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Pagine Zen N° 82

giugno/luglio 2009

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia
 

I SAMURAI E LA NATURA (1)
Rossella Marangoni - Prima parte

“Hanawasakura, hitowabushi.” 

花は桜木人は武士(2)

“Fra i fiori il ciliegio, fra gli uomini il guerriero”

è in realtà un antico proverbio giapponese, dimenticato per alcuni secoli e riportato in auge da un dramma kabuki del 1748, il Kanadehon Chūshingura (Il magazzino dei vassalli fedeli) che riprende un avvenimento molto importante nella storia del Giappone moderno, l’episodio conosciuto come la “vendetta dei 47 rōnin”, episodio a cui ho dedicato alcuni anni di studio.
Il proverbio, come il dramma del resto, celebra non tanto l’equivalenza (così pregna di significato) bushi - fiore di ciliegio,che andremo ad analizzare in seguito, quanto l’esaltazione del guerriero come figura che primeggia fra gli uomini. Proprio come il ciliegio primeggia fra i fiori.Feimo
Ma perché si arriva a paragonare il guerriero a un fiore, da dove nasce l’arditezza di questa metafora? 
Proprio dal rapporto privilegiato che i Giapponesi hanno da sempre intrattenuto con la natura e che è originato dal fatto che, nella cosmogonia giapponese, l’uomo e la natura si trovano in una situazione di comunione inseparabile. Questo rapporto si fonda su un concetto ben diverso da quello prometeico occidentale di sottomissione delle forze naturali al dominio dell’uomo. Piuttosto si basa su una relazione simbiotica, armonica con la stessa: l’uomo non è che un elemento dell’ordine delle cose. Tale rapporto nasce dall’esperienza esistenziale (la vita su un territorio difficile, minacciato da terremoti, eruzioni vulcaniche, tifoni). Ed è stato segnato da credenze religiose popolari, prodotte nel seno di una società di agricoltori e pescatori,successivamente organizzate nello Shintō, la via degli dei. Ancora, questo rapporto del tutto particolare con il mondo naturale nasce dalla convinzione che non esiste contrapposizione fra uomo e natura, così come non esiste una distinzione marcata fra la natura e il divino. L’esperienza e il pensiero religioso hanno originato, nel corso dei secoli, una concezione estetica peculiare e una sensibilità attenta alle variazioni della natura, al suo continuo rinnovamento, quindi anche al rapporto che la natura intrattiene con il tempo. Nella società contadina, infatti, il tempo era scandito dai ritmi della coltivazione del riso e dai riti della vita rurale che ne costituivano il corollario. Questi segnavano il corso dell’anno e la vita degli uomini con una catena di scadenze rituali che si ripeteva ogni anno e che, dalla società risicola, passò a quella urbana, dalla società contadina passò alla società guerriera, con la creazione dei nenjūgyōji, gli “eventi annuali” che ancora oggi marcano il calendario giapponese: Shōgatsu (Capodanno), Obon, (la Festa del ritorno dei morti), e così via.
La particolare attenzione rivolta al susseguirsi delle stagioni risente, quindi, di numerosi fattori, tutti correlati fra loro: un approccio particolare nei confronti della natura, (la consonanza uomo-natura che si esplicita nel sistema di credenze poi confluito nello Shintō), la ciclicità e la ripetitività della risicoltura e dei riti della vita contadina caratteristici del Giappone arcaico e, non ultimo, il senso buddhista dell’impermanenza della condizione umana, della transitorietà delle cose del mondo, della loro mutevolezza (concetto di mujō (3) e, di conseguenza, l’idea di una bellezza concepita come indissolubilmente legata alla sua caducità (ed ecco che qui si affaccia il tema del fiore di ciliegio).

Tutti questi elementi vengono ad accrescere il sentimento di partecipazione dell’uomo al trascorrere delle stagioni, ne permeano la quotidianità, i riti sociali, la visione estetica. La consonanza uomo-natura diventa così consonanza con la stagione vissuta nella pienezza delle sue manifestazioni, siano esse atmosferiche o vegetali.

Il bushi e la simbologia dei fiori di ciliegio

A questa consonanza non sfugge la figura del guerriero, del bushi (termine che io prediligo perché allude all’arte della guerra, il bu, mentre il termine samurai sottolinea la natura di servitore).
Sia a causa delle attività che lo impegnavano sul territorio, sia a causa di una adesione ideale al concetto di impermanenza mutuato dal Buddhismo Zen, la dottrina che più di ogni altra fornì ai samurai un percorso di liberazione dai legami del mondo utile per affrontare al meglio la morte in battaglia. L’élite guerriera, infatti, si sentì sempre attratta dallo Zen la cui rigorosa disciplina, le cui pratiche, le istanze di frugalità, semplicità e immediatezza ben si accordavano con il sentire dei guerrieri.
Il concetto di impermanenza nell’immaginario giapponese fu sempre collegato al fiore di ciliegio, sakura, sfolgorante nella sua bellezza dal brevissimo respiro.
“Il fiore di ciliegio, re dei fiori in Giappone, è una stagione (la primavera), è il destino dei fiori dispersi dal vento, è la fragilità della vita.” (4) Uno dei più importanti topoi della cultura giapponese, il fiore di ciliegio, sakura no hana, simbolo poetico del concetto di mujō già presente nell’antologia poetica Kokin waka shū (920 circa), è associato alla figura del bushi, fin dalla comparsa della casta guerriera sulla scena della storia giapponese. La nascita, lo sviluppo e la persistenza di questa associazione sono stati trattati con grande acume dall’antropologa Emiko Ohnuki-Tierney nel saggio Kamikaze, Cherry Blossoms, and Nationalisms,(5) in cui ricostruisce lo sviluppo dell’ideologia totalitaria in Giappone concentrandosi sull’estetica dei simboli e, in particolare, proprio sull’uso del sakura: il potere dell’estetica usato per scopi politici.
Come scrive Michele Bambling sul catalogo di una mostra interamente dedicata alla simbologia del ciliegio nella cultura nipponica, il sakura è simbolo della bellezza eroica:
Per i guerrieri samurai, pronti a morire in battaglia, il fiore di ciliegio costituiva un simbolo assertivo della vita nel momento del loro estremo sacrificio. Sebbene si possa pensare che i petali delicati fluttuanti nell’aria abbiano ben poca attinenza con le spietate carneficine, per questi guerrieri tale simbolismo coglieva perfettamente lo spirito glorioso del loro ardimento. Un simbolismo, quello del fiore di ciliegio, che esprime in maniera penetrante un comune profondo rispetto per la vita e segnatamente per la vita troncata nel fiore degli anni. (continua)

(1) Questo articolo è il testo dell'intervento tenuto a palazzo Reale - Milano da Rossella Marangoni il 2 aprile 2009, nell'ambito degli eventi collegati alla mostra "Samurai"

(2) Kanadehon Chūshingura, edizione critica a cura di Hattori Yukio,  Tōkyō, Hakusuisha, “Kabuki on-stage collection”, 1994, p. 292

(3)Mujō (in sanscrito: anitya) è l’impermanenza del mondo fenomenico, concetto buddhista secondo cui ogni cosa esistente è caduca, quindi destinata all’estinzione. Questo concetto, fondamentale nel buddhismo giapponese, ha permeato tutta la letteratura classica e la storia del pensiero in Giappone.

 (4) B. RUPERTI, ““Yoshitsune Senbonzakura, convenzioni drammatiche, coerenza semantica, mujōkan e tradizione popolare”, Il Giappone, XXVII, 1987, p. 81

  (5)Chicago, The University of Chicago Press, 2002 (La vera storia dei kamikaze giapponesi, edizione italiana a cura di Carmen Covito e Elena Dal Pra, Milano, Bruno Mondatori, 2004 e, in formato tascabile, 2009).

il te' bianco dell'imperatore
Francesca Natali

www.artedelricevere.com

Può una semplice foglia verde portare con sé millenni di storia senza invecchiare mai? Può un divino sovrano cinese come Chen Nung berne quotidianamente l’infusione e restare giovane in eterno?

Assaporare l’alone di mistero che pervade la sottile e delicata foglia del tè è un avventura senza confini. Molto più che una semplice bevanda il tè è ancora oggi, dopo 5.000 anni, simbolo di gusto e di raffinate maniere e sebbene se ne abbia traccia già in antiche leggende cinesi del 2.737 a.C. fu Lu Yu nel 780 a.C. a parlare del tè per la prima volta descrivendone le qualità gustative cosi dettagliatamente che i più importanti esperti contemporanei di tè le utilizzano per la quotidiana preparazione del suo infuso: “…quando dall’acqua sembrano affiorare occhi di pesce questa sarà la temperatura giusta per preparare il tuo tè bianco Yin Zhen…”, spiegava Lu Yu nel suo libro Ch’a Ching. Per noi occidentali il viaggio dal Celeste Impero di questa misteriosa foglia ha inizio in epoche più recenti, quando l’inglese Robert Fortune, si addentra nella Cina più segreta alla scoperta dei giardini che producono il “Tè dell’Imperatore”.

L’Inghilterra di allora aveva già inaugurato il rito sociale legato a questa bevanda esotica, utilizzava però solo il tè nero che giungeva via mare dalla Cina e dalle colonie in Assam, chiuso a chiave in TeaCaddy e poi bevuto in costosissime porcellane di fattura cinese: per molto tempo rimase infatti una bevanda riservata all’aristocrazia e ai soli uomini. Nessuno sapeva dove si trovassero le antiche piantagioni del pregiato Tè Bianco destinate a produrre il tributo annuale per l’imperatore cinese, il solo che poteva godere del sottile piacere di assaporare quell’infusione pallida e cristallina ottenuta da germogli cresciuti al primo tiepido sole primaverile, un elisir di lunga vita ricco di virtù curative celate segretamente dalla madre terra per tutto l’inverno. Oggi questo tè lo possiamo degustare e offrire agli ospiti

Non si sapeva nemmeno che le molteplici tipologie di tè venissero prodotte da un’unica pianta di origine cinese chiamata Camelia Sinensis e che fossero poi le tecniche di lavorazione a caratterizzare un tè e renderlo bianco, verde, semi fermentato o nero. Il terreno contribuiva certo a donare l’aroma caratteristico di quel determinato giardino ma erano poi le tradizioni tramandate da centinaia di generazioni a connotarne la personalità. Ed è così ancora oggi. La forma arruffata della foglia di un tè bianco Pai Mu Tan o quella arrotolata di un tè bianco Perle di Giada custodiscono anni di storia cosi come i vellutati germogli argentati del rarissimo tè YuYu Cha sono il risultato di pazienti attese*. Queste foglie dopo il raccolto non subiscono ossidazione, come i tè neri, ma rimangono al sole ad asciugarsi, inoltre solo le minuscole foglioline della cima del germoglio possono produrre Tè Bianchi ed è per questo che si traArte del Riceveretta di tè pregiati e fragili. I giardini destinati alla loro produzione crescono in zone impervie oppure nelle corti imperiali protette da sguardi indiscreti: la minima disattenzione costa cara, poiché si producono pochi germogli ogni anno. Ispirati dalla natura gli artigiani del tè scolpiscono con delicatezza le foglie donando forme spettacolari come rose e bottoni di loto: ogni fiore, deposto in una tazza, aprirà i suoi petali nell’infusione, Rari e preziosi, ArtedelRicevere™ ama definirli “tè da meditazione” per il grande valore estetico e per la silenziosa contemplazione della loro apertura. E’ una fortuna poter assaporare nella quiete domestica o in una raffinata sala da tè cittadina la magica infusione di queste foglie di Tè Bianco, quell’infusione che solo gli imperatori cinesi potevano ottenere, e saperne poi decifrare la consistenza morbida e vellutata al palato, il gusto delicato del liquore zuccherino che ricorda miele e fiori di biancospino; e immaginare come, sino all’epoca Song, in Cina il tè venisse cotto insieme a latte e spezie staccandone le foglie pressate in una pesante mattonella scura che veniva utilizzata come moneta di scambio…

* Qualità acquistabili presso la nostra boutique di Milano, via M. Melloni, 35

LA DIVISA DELLE STUDENTESSE GIAPPONESI - storia e simbologia del sailor fuku
Matteo Rizzi - Prima parte

Sailor fuku, (che per ragioni eufoniche i giapponesi pronunciano “sêrâ fuku”) significa «abito alla marinara». Originariamente indicava l’uniforme indossata dai marinai, ma ai nostri giorni richiama subito alla mente la divisa scolastica delle giovani studentesse nipponiche. Probabilmente in nessun altro paese al mondo la sailor fuku è indossata ed amata da così tante persone come in Giappone, dove indubbiamente rappresenta un importante simbolo dell’adolescenza femminile. Proprio questo forte connubio è andato caricandosi negli ultimi decenni di altri significati amplificati e veicolati dai contenuti proposti in numerosi manga, anime e sceneggiati televisivi e dalle gesta delle loro protagoniste. L’immagine della divisa legata alle giovani studentesse ha assunto spesso valenze allusive, ambigue o trasgressive entrate a far parte di un certo immaginario collettivo all’interno della subcultura giapponese.
Ma per capire come è approdata nelle scuole giapponesi, scostiamo per un attimo l’immagine della divisa scolastica moderna e ripercorriamo velocemente la storia dell’abito “alla marinara”, che ci porta nell’Inghilterra del 1628, anno in cui per la prima volta fu introdotta come uniforme nella Royal Navy, la flotta navale inglese. Ridisegnata nel 1857 questa divisa fu poi adottata dalle Marine Militari di altri Paesi. Anche il Giappone la introdusse dal 1872 ed è ancora oggi in uso tra le Forze di Autodifesa Marittima. Alla fine del 18° secolo l’abito, portato dai giovani allievi della Scuola della Marina Militare inglese, si diffuse e divenne l’abbigliamento più comune tra i giovani; dalla fine del 19° secolo fino agli anni della Seconda Guerra Mondiale le studentesse di molte scuole europee indossarono quest’abito, stilisticamente originale e grazioso ma differente da quello che vediamo oggi in Giappone.
Il Giappone con la Restaurazione Meiji del 1868 imboccò la strada della modernizzazione introducendo idee, sistemi e tecnologie dall’occidente; il sistema scolastico venne riorganizzato su modello occidentale, e poiché ciò avvenne prendendo come riferimento in modo particolare le scuole di formazione militare, insieme al concetti del rispetto dell’ordine e della disciplina, venne introdotto anche l’aspetto legato al vestiario.
L’uniforme scolastica femminile, prescritta per la prima volta nel 1875 nella scuola Tôkyô joshi shihan gakkō (oggi Ochanomizu University) era costituita da un hakama* di color indaco e giallo chiaro con la spilla recante lo stemma della scuola(kōshō). La cosa però non fu recepita favorevolmente  perché in quel periodo erano i maschi a dover indossare gli hakama.

E’ ancora aperto il dibattito su quale fu la scuola ad introdurre la prima vera sailor fuku: già nel 1905 l’insegnante di educazione fisica Akuri Inokuchi in un istituto superiore femminile propose un modello che fosse confortevole per le sue lezioni, composto da una blusa con colletto alla marinara e da lunghi bloomers con pieghe. L’abito non si diffuse perché esisteva ancora un forte legame con lo stile tradizionale, però fu sicuramente il primo bloomers (pronuncia giapponese burumâ) presentato in Giappone e, secondo i punti di vista, anche il primo prototipo di sailor fuku.
Il cambiamento stilistico avvenne nel 1920 nell’attuale Heian Jogakuin (Istituto femminile Heian) di Kyōto: dal precedente tradizionale kimono con chōchin hakama (pantaloni “a lanterna”) si passò

all’indumento unico in stile occidentale di colore scuro con sailor eri (colletto alla marinara) e un cappello rigido rosso. [foto 1]
Lo stesso stile venne ripreso nel 1922 presso il Fukuoka Jogakuin (Istituto femminile di Fukuoka): Elizabeth Lee, giovane preside dell’istituto, ridisegnò l’abito ispirandosi a quello da lei indossato sui banchi di scuola con l’intento di renderlo più comodo e consono alle lezioni di ginnastica. Il completo in due pezzi, formato dalla blusa con collare alla “sailor”, foulard e cappello rossi e dalla gonna con pieghe [foto 2] si diffuse rapidamente nelle scuole del Paese ed è molto simile a quello in uso oggi.
Negli anni in cui nello stile di vita avanzava inesorabilmente l’impronta occidentale, il sailor fuku moderno ben presto divenne il simbolo dell’elite studentesca femminile, connubbio oggi indissolubile. L’industria di confezionamento su grande scala ancora non era strutturata; erano le sartorie nei pressi delle scuole che lo confezionavano su richiesta, oppure le stesse studentesse delle classi superiori che lo realizzavano per le più giovani durante le lezioni di yōsai (taglio e cucito all’occidentale).
Dopo la sconfitta riportata nella Seconda Guerra Mondiale, nel 1947, anno della promulgazione della Costituzione post bellica, con l’istituzione del nuovo sistema scolastico, la maggior parte degli istituti privati, seguiti poi dalle scuole medie e superiori statali, richiese ai propri studenti d’indossare le divise secondo precise regole. (continua)

Nella seconda parte approfondiremo alcune caratteristiche della sailor fuku e l’immagine che ha acquisito nella subcultura giovanile giapponese.

* Indumento tradizionale giapponese simile ad una lunga gonna-pantalone a pieghe che viene legata alla vita. Originariamente indossato dai samurai, oggi è parte dell’uniforme destinata ai praticanti di Kenjutsu, Iaido, Kyudo e Aikido.

kata
di P.Taigō Spongia - quarta parte

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Paolo Taigō Spongia Sensei continua ad approfondire il punto 5
Ma, come si diceva poc’anzi, se abbiamo il coraggio di rimanere di fronte a noi stessi, qualcosa comincia a trasformarsi. Nel vedere, forse per la prima volta, inneschiamo il processo trasformativo e curativo. Alla base di questa ricerca, quel che protegge in questo processo iniziatico, sono umiltà e rispetto. Solo l’umiltà ed il rispetto possono schiudere il cerchio intorno al piccolo ‘io’ ed aprire le porte ad una piena coscienza vitale, alla possibilità di attingere a piene mani alla profonda saggezza (Buddha natura) insita in ognuno. Umiltà e rispetto che solo possono scaturire da un esercizio di fede che non detta alcuna condizione. Non si tratta di una decisione intellettuale. La pretesa dell’intelletto risulta essere un ostacolo insuperabile sulla Via.Torakan
Nelle Arti Marziali il giusto atteggiamento viene prima della decisione. Il Rei no kokoro (sincero spirito di rispetto e gratitudine) viene prima della pretesa. Karate-Do wa rei ni hajimari, rei ni owaru koto wo wasuruna (il Karate-Do inizia e termina col rispetto e armonia) affermava Funakoshi Sensei. Questo processo di introspezione continua costantemente per tutta la vita del praticante e, raggiunto un livello di
approfondimento e interiorizzazione sufficiente nell’esecuzione del Kata il praticante comincia ad ‘evocare’ aspetti emotivi legati al combattimento che vengono così esperiti e coltivati e permettono di scendere un ulteriore gradino nelle profondità di se stessi. Inoltre questo esercizio introspettivo e di integrazione sensoriale permette di coltivare una capacità percettiva intuitiva (yomi,saper ‘leggere’ la situazione, un uomo capace di intuito profondo è detto: yomi no fukai jin) determinante nel combattimento e nella vita quotidiana. Si tratta, in qualche modo, di rivitalizzare un istinto animale che si è atrofizzato nell’uomo a causa del suo stile di vita e di pensiero. Nei kata si evocano anche caratteristiche del movimento degli animali, a volte con atteggiamento ‘sciamanico’. Nel nostro stile in particolare la Gru Bianca e la Tigre.Anche questo evocare le movenze degli animali innesca una processo di rivitalizzazione dell’istinto. Nel kata Suparinpei, ad esempio, è evidente la presenza della Gru nei movimenti evasivi, leggeri e rapidissimi, come la presenza della Tigre, nelle azioni potenti e radicate. Il praticante durante quel movimento deve entrare nella pelle della Tigre, serrare la mascella, infuocare lo sguardo…
La sensibilità che ci avverte delle vibrazioni di un pericolo mortale viene chiamata in giapponese satsui o kanzuru. L’abilità di trattare con gli altri, di vedere con chiarezza dalla loro prospettiva, è detta Kyokan. Possedere il sesto senso che ci consente di cogliere i problemi o comunque i sentimenti nascosti si chiama dairokkan. In ciascuno di questi termini si trova il Kanji di Kan (sentire o percepire) .

MORTE DI AN’ICHI MIYAGI SENSEI
International Okinawan Goju-Ryu Karate-Do Federation ITALIA

Messaggio di condoglianze

Ho sentito un doloroso vuoto
ricevendo la notizia della morte
di An'Ichi Miyagi Sensei.
Qui con noi in Italia c'è
Masakazu Kuramoto Sensei
e negli ultimi giorni abbiamo
trascorso ore parlando di
An'Ichi Miyagi Sensei, di
Higaonna Sensei, e ha condiviso
con noi straordinari ricordi.
Questa mattina abbiamo ricevuto
la terribile notizia.
Conservo nel mio cuore il ricordo
della gentilezza e della presenza paterna
di An'Ichi Miyagi Sensei e
prometto dal profondo del mio cuore
di proteggere attraverso la mia pratica
ed il mio insegnamento la preziosa
eredità dei suoi Insegnamenti.
Sensei riposa in pace e, per favore,
continua a insegnarci e a sostenerci!

Paolo Taigo Spongia
e tutti i membri della IOGKF Italia



.Kan viene usato dunque per descrivere sentimenti, simpatie e moti dell’animo, piuttosto che per indicare i poteri meramente fisici della percezione. Anche il metodo pedagogico proprio delle Arti tradizionali è finalizzato a risvegliare questa capacità di ‘cogliere intuitivamente’.
“Il concetto di kan ha una particolare importanza per il Bugeisha. Abituato com'è alla familiarità con le sue armi, è naturalmente portato a estendere la metafora della lama affilata sia ai sensi sia alla mente. La capacità di affinare le facoltà di intuizione è una sensibilità che comincia non appena inizia la sua istruzione tecnica, anche se il Bugeisha potrebbe, in quel momento, non esserne consapevole. Per il fatto che l'insegnamento delle arti Bugei è in gran parte fisico, scarsamente corredato da parole pronunciate o scritte, il Bugeisha deve estendere una sorta di antenna mentale per scoprire ciò che davvero gli viene trasmesso. Il maestro preferisce impartire lezioni empiriche. Può mostrare una mezza dozzina di singole tecniche, senza mai spiegare quale principio abbiano in comune. È compito del suo discepolo fare proprio tale principio attraverso uno sforzo personale, attraverso il kan. Quando il maestro parla, le sue parole sono sempre oblique o enigmatiche. II suo studente, se vuole progredire, deve dedicarsi alla coltivazionedelle percezioni che possono recepire le implicazioni celate nelle parole del maestro. Mentre la loro relazione prosegue, il maestro e lo studente (e uno può ben dimenticare di affinare il kan in circostanze differenti da quelle intensamente personali dove il maestro si trova in comunicazione diretta con il suo allievo) sviluppano un rapporto ancora più elusivo. Basta un solo gesto per esprimere un enorme numero di concetti. Il bugeisha apprende intuitivamente gran parte di ciò che il maestro vuole da lui. Assorbe le nozioni in maniera inconsapevole durante l'allenamento. Perfino nel mezzo di un esercizio vigoroso eseguito a tutta velocità assimila questi messaggi. Si tratta di un processo troppo rapido per l'intelletto, troppo elusivo per qualsiasi elaborazione cerebrale. Lo si può realizzare solo attraverso il kan. Una volta che ha sperimentato il kan con il suo maestro, il bugeisha può applicarlo ad altre aree dell'esistenza. Può diventare più sensibile al pericolo, ai sentimenti altrui, alle interazioni delle emozioni che si agitano continuamente dentro di lui. Per il bugeisha che possiede un'intuizione acuta del kan, l'interazione con gli altri implica livelli oltre e sotto la normale comunicazione. La sua mente è acuta e gli fornisce uno strumento che può penetrare nelle risorse nascoste di coloro che locircondano.”6International Okinawa Goju-Riju
Watsuji Tetsuro scrive recentemente: “esiste nella società giapponese una tendenza etnica ad accordare fiducia solo ai fatti colti intuitivamente e trascurare l’apprendimento attraverso la riflessione logica”.
La percezione intuitiva coglie in uno sguardo tutta la realtà di un determinato momento prima che la riflessione logica fissi la realtà in uno schema dejavù e la frammenti perdendone irrimediabilmente il respiro globale. Si tratta di percepire l’albero nella sua interezza senza essere catturati dalla singola foglia. “La nozione di temporalità nel combattimento può aiutare a meglio cogliere lo stato di coscienza ricercato nella pratica delle arti marziali e spesso raggiunto nella pratica dello Zen. Non è un caso se a partire da un certo livello, gli adepti di spada hanno spesso fatto ricorso allo Zen per pervenire ad una integrazione senza incrinature dello spirito e del corpo. L’elemento che determinerà questa riorganizzazione è la morte. E’ un’intuizione della morte che viene ricercata.7
Nell’evocare emotivamente l’avversario, l’altro, si evoca la morte che non è più rimossa. Suzuki Shosan insegna: “Quando la gente dimentica che dovrà morire e agisce come se fosse immortale, non appreza né utilizza appieno gli anni che passano. Finchè la gente è così, agisce solo per avidità, collera e falsità, discostandosi dai doveri sociali e familiari, non comprendendo l’umana gentilezza, impiegando adulazione e lusinghe, trascurando la famiglia ed il lavoro perdendo il tempo in attività inutili”8 (continua)

6: D.Lowry, Lo Spirito delle Arti Marziali, Mondadori Editore,1995
7: K.Tokitsu, Kata, Luni editrice, 2002
8:T.Cleary, L’Arte Giapponese della Guerra, Oscar mondadori, 1991

pratica zen di ogni giorno
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen Il Cerchio - Seconda parte


Se andate in Oriente ed entrate in un tempio buddista di qualsivogliaKottoya - Antiquariato giapponese di Luca Piatti tradizione, sia in Thailandia sia in Tibet, in India, in Corea o in Giappone, vi sembrerà di entrare in una chiesa o in un monastero occidentale di qualsiasi tradizione: cattolico, cristiano ortodosso, giudaico o islamico. Dove le persone vivono ricercando seriamente la Via, non sono diverse: seguono regole che facilitano la vita in comune e una pratica che le porta alla realizzazione finale. Peraltro, fuori da questi luoghi che sono centro e perno della Via, moltissime persone seguono la loro Via, pur non vivendo in un monastero, in una chiesa o in una moschea. Talvolta chi vive all’interno di un monastero o, nel nostro caso, all’interno di un tempio zen ha una visione più limitata di chi risiede invece all’esterno e vivendo all’interno dell’istituzione può sclerotizzare e perdere di vista proprio la pratica della Via.

Kathay Crespi Bonsai

Il Buddha non ha mai rivendicato una propria realtà o divinità che Enso- ji - Monastero Zen - Il Cerchiosoverchiasse le altre. L’esperienza diretta e personale è alla base dell’insegnamento del buddismo zen, mentre grandi temi filosofici sull’origine e la fine dell’universo, la differenza o l’unità anima-corpo, la speculazione di cosa ci sia prima della nascita e dopo la morte, e tutte le dissertazioni simili, che tanto danno sicurezza alla mente occidentale, sono dallo Zen rimandate al Risveglio dell’Essere, a questa esperienza che tutto abbraccia. Potrete seguire tutti gli insegnamenti orali su tutte le domande che affollano la vostra mente, ma se non cambiate nulla della vostra esistenza, vivrete solo in base all’idea di un altro, all’esperienza di un altro. La pratica del Dharma, cioè della Via, può essere solo la vostra esperienza diretta. Qualcuno può tranquillizzarvi che dopo la morte c’è questo o quest’altro e voi potrete credergli per mettere a tacere l’inquietudine e potrete farne oggetto di fede, ma non di esperienza, perché non siete ancora morto. E allora potete veramente affermare che quello che vi è stato raccontato sulla morte sia vero? No, potete solo crederci per tranquillizzarvi. Lo stesso è per tutti i grandi temi: la nascita e la morte dell’universo, lo scopo della vita e così via. E’ così che nascono le istituzioni religiose. Un sistema di credenze rivelato molto tempo fa da qualcun altro. Ma la vera fede religiosa è l’esperienza: è l’affrontare direttamente quelle risposte, farle proprie e viverle sperimentandole ed esprimendole, sia che siate in un tempio o a casa vostra davanti alla televisione..  (continua)

Tratto dal libro VIVERE ZEN del maestro Tetsugen Serra - Xenia edizioni 1999

 

NON C'E' SOFFERENZA
Maestro Chan Sheng Yen
Chinaski Edizioni – Genova Novembre 2008

Libreria Azalai

Il Sutra del Cuore è uno dei testi fondamentali del buddismo che viene studiato e recitato ancora oggi in tutti i monasteri buddisti. La sua importanza è dovuta al fatto che condensa in pochi versi ciò che viene considerato il "cuore" dell'insegnamento buddista: la realizzazione completa della Visione del mondo. La comprensione della fusione dei fenomeni e degli aggregati (forma, sensazione, percezione, volizione e coscienza) con la Vacuità e della loro impermanenza, la consapevolezza dei diciotto regni legati ai sei sensi e della catena delle sofferenze, permettono di puntare sia al cuore che alla mente, in una visione di totale abbandono della coscienza convenzionale. Ciò conduce il lettore nel sentiero che porta alla cessazione della sofferenza. Il Maestro Sheng Yen spiega verso per verso il significato di questo importante sutra suggerendo al lettore, in modo semplice e diretto, metodi dicontemplazione dei fenomeni che lo coinvolgono nella vita quotidiana affinché possa, attraverso anche la pratica meditativa, sperimentare la suprema intuizione della Prajna (saggezza) inerente in ognuno di noi. Con una corretta comprensione di questo importante insegnamento tramandatoci dal Buddha Shakyamuni, ognuno di noi può intraprendere la Via del Bodhisattva, la via di colui che è compassionevole con tutti gli esseri, tanto da anteporre la loro liberazione alla propria. In questo modo ogni persona può contribuire a mettere ossigeno nel mondo e a divulgare la benevolenza. Il Maestro Chan Sheng Yen è un monaco buddhista che ha ricevuto trasmissione nei due maggiori lignaggi Chan. Possiede un dottorato in letteratura buddhista dell’Università di Risaho in Giappone. E’ l’autore di più di cento testi sul buddhismo, e i suoi libri sono stati tradotti in molte lingue. Ha tenuto conferenze e diretto ritiri per più di venticinque anni in Asia, in Nord America e in Europa. .  

Il Nihon Club è un vero e proprio Budokan (Casa delle Arti Marziali) costruito secondo i classici canoni della tradizione Giapponese. Lo scopo è quello di ricostruire la ritualitâ e l'estetica - oltre che la sostanza - del Budo, la via del Samurai, nel centro di Milano. Il nostro Budokan è situato nella centrale via del Carroccio, n.13.
Per ogni informazione:

www.nihonclub.it info@nihonclub.it
KAFKA SULLA SPIAGGIA

Con una rappresentazione intensa, che fa pensare, un po’surreale come è la dimensione onirica, dal 26 maggio al 14 Giugno, al Teatro Arsenale di Milano, via C. Correnti, 11, è andato in scena, in prima nazionale, “Kafka sulla spiaggia”, l’ultimo lavoro del regista giapponese Kuniaki Ida, tratto dal dodicesimo romanzo di Haruki Murakami che porta lo stesso titolo.

Presentazione
All’età di 15 anni, un giovane abbandona la sua casa familiare e va a vivere in un’altra città, lontana e sconosciuta. Cerca un posto in cui mondo interiore e mondo esteriore possano finalmente convivere e coincidere. Questo ragazzo, di nome Kafka, questo viaggiatoreverso l’ignoto, troverà un’uscita dal buio del mondo?

Fedele allo stile di Murakami, anche nello spettacolo i sogni svolgono un’importante ruolo in tutta la vicenda, come dei mondi paralleli nei quali, i fatti che vi succedono, fatalmente, si presentano poi nella realtà.Quaderni asiatici
Quando si apre una porta, si deve decidere di entrare oppure uscire… ma sempre e comunque, essa va chiusa, altrimenti, qualcosa o qualcuno, può passarvi indisturbato e sconvolgere la monotona normalità”.
Da questa ricerca parte il nuovo lavoro di Kuniaki Ida, tratto da Kafka sulla spiaggia, dodicesimo romanzo di Haruki Murakami, uno dei più celebri scrittori giapponesi contemporanei, già vincitore del prestigioso “Franz Kafka Award” e per questo indicato come uno dei futuri candidati al premio Nobel per la letteratura.

 

Note di regiaAssociazione Culturale Italo Giapponese Fuji

Haruki Murakami è oggi uno degli scrittori più letti del mondomolto amato dai giovani. Il 66% degli studenti universitari cinesi ha dichiarato di leggerlo abitualmente. In Israele ha recentemente vinto il Jerusalem Price e i suoi libri sono dei bestseller… Perché Murakami ha tanto successo nel mondo intero?
Penso che nel nostro mondo globalizzato, così fluido e privo di punti fissi di riferimento, i giovani si domandino e cerchino la realtà del rapporto da persona a persona. In questo romanzo Murakami affronta il profondo senso di perdita e di solitudine dei giovani di oggi. Quando si cresce è molto facile essere feriti, sentirsi soli, cadere nella disperazione e la politica è percepita come una realtà troppo distante. Leggendo Murakami i giovani si identificano con i suoi personaggi e le loro storie e si sentono meno soli.
Murakami attinge all’antica cultura giapponese e crea un ponte con il contemporaneo, senza passare per il moderno. Non si ferma alla locale realtà giapponese, ma scava nel fondo comune dell’umanità. Per questo tocca tutti noi.
In collaborazione con l’architetto Pierluigi Salvadeo è stato realizzato un allestimento scenico, non limitato all’area del palco, in grado di evocare la sensazione di spaesamento che si prova trovandosi soli in una foresta fatta di parole e di ricordi. 
Kuniaki Ida

 

Visita l'archivio di Zen ArteARTE AGLI ZEN SUSHI RESTAURANT DI MILANO E ROMA
di Tullio Pacifici

Milano -Luiza Avellar
dal 9 maggio al 5 giugno allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1

Lei è in cambiamento e quando un pezzo del suo passato muore c’è uno spostamento di interessi e qualcosa di nuovo nasce. Viaggiatrice, alla costante scoperta, si è dedicata ad una produzione che l’ha coinvolta personalmente, intimamente, raccogliendo da sè stessa ricordi, emozioni, dolori, gioie, poi abilmente trasmesse in lavori che l’hanno portata ad incontrare quell sottile e difficile equilibrio tra arte fotografica e prassi manuale. Da lavori che abbisognano di silenzio e meditazione, come la serie le rose, a opere dove il contenuto è esclusivamente fotografico. Si arriva così alla produzione qui esposta, con immagini originalmennte tratte stando con la macchina di fronte a masse d’acqua trattenute da spessi vetri. Le foto non abbisognano di molti commenti se non del fatto di dire che esse sono semplicemente segni. Alla scopeta di questi ci si imbatte in immagini armoniche con effetti sull’ambiente capaci di generare la sensazione di un viaggio. Attraverso un percorso che fermando il tempo lo trascende in un attimo, le sue pellicole sono come finestre che generano varchi nei muri. Per lo più meduse, i formati più grandi, gli scatti focalizzano le tracce che esse lasciano al loro passaggio, affascinata dal loro moto, snuoso, lento, elegante, dale loro dinamiche, dai colori che emanano, dal fatto di essere come pennelli viventi che dipingono nell’acqua. Le loro scie sono segni di un qualcosa che è passata dall’esserci al dissolversi, lasciando dietro di sè un’ombra, una silhouette, un’evanescente figura. Come il pennello zen, l’immagine rilasciata dalla pellicola raggiunge un punto di massima espressione, tensione, un culmine, un picco di espressivita’ che permette di cogliere l’essenzialita’ della cosa fotografata, la sua anima, piuttosto che i suoi dettagli. Questo processo è nel caso delle sue fotografie reso ancora più evidente dal fatto che le dinamiche vitali scattate sono tali da prodursi in una dicotomia tra l’essere presenti e il dileguarsi, in un guizzo di esistenza tra presenza e assenza, apparizione e oblio...

Roma -Marcello Toma
espone dal 28 aprile al 24 maggio allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243


A colori metallici e tinte petrolio che danno l’idea di un’atmosfera plumbea, glaciale, densa e vorticosa, in cui sprofondare puo’ apparire inevitabile, si accompagnano ingranaggi coinvolti in meccanismi rotatori e bolle sospese in un viaggio apparentemente reso tortuoso dalla presenza di barre intrecciate. Le composizioni non deformano alterando l’esistente con visioni surreali ma sono piuttosto metafore reali sul presente. Con oggetti che richiamano la realta’ in modo diretto coinvolgendo il pensiero e, come l’attivita’ del pensiero coincide con la vita, con il suo inizio e la sua fine, cosi’ i suoi oggetti, ispirati al concetto di rotomatismo, indicano la presenza di ingranaggi che ruotano ed energie che dal loro moto si trasmettono ad altri ingranaggi creando un sistema in cui inizio e fine coincidono. Attraverso la rappresentazione di ruote ed incastri indaga lo stato delle relazioni interpersonali, viste in un contesto che rappresenta problematico. Gli ingranagi ruotano ma il meccanismo e’ instabile e precario, la spinta ll’avvicinamento e’ fortemente contrastata dalla presenza di ostacoli che portano all’annichilimento e al dissolvimento.Tuttavia, come in Tempi Moderni, dove gli ingranaggi denunciavano una realta’ di sfruttamento della manovalanza operaia, il riscatto veniva dalla figura dell’ Attore che con abile e guizzante ironia riusciva a ribaltare la tristezza in comicita’ e la ripetitivita’ in via di fuga verso la liberazione, cosi’ in questi quadri si intravede una via d’uscita. Un possibile esempio e’ dato dal trittico “contatto”. Le ruote contattandosi producono tinte rosse che, per quanto scintille, generano la vitalita’ necessaria per oltrepassare le barriere dell’oscurita’. Esse raffigurano il piacere, qualcosa che non c’e’ nella realta’ ma che puo’ essere creato se trova i giusti stimuli. Gli impulsi sono dati dal contatto tra gli ingranaggi. Nonostante un fuori vorticoso e problematico, conta l’attimo, l’effimero, la goccia energetica di immaginazione, tinta e differenza capace di fare della realta’ un altrove.

Milano -Hitomi Niihara
dal 7 giugno al 3 luglio allo Zen Sushi Restaurant di Milano, via Maddalena, 1


Così come le ombre dei ciliegi proiettano sulla via la seconda dimensione della pianta, la parte non visibile, così le tinte delle sue tele rivelano il sé della cosa o della persona. L’artista infatti, adoperando una particolare tecnica pittorica rivela non solo e non tanto bellezza, quanto piuttosto essenze. Le opera diventano così iconografie di un paese, il Giappone, evocandone tradizioni e sensibilità. Come le parti di un kimono (ki vestire e mono cosa), disegni e colori vengono realizzati nello stesso lasso di tempo, utilizzando prevalentemente il rosso, il blu, il giallo e talvolta il bianco e il nero. Non sono necessarie aggiunte perché questi pochi elementi sono ritenuti sufficienti per ottenere ulteriori sfumature; alla fine del procedimento è come se il quadro fosse parte di un abito, qualcosa da indossare, che appartiene, dotato di specifiche regole e linguaggi propri.
Tali sintassi sono dunque le differenze specifiche di un fare che al di là della decorazione trasmette messaggi e simbologie. La stesura è un momento di meditazione e ricerca, un modo per lasciare emergere e comunicare ciò che di sè già si conosce e, più ancora, ciò che si vuole trovare.
Il finale è dunque una sorpresa che, pur attingendo da un comune retroscena culturale, mantiene un legame di stretta intimità con l’artista. L’osservazione di questo genere di opere richiede perciò calma e attenzione ai dettagli, alle figure, ai motivi di composizione. Come ombrelli e come pannelli disposti verticalmente, le tele raccontano della natura e di come essa sia rivelatrice di quanto sarà, portatrice di buon auspicio, prosperità o segnale di carenza.
Un’ottica di reciproco incontro, un circuito interpretativo di devozione e rispetto è il modo di rappresentare la relazione tra persona e natura. Un suo quadro, in particolare, vede una ragazza in preziosi pannelli volgersi in un abbraccio con un ramo in fiore. Di fronte, come se l’una fosse la continuità
dell’altra, in una curva di grazia, leggiadria, saggezza, sapienza, in uno spazio rarefatto in cui l’insieme e la singola parte si rappresentano simultaneamente
.

 

Roma -Andrea Trisciuzzi
espone dal 26 maggio al 21 giugno allo Zen Sushi Restaurant di Roma, via degli Scipioni 243

L’artista, partendo da un intimo bisogno di comunicare la propria esitenza, come ogni vita altalena di momenti positivi e negativi, contamina segni e colori, sperimentando una poetica nutrita di classicita’ e sensibilita’ contemporanea. All’insegna dell’azione, un moto perpetuo attraversa ogni lavoro spingendolo oltre la dimensione dell’oggetivita’ estetica. Le cose generano percio’ una sensazione di uscita di uscita da se’, creando un alone di immaginazione, storie, aure energetiche che coinvolgono in un gioco di partecipazione emotiva e concettuale. Il movimento che sono in grado di produrre e’ il risultato della combinazione tra tinte e segni, del modo in cui si corrompono reciprocamente. Al confine dunque tra scultura e pittura, anche quando l’oggetto appare completamente esterno alla tela tale da sembrare giustapposto, in realta’ continua a mantenere con essa una relazione di scambio e influenza. Quando figure plastiche e tinte si incontrano i colori diventano elementi materici, corpi_figure, quasi indistinguibili e, nell’amalgama, segni. In alcuni casi gli spazi creati sono caotici, alchimie pittografiche, scritture simboliche senza valore fonetico ma che riproducono oggetti inconsci. I lavori “il lusso della pausa” e “ciclicisti” possono essere considerate come esempi. L’una, con un arancione uniforme e brillante, si confonde con l’ambiente restituendo la sensazione di un’avventuroso mix tra velocita’ e travolgente passione: l’altra vede una testa macchiarsi degli stessi colori della tela mentre la osserva, facendosi con essa esplosione dinamica di bande variabili dal verde, blu, giallo, rosso, arancio, polifonia di sommosse, segno_segnaletica di avvenuta contaminazione.