleary, L’Arte Giapponese della Guerra, Oscar Mondadori, 1991

fiori di ciliegio e virtu'
Valori tradizionali dell?Oriente per occidentali del nostro tempo
Rosario Manisera
La compagnia della Stampa - Novembre 2008

E’ l’ultimo libro dello studioso del Giappone Rosario Maniera che, mediante le iniziative dell’Associazione italo giapponese Fuji di cui è presidente, contribuisce a far conoscere agli italiani i tesori della cultura giapponese e ai giapponesi le ricchezze della cultura italiana.
In Fiori di ciliegio e virtù l’autore raccoglie 53 brevi racconti, di sapore zen, tramandati però non solo dal buddismo ma anche dalla letteratura e cronaca dell’Oriente.
Pur nella sua semplicità strutturale il libro è uno strumento eccezionale in grado di arricchire la vita e la cultura degli occidentali del nostro tempo. Attraverso il simbolo del fiore di ciliegio – il fiore nazionale del Giappone che è metafora delle virtù più apprezzate dal suo popolo – ci si può collegare ai valori tradizionali che hanno ispirato per secoli e ancora orientano la condotta dei giapponesi e, in parte, degli altri popoli dell’Estremo Oriente. Non mancano gli accenni alle virtù tipiche del bushido - la via del samurai - e cioè il coraggio eroico, l’onore, la giustizia, la cortesia, la sincerità, la gratitudine, il dovere e la fedeltà, che sono quelle meglio simboleggiate dal fiore di ciliegio, che è anche l’emblema della bellezza, della bontà e del mistero dell’umana esistenza.
Il libro è arricchito da numerose immagini a colori – autentiche stampe giapponesi , ukiyoe – che contribuiscono a creare l’atmosfera per meglio gustare i racconti e rendersi disponibili al loro messaggio.  

 

Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai, nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:
www.nihonclub.it info@nihonclub.it

Associazione Culturale Italo Giapponese FujiArte del Ricevere

Quaderni asiatici

 

 

ARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMAVisita l'archivio di Zen Arte
di Tullio Pacifici
Grazia CicchinèMilano -Grazia Cicchinè
dall'11 aprile all'8 maggio allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1


L?arte intesa come ci?che fa emergere l?universalmente riconoscibile in quanto verit?e? la sua arma. Con le prime opere orientate ad esaminare il femminile come verit?generale, i suoi nuovi lavori si concentrano su questo aspetto con maggiore dovizia di dettagli. Lo fa partendo da dati di fatto espressi simbolicamente secondo un?analisi artistica di tipo concettuale. I simboli sono strumenti che l?artista utilizza per trasmettere e parlare di oggettivit? Ci?che ?riconoscibile nell?alveo di culture e credenze, religiose, filosofiche e popolari, deve essere nondimeno connesso e riconosciuto dal vivere e dalla vita. Esprime questo nesso fondamentale con trame e cuciture, che sono quindi elementi centrali e vitali dei suoi recenti lavori. Tramature, patchwork, disegnate in cerchi e quadrati che rimandano, oltre che ad una rappresentazione della creativit? al corpo come fatto reale, ombelico, ventre, utero. Un filo sottile sostiene una figura quadrata con dei centri concentrici e una rete che l?avvolge. Non ?n?orizzontale n? verticale, ma ?qualcosa che parla di percorsi concentrici. Cuciture e trame si ripetono in ogni direzione perch?un?unica direzione limiterebbe la creazione, che invece ?come un seme che genera centri concentrici durante la sua espansione. Come da un seme, da un germe, si dipana qualcosa, cos?le sue cuciture sono un insieme di pezzi dopo pezzi, di tessuti che l?artista aggiunge per un obiettivo che non ha finalit?perch?non ha un centro di partenza, essendo concentrico. Il suo ?un gioco senza la scoperta di un modello finale, di un pezzo unico, piuttosto sono composizioni che si adattano all?ambiente ricollocandolo, aggiungendosi ad esso e portando la ricchezza della loro variabilit? Ogni opera parte dal corpo, dalle sue dinamiche reali e dal quotidianamente vissuto. Lo scopo ?capire come questo, il corpo femminile, si ?mescolato ai processi culturali e come ?attualmente percepito. Il suo ? un discorso sui flussi continui, su ci?che si moltiplica e si irradia, per esplorare la vita e i suoi molteplici equilibri..
Corrado GiambraRoma -Corrado Giambra
espone dal 31 mazo al 26 aprile allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243


Pu?la pittura continuare ad esercitare interesse, suscitare meraviglia, rapire gli sguardi, generare contemplazione, in questo tempo arricchito da altre nondimeno nobili ed interessanti espressioni artistiche? Da un ex-docente dell?accademia fiorentina, oggi interamente dedicato alla ricerca, la domanda trova alloggio. La pittura ?un fantastico strumento espressivo, ricchissimo di significati e orientamenti; il punto ?saperne cogliere le migliori modalit? rendendo il quadro appetibile agli occhi dell?attualit? I suoi lavori sembrano andare in questa direzione essendo, oltre che esteticamente avvincenti, anche delle vie di fuga utili alla continuit?di un?arte antica. Gli attuali approdi pittorici cercano l?essenzialit?attraverso percorsi di astrazione. Non dimentico della classicit? ma consapevole per contro dell? importanza di una via di ricerca che non tagli il passato piuttosto proceda con salti e incursioni nel presente. Capace di ridare il sentire della tradizione e della contemporaneit?artistica porta linee-figure che danno l?impressione di movimento, velatamente aggressive, disegnate da rocce erose, terre e paesaggi di Sicilia o, talvolta, staccandosi dalla natura, spazializza un ?appuntamento galante? con la figura-soggetto. Per arrivare agli attuali risultati parte da un unico quadro e con dei progressivi ingrandimenti della figura al computer approda alle nuove immagini. Dall?unit?alla molteplicit? guidato da un flusso di emozioni tra assenza e continuit? creando una giustapposizione dell? immaginario tra ambiguit? stranezza, tensione, artificio. I colori accesi e altisonanti, romantici e tecnologici condividono un senso di energia e forza, di intimit?con i soggetti dei quadri, con atmosfere espansive, coinvolgenti e calde. Luoghi fantastici e teatrali, bizzarri, per gioire di immagini che sono estratte dalla realt?ma ancora riconoscibili. Gli effetti sono luminosi e organici, calmi, ipnoticamente contemporanei, estremamente attraenti: per una finzione che faccia lievitare la realt?e gradualmente sparire i sensi rimuovendo dalla realt?della giornaliera esistenza.

 

PROSSIME MOSTRE
Milano -Luiza Avellar espone dal 9 maggio al 5 giugno 2009
Roma -Marcello Toma espone dal 28 aprile al 24 maggio 2009