Pagine Zen N° 88

luglio/settembre 2010


MoroRealEstate
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Centro Cultura Italia Asia
Tavola di manga

LA VIRTU' DI AMALGAMARE
Carmen Covito www.carmencovito.com

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Nel 2009 la TBS ha trasmesso un affascinante sceneggiato a puntate, intitolato Jin come il popolare manga da cui è stato tratto: protagonista un neurochirurgo di Tokyo che si ritrova proiettato indietro nel tempo agli ultimi anni dell'epoca Edo. Box ShodoDopo lo sconcerto iniziale il dottor Minakata Jin tiene fede al suo nome (Jin仁 è la virtù confuciana della Benevolenza) e si lancia in un'audace lotta contro le malattie dell'epoca sfidando i paradossi temporali e conquistandosi l'appoggio di personaggi storici come Sakamoto Ryōma e lo studioso di scienze occidentali Ogata Kōan o il semileggendario comandante dei vigili del fuoco Shinmon Tatsugorō. La maggior parte dei jidaigeki televisivi giapponesi può vantare una meravigliosa, maniacale precisionenella ricostruzione d'ambiente e si può quindi permettere di giocare di fantasia su tutto il resto. Jin lo fa così bene da poter illustrare l'esistenza di una diversa virtù, o attitudine culturale, che scorre in tutta la storia del Giappone: la capacità di far coesistere il vecchio e il nuovo, l'interno e l'esterno, il proprio e l'altrui, intrecciandoli in modi spesso così imprevisti da creare qualcosa di assolutamente originale. Basti un esempio: nel secondo episodio la giovane Saki, sorella del samurai che per primo è stato salvato dal medico, corre ad aiutarlo nell'ospedale improvvisato durante un'epidemia di colera provocando lo sdegno della madre, che non riesce a concepire una tale sconvenienza da parte di una fanciulla da marito. Comerisolvono il conflitto gli sceneggiatori? Saki riesce a riconciliarsi con la madre (e a imparare il mestiere di infermiera moderna) ricordandole che è stato proprio il colera a uccidere suo padre: di conseguenza il colera è il nemico giurato (kataki) che lei deve sconfiggere per vendicare il padre. La bellezza della trovata narrativa sta nel fatto che appellandosi all'antico costume della vendetta di sangue (katakiuchi o adauchi 仇討) il personaggio non sta mentendo: sta solo utilizzando la tradizione come un linguaggio capace di veicolare contenuti nuovi. Nella storia giapponese le occorrenze più evidenti di questa capacità di contaminazione riguardano l'importazione di elementi esterni che vengono assimilati trasformandoli in qualcosa di diverso. Il caso classico è quello della scrittura: importata dalla Cina, fu vista inizialmente come un tutt'uno con la lingua e la cultura cinese, poi si escogitarono varie strategie di adattamento dei caratteri cinesi alla lingua giapponese (man'yōgana, kanbun kundoku) per arrivare, dopo la creazione degli alfabeti sillabici, al sistema di scrittura kanji kanamajiri che oggi si presenta come tipico del Giappone. Un altro caso esemplare è quello del buddhismo Zen: oggi così profondamente identificato con la cultura e l'estetica giapponese che quasi solo gli specialisti ricordano la sua derivazione diretta dalla corrente buddhista cinese Chan. Un esempio forse meno clamoroso ma così sottilmente pervasivo che lo si può rintracciare in molta parte del folklore, del paesaggio antropico, della letteratura e perfino della mentalità quotidiana giapponese è il cosiddetto shinbutsu shūgō, il processo di amalgama tra buddhismo e shintoismo iniziato nel periodo Nara (710-790), ulteriormente complicato dalla parallela integrazione con le teorie taoiste e con i sistemi di divinazione cinese basati sul rapporto tra Yin e Yang (onmyōdō). Il risultato visibile a qualunque turista è la presenza di uno spazio dedicato ai kami nel recinto di quasi tutti i templi buddhisti, dove spesso è possibile acquistare gli stessi amuleti (omamori) che si trovano nei santuari shintoisti ed estrarre gli stessi bastoncini per ottenere una predizione (omikuji). Ma nei secoli l'integrazione ha operato più in profondità: per esempio, la gentile figura del Jizō Bosatsu, onnipresente anche nel Giappone moderno a ogni angolo di strada sotto forma di statuette spesso addobbate con berrettini e bavaglini rossi, è il risultato di una mescolanza di elementi buddhisti, shintoisti, taoisti e più generalmente magico-religiosi così particolare che non se ne trova un equivalente altrove. Un amalgama ancora più complesso si trova nei caratteristici, giapponesissimi yamabushi dello Shugendō con le loro pratiche ascetiche e i poteri mirabolanti celebrati da tanta letteratura popolare: lo Shugendō intreccia animismo, sciamanesimo, buddhismo esoterico, filosofia Yin-Yang, pratiche taoiste di lunga vita, culto delle montagne, e altri elementi ancora, in un modo così inestricabile che nel 1872 il governo Meiji nei suoi sforzi di razionalizzare e separare i kami dai buddha (shinbutsu bunri) non trovò di meglio che vietarlo in blocco, e rimase vietato fino al 1946. Il recente revival dei pellegrinaggi-maratona e delle pratiche più suggestive, come lo stare immobili sotto una cascata, si può certamente spiegare come un fenomeno new-age di superficiale "ritorno alla natura", ma trattandosi di giapponesi preferisco pensare che il vero motivo del nuovo fascino dello Shugendō sia proprio il suo eclettismo di fondo. È l'eclettismo infatti la tonalità tipica del mondo giapponese moderno: discreto nell'antica statuetta di Jizō inserita nel muro di un condominio o spudorato nella riproduzione kitsch della Statua della Libertà tra le spettacolari architetture di Odaiba a Tokyo, l'eclettismo rivela il suo aspetto migliore quando ritrova l'antica virtù della capacità di contaminazione e produce un immaginario del tutto nuovo. Lo si vede molto bene negli anime di Miyazaki Hayao, che frullano insieme materiali europei e giapponesi generando composizioni inconsuete, e bellissime. Ma anche negli artisti che utilizzano tecniche tradizionali per fare arte contemporanea, come Nakajima Hiroyuki, che a partire dalla calligrafia crea forme astratte né orientali né occidentali, o entrambe le cose insieme, o qualcosa di totalmente altro.

Carmen Covito, scrittrice nota per il bestseller "La bruttina stagionata" (1992), studia da molti anni le arti e la società del Giappone. Fa parte dell'A.I.S.T.U.G.I.A. dal 1983. È socia fondatrice e vicepresidente dell'associazione culturale "shodo.it" per la pratica e la conoscenza della calligrafia.

ESSERE ATTORE A EDO
Rossella Marangoni - www.rossellamarangoni.it

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Brano estratto da: Rossella Marangoni, Specchio di Edo. Il Kanadehon Chūshingura fra ideologia di potere e cultura popolare, 2006.
Attore a edoIl kabuki è teatro d'attore. Tutto lo spettacolo ruota attorno alla sua performance. Egli è il motore dello spettacolo: ogni espediente scenografico, ogni trucco utilizzato è creato per esaltare le sue capacità, il suo ruolo, il suo carisma. Per tutta la storia del kabuki nel periodo Edo (1603-1868) la figura dell'attore si trovò in una scomoda quanto curiosa duplice posizione. Dal punto di vista ufficiale l'attore era posto dal bakufu Tokugawa (che considerava il kabuki un male da estirpare) sul gradino più infimo della scala sociale, al di sotto del mercante, leggermente sopra agli hinin (i fuoricasta)1. All'attore veniva applicata la legge di regolamentazione della mendicità (gli attori del kabuki, infatti, piuttosto che yakusha, attore, venivano chiamati kawarakojiki, cioè mendicanti o kawaramono cioè, letteralmente, "persone del fiume"2 e ancora verso il 1840 nei documenti gli attori venivano contati con il suffisso numerale hiki, usato per i piccoli animali. Senza contare che, almeno agli inizi della storia del kabuki, gli attori non potevano vivere al di fuori del quartiere dei teatri e la loro vita era quindi regolata da un sistema di "ghettizzazione". Ma, al di là della facciata ufficiale, gli attori attiravano l'ammirazione delle folle che li idolatravano e godevano della protezione di ricchi mercanti e perfino di daimyō. Idoli con una sterminata folla di ammiratori di ogni classe sociale, dal ricco mercante al piccolo commesso di negozio, dallo hatamoto (vassallo diretto dello shōgun) al daimyō, dalla prostituta alla geisha, i grandi attori del kabuki divennero arbiter elegantiarum per le donne che volevano stare al passo con la moda (alle geisha era raccomandato di assistere al kaomise kyōgen, lo spettacolo che dava inizio all'anno del kabuki, per mantenersi al corrente delle novità) e arrivarono a pubblicizzare con i loro nomi vari prodotti, dalla pasta dentifricia al sake, diffondendo così la loro fama fuori dei confini della città. Una fama, la loro, che stava già espandendosi anche grazie alle stampe cosiddette ukiyoe che li ritraevano, dette appunto yakushae, e che, essendo molto economiche, erano davvero alla portata di tutti o quasi: il costo di una stampa era di 20 mon, circa la metà del biglietto più economico per una rappresentazione del kabuki. Inoltre, gli attori trovavano sempre il modo di sfuggire alla mano lunga della legge Tokugawa, acquistando ville sontuose ma facendole intestare ad agenti prestanome e vivendo, almeno i grandi divi, la raffinata e dispendiosa vita dei daimyō. Una situazione per certi versi analoga a quella vissuta dagli attori in Francia ai tempi di Molière si potrebbe supporre, ma qui l'ammirazione incondizionata del pubblico e l'accanita repressione dei Tokugawa davano al mondo del kabuki, almeno secondo lo studioso Andrew Gerstle un'aura di ribellione, di libertà dalle strutture della società confuciana con la sua rigida morale.

1.Per una dettagliata descrizione dei tormentati rapporti fra gli attori del kabuki e il governo shogunale si veda il saggio fondamentale di Donald SHIVELY, "Bakufu Versus Kabuki" in Studies in the Institutional History of Early Japan, Princeton, Princeton University Press, 1968 (1° ed. 1955).

2. Sito d'origine del kabuki, infatti, era considerato il letto (kawara) del fiume Kamo, a Kyōto, tradizionale luogo di rappresentazione di umili intrattenitori e ritrovo dei mendicanti. Qui allestiva i suoi spettacoli la danzatrice Izumo no Okuni, creatrice mitica del kabuki.

l'iki e la sensibilità estetica giapponese
Emanuela Collevecchio emanuela.collevecchio@gmail.com - www.giapponeinitalia.org

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GiapponeInItaliaL'Iki è un modus vivendi tipico dei giapponesi. E' impossibile chiarirne il vero significato semantico, poiché si tratta di una vera e propria filosofia di vita. Partendo dal presupposto che sia un fenomeno di coscienza, possiamo solo analizzarlo nei singoli momenti concettuali, ma non ricostruirlo a partire da essi. Componendosi di vistosità e modestia, distinzione e volgarità, dolcezza e asprezza, Iki rappresenta il "termine medio", non sbilanciandosi mai verso l'uno o l'altro estremo. Rappresenta la quintessenza della seduzione finalizzata a se stessa, implica tensione ideale nei confronti dell'altro, ovvero la possibilità di un'apertura duale, di un rapporto. Ciò che differenzia un approccio tradizionale, da quello tipico dell'iki è la durevolezza dello stato di seduzione, che rimane tale in quanto rinuncia al suo fine ipotetico, cioè la conquista. Con la rinuncia si rompe l'equilibrio dello scorrere naturale, e si viene a creare una differenza sostanziale: l'irrealtà, causa formale sulla quale si fonda l'iki. Ma soltanto chi possiede forza spirituale è in grado di rinunciare a tutte le esigenze amorose di cui si compone il corteggiamento. Tale forza permette di accettare dignitosamente il proprio destino, senza lamentarsi e mantenendo un atteggiamento saldo di fronte al dovere. In questo modo la seduzione viene elevata a spiritualità. La geisha è la figura che meglio incarna l'ideale Iki. Nel suo lavoro sperimenta quotidianamente l'instabilità e l'inconsistenza proprie di tutte le cose, le è impossibile aprirsi totalmente all'amore, conosce e accetta il suo destino, di conseguenza è libera da ogni attaccamento. E' come se, dopo una serie di esperienze, raggiungesse uno stato d'impassibilità tale da riuscire a trascendere i vincoli dell'amore in maniera elegante e senza rimpianti, mostrandosi esternamente come una donna libera e forte, anche se all'interno nasconde il tormento di una vita votata alla solitudine affettiva, di un triste Ikidestino che si è trovata a dover accettare: "Ma quando dietro un sorriso leggiadro e seducente si sarà scorta la traccia quasi impercettibile di lacrime cocenti e sincere, solo allora si sarà riusciti a comprendere la verità dell'iki"1. La vista è il senso che ne coglie più degli altri le manifestazioni "corporee". Le stampe di Kiyonaga sono un eccellente esempio della "corretta posizione iki": la postura leggermente inclinata rompe "l'equilibrio unitario del portamento"2 attivando la seduzione e l'apertura verso l'altro, nella consapevolezza di non giungere mai alla conquista. Per i giapponesi la seduzione si limita a un cenno allusivo che, come nella pittura zen, lascia spazio a chi osserva di completare il quadro. La bellezza della donna giapponese è basata su un'estetica più sommessa, non ostentata, ma accennata tramite lo scorgersi di piccoli lembi di pelle, quali le mani, il viso e la parte alta del collo. Mostrare pezzi di vestiti più intimi di sfuggita, mentre si cammina, oppure piccoli lembi di pelle, esprime la dualità della seduzione iki: rompendo l'uniformità del kimono che avvolge completamente la figura femminile, si suggerisce un'apertura all'altro sesso. I vestiti devono avere colori spenti e gli abiti devono essere solo "una transizione fra la persona e le tenebre circostanti"3 , in cui il colore irrefutabilmente bianco della pelle deve spiccare sullo sfondo scuro. La bellezza si coglie in piccoli accenni, viene sussurrata dalla peculiarità dell'abbigliamento e dalle posture. Anche l'espressione del viso di una donna iki deve suggerire apertura e chiusura allo stesso tempo, e lo fa tenendo occhi, bocca e guance tesi e rilassati assieme. Lo sguardo deve far percepire civetteria, ma nel contempo non svelare i sentimenti: spostandosi verso il basso indica un eccitante pudore che contrasta con la leziosità di quello precedente. La Karatedoluminosità degli occhi evoca il passato, e le pupille la forza spirituale della rinuncia presa senza sforzo e con grande fermezza. Il trucco deve essere leggero, l'acconciatura originale e i capelli leggermente disordinati… Sono tutti attributi stupendi della geisha, che porta in sé la forza di essere così diversa! Le tonalità iki sono poche e contrastanti, fatte di colori freddi e di gamma azzurra, come il grigio, il blu oppure il marrone. Al grigio è relazionato l'argento, che a sua volta è riferito al femmineo e alla luna. In questo senso gli vengono attribuiti significati di "leggerezza, di apertura alle esperienze e di disponibilità agli stimoli, alle influenze, alle sollecitazioni, ai contatti"4 … cos'è questa se non l'apertura duale implicita nell'iki? Ma questo colore rappresenta anche il carattere freddo e impersonale del metallo, indice di quel distacco formale necessario ai rapporti che la geisha intesse con i suoi clienti. La vecchiaia è spesso identificata con questo colore, e con essa tutto il bagaglio di sentimenti devitalizzati, compreso quello libidico e dei coinvolgimenti personali, nei confronti dei quali si sviluppa un forte rifiuto. La donna che esercita il mestiere di geisha è per sua natura impenetrabile e sfuggente, come l'atmosfera offuscata provocata dalla nebbia, che è grigia. E' un colore che ricorda la povertà del wabisabi: lo ritroviamo spesso negli abiti dei mendicanti o degli eremiti, personaggi che nella loro vita optano per la rinuncia, esattamente come fa la geisha. "Il blu è il colore della quieta introversione, della serenità del ritiro, che sono atteggiamenti propri della geisha nei confronti del mondo, al quale si sottrae con fermezza e tranquillità. Incarna lo stato d'animo malinconico e nostalgico di chi si sacrifica completamenteall'altro, e implica quindiuna forte automoderazione. Il marrone è associato alla materialità, alla fisicità anche in senso organico, con il significato ambivalente di riluttanza ed eroticità. E' il colore della semplicità, dell'introversione e del contenimento. Possiede le tonalità del giallo e del rossooffuscate, conservandone il carattere piacevole e avvolgente dell'appagamento sensuale; nel marrone è nascosta "una bellezza interiore indescrivibile: il frenamento"5 , lo stesso che possiede la geisha nel rinunciare alla conquista. Ineffabile, inafferrabile, irresistibile… tutto questo è l'iki, e la geisha ne è la sacerdotessa.

1 K. Shūzō, La struttura dell'iki, Milano, Adelphi, 2002, pag.59
2. K. Shūzō, La struttura…, op. cit. pag.86
3. J. Tanizaki, Libro d'ombra, Milano, Bompiani, 2005, pag.62
4. Lüscher, 1983, pag. 42, in C. Widmann, Il simbolismo…, op. cit. pag.239
5. Kandinsky, in C. Widmann, Il simbolismo…, op. cit. pag.233fujikai

 

 

Archivio Pagine Zenle radici del te'
Virginia Sica Terza Parte

L'importazione di generi e stili artistici dal continente, iniziata in maniera preponderante dal XII secolo, andavaestendendosi. Al contempo, gli stessi ambienti artistici giapponesi avevano subito una forte evoluzione interna. Se inizialmente ci si era limitati a copiare o, nel migliore dei casi, ad ispirarsi a modelli e manifatture cinesi, nel corsodel XIV e poi del XV secolo, il trapianto continentale era giunto a conclusione, assimilandosi del tutto alla tradizione artistica dell'arcipelago. Il gusto per la "pittura in bianco e nero" (suiboku ed anche hakubyō, rispettivamente "acqua edinchiostro" e "disegno [lasciato in] bianco") divenne predominante, anche sotto laspinta degli ambienti monastici presso i quali era più in voga. La calligrafia (bokuseki, letteralmente "vestigia di inchiostro"), tanto stimata negli esemplari importati dei maestri cinesi, si ramificò in varie scuole, correnti, stili e Padiglione Argentogeneri, e vide in questo periodo l'apice del successo, anche perché estremamente apprezzata in relazione al chadō come espressione complementare dello spirito che informava il cerimoniale e come elemento di arredamento consono alla situazione. Frattanto al governo della nazione era salito Ashikaga Yoshimasa (1435-1490, shōgun dal 1449 al 1474). Noncurante delle sorti del Paese, in preda alle guerre scoppiate in era Ōnin (1467-1469), egli visse in uno splendido ritiro, occupandosi delle arti in genere, del collezionismo, del teatro nō e, in particolare, dei rituali connessi con il tè. Al servizio dello shōgun era preposto il Dōbōshū, un ufficio di consulenza artistica, all'epoca affidato al rinomato Nōami (Nakao Shinnō, 1397-1471).Egli era stato al seguito della casata Asakura, nello Echizen (attuale provincia di Fukui) prima di entrare nella vita buddhista e al servizio shogunale. Era esperto di renga ("poesia a catena"), pittura, uso cerimoniale dell'incenso, allestimento delle opere pittoriche e loro montaggio,arredamento e decorazione di interni. Sotto il governo del precedente shōgun aveva ricevuto incarico di curare la catalogazione del fondo cinese della collezione artistica shogunale. Da questo lavoro sarebbe poi nato il Kundaikan sōchōki (Catalogo completo della collezione governativa), portato a compimento dal nipote Sōami (Nakao Shinsō, m. 1525) nel 1511 15. E' nel Kundaikan sōchōki che varie informazioni possono essere reperite in proposito ai rituali connessi con il tè. Altre testimonianze, infine, sono date dal manoscritto (a uso interno e privatissimo) Okazariki (Registro delle eminenti opere decorative) dello stesso Sōami 16. Si sa, ad esempio, che dai kissa no tei i rituali passarono in esecuzione presso gli shoin, corrispondenti alle sale di rappresentanza delle dimore Origamidell'aristocrazia. Altri dati, inoltre, permettono di ritenere che fossero introdotti elementi del sarei, quali l'uso del daisu. Fu pressappoco in questo periodo che si cominciò a fare uso della parola chadō ed è certo che, durante il governo di Yoshimasa, lo stile più in voga fosse quello dello shoin cha. Sembra che proprio a Yoshimasa, ritiratosi nel 1471 presso lo Higashiyamadono, residenza ad est di Kyōto, si debba la realizzazione della prima struttura preposta specificamente al rituale del tè: il dōjinsai, la "Sala della benevolenza universale", realizzata in quattro tatami e mezzo presso lo hondō (fabbrica centrale) del Jishōji (nome con il quale lo Higashiyamadono venne poi mutuato in monastero), e comunemente considerata modello dei successivi chashitsu e chaseki ("sale" e "padiglioni del tè") il cui uso e stile si sarebbero evoluti e sviluppati fino al periodo Edo (1600-1867). Si è già accennato a come le radici del cha no yu si intersechino con la storia del Daitokuji. Tra tutte le personalità che ivi risedettero, primeggia il calligrafo, poeta, pittore Ikkyū Sōjun (1394-1481), uomo dotato di spirito mordace ed eccentrico, intollerante della mondanità del clero, severo nella disciplina ma disinvolto con se stesso. Data la crescente autorità presso gli ambienti intellettuali e religiosi della capitale, nel 1474Ikkyū fu nominato abate del Daitokuji. La sua presenza presso il monastero attirò presto l'attenzione dell'élite culturale del tempo che, presso la sede religiosa, si affrettò a dar vita ad un cenacolo artistico, intellettuale, mondano senza pari, patrocinato e finanziato da ricchi mercanti di Sakai, città mercantile in ascesa, ove Ikkyū aveva vissuto per un certo tempo e nella quale aveva stretto relazioni amichevoli. Il patrocinio dei mercanti di Sakai rese il Daitokuji il più prospero dei templi zen del Giappone. Preponderanti contributi provennero da numerosi chajin ("maestri del tè"), e fra essi si annovera Murata Jukō (o Shukō, 1423-1502) allievo di Ikkyū e considerato il padre effettivo del cha no yu. quaderni asiaticiMurata era nato a Nara ed era divenuto presto monaco presso lo Shōmyōji. Espulso dal monastero per condotta non rigorosa17, volle recarsi a Kyōto, desideroso di approfondire gli studi sui rituali connessi con il tè. Si vuole che a Kyōto entrasse in contatto con Nōami, e che questi lo avesse introdotto allo shōgun già in ritiro Yoshimasa. Sebbene l'incontro tra i due sia storicamente improbabile in tale fase18 , non v'è da dubitare che Murata fosse comunque in rapporto con il Dōbōshū (probabilmente, al tempo, affidato a Sōami) e che avesse appreso lo shoin chadō nei circoli dello Higashiyamadono. Ma presto l'eccessivo formalismo del solenne erigoroso stile lo aveva condotto a proporre alternative protocollari. Si vuole, dunque, che da qui siano nate le direttive di quello che fu poi conosciuto come wabi chadō ("la sublime via del tè"), che divenne poi lo stile più in voga del successivo periodo Momoyama (1479-1600). Riferimenti precisi che indichino che Murata adoperasse già da allora il termine wabi non ve ne sono. Più certo è che i suoi illustri allievi lo codificassero come termine tecnico insieme con i principi teorici del maestro. Alla sua scuola, infatti, si sarebbero formati Takeno Jōō (1502-1555) e, più avanti, Sen no Rikyū (1522-1591). (continua)

15 Più precisamente Nōami avrebbe dato inizio ad un'opera dal titolo Karae mokuroku (Catalogo di dipinti cinesi) e sembra che Sōami ne avesse fatto uso per compilare il Kundaikan sōchōki (Y. Tazawa, Biographical Dictionary of Japanese Art, Tōkyō 1981, p.492).

16. Il catalogo registra oggetti e decorazioni presenti nelle due residenze Ogawagosho e Higashiyamadono della casata Ashikaga e riporta metodi di fattura delle scaffalature e tecniche di decorativismo.

17. Secondo T.M. Ludwig, essendo al tempo molto in voga un genere di ricevimenti allestiti presso luoghi termali o bagni pubblici, e perciò detti rinkancha, durante i quali veniva anche servito il tè, è probabile che Murata avesse subito l'espulsione monastica perché troppo attratto, nel corso dei suoi studi sul tè, da tali ricevimenti. Ludwig rileva che promotore di tali incontri mondani era stato tale Furuichi Taneshige del Kōfukuji, il cui fratello più tardi sarebbe stato primo discepolo di Murata (cfr. T.M. Ludwig, cit., p. 386).
18. Nōami, infatti, morì nel 1471, tre anni prima del ritiro dalla carica shogunale di Yoshimasa che, tuttavia, avrebbe potuto incontrare Murata già in precedenza.budokan

DUE MILANESI NELL'ESTREMO ORIENTE
Viaggio in Egitto, Cina, Giappone, SIberia e Russia prima parte

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Questo libro è stato composto quasi cent'anni fà. Trascrivo questo testo del milanese A. Stabilini che, al ritorno dal suo viaggio in estremo oriente, ha voluto descrivere il suo tragitto. A modo suo, con semplicità, senza troppa cura per i vocaboli dei paesi che stava visitando, con immediatezza, riportando ciò che in prima persona vedeva, paragonandolo al suo quotidiano di italiano. Una curiosità che merita di non rimanere sconosciuta, non priva di notizie non sempre così facili a reperire.
Luca Piatti - luca@maremagnum.eu

Copertina 2 MilanesiDalla prefazione
Maremagnum.eu Descrizione del viaggio da me fatto con mio figlio che dedico a mia moglie Carolina ed ai numerosi amici che esternarono il desiderio di leggere le mie impressioni sulle città e paesaggi visti lungo l'immenso cammino. Queste pagine non hanno pretese letterarie; sono un figlio del lavoro, un ex birraio e ristoratore; invocherò quindi un'altra volta il detto del "Bidel de la Class de Asen": "Se i me gent m'avessen fa studia …. e mi aves imparàa, chissà cosa saria diventà".*
Dalle pagine che parlano del soggiorno in Giappone

22 maggio (1913) passato lo stretto di Shimonoseki, s'entra nel "mar interno giapponese", una specie di mediterraneo. V'è un'enormità di giunche di pescatori, che spiega l'enorme consumo di pesce che si fa in Giappone. Alle sei pomeridiane eravamo nell'ampia baia di Kobe, importante città e uno dei porti giapponesi più animati. […] Kobe, più grande e molto più ricca di negozi di Nagasaki, è anch'essa rimasta completamente giapponese. D'europeo non v'è quasi nulla, tranne i moderni mezzi di locomozione (bicicletta, tram, automobili) e quanto alla gente, si stenta a farsi capire. […] 24 maggio (49° giorno di viaggio) alle 11 del mattino s'entrò nella vastissima baia di Yokohama, passando fra tre o quattro isolotti formidabilmente fortificati. La baia è anche baia di Tokio, ma i grandi bastimenti si fermano a Yokohama, perché a Tokio l'acqua è troppo bassa. Cosicché Yokohama serve di porto a Tokio, da cui dista solo tre quarti d'ora di treno. […] Appena sbarcati andammo alla pensione italiana Dentici, secondo indirizzo datoci dal signor Bianchi di Milano, ex direttore della casa Dall'Oro in Yokohama, mio antico avventore prima ancora di andare in Giappone in giovanissima età (credo nel 1882), ove rimase 24 anni. Essendo festa non trovammo nessuno in casa Dall'Oro; erano andati a Tokio a spasso. In casa Dentici si stette benissimo, sia per la cucina che pel vino. Il signor Dentici venne in Giappone quarant'anni fa, all'epoca del giro del mondo del duca di Genova a bordo della vecchia fregata "Vittor Pisani" sulla quale il Dentici lavorava come cuoco e pasticcere. […] Kottoya antiquariato e spadeEgli fu il primo che fabbricò il pane all'europea in Giappone e questo fu l'inizio della sua fortuna. E' siciliano e sposò una francese che sarà stata bella in gioventù. […] Ora che il Dentici ha sessantotto anni e li porta giovanilmente, parla abbastanza bene il francese, l'inglese e il giapponese, come tutta la sua famiglia. Il Signor Casati da Monticello Brianza, direttore della casa Dall'Oro in Yokohama da quando rimpatriò il Signor Bianchi, ci ricevette calorosamente. […] Essendo alloggiati a Yokohama, i primi due giorni si visitò la città, di cui una parte è completamente europeizzata, mentre il resto è ancora tale e quale a quarant'anni fa. Yokohama è la Genova del Giappone, come pure la città più europeizzata. Conta un gran numero d'importantissime case di commercio ed ha il suo più importante centro nel "Benten Dori", il quartiere giapponese elegante, sede di molti lussuosissimi bazar pieni di fotografie, vasi di bronzo e porcellana, seterie di gran valore, ceramiche giapponesi, oggetti d'arte in avorio, ecc. ecc.. Animatissimo è l'aspetto delle vie, pulite e ben tenute. V'è un quartiere di Yokohama in cui alla sera il popolo si reca per divertirsi. E' pieno di cinematografi, teatri, concerti, baracche di legno per lo più, e straordinariamente illuminato. I fanali elettrici si confondono con le migliaia di lampade giapponesi di carta colorata, con effetto carnevalesco. E' qui che una sera, guidati dal figlio del Dentici, entrammo in un teatro giapponese, dove si rappresentava una commedia incominciata … la sera prima. Le produzioni cinesi e giapponesi durano delle giornate consecutive. Il teatro si chiude alla notte e la rappresentazione prosegue l'indomani. […] Di notte per le strade di Yokohama si odono dei fischi dolcissimi di flauti di legno, sono uomini ciechi girellanti in cerca di elemosina che suonano continuamente per non farsi investire dai "rickshaw" che corrono veloci. Ad un'ora di ferrovia da Yokohama v'è Kamakura, degna d'una visita pel suo "Daibut-su", colossale statua di Budda seduto in posa contemplativa e solenne. Per la sua gigantesca mole di bronzo ricorda il nostro "San Carlone" d'Arona. Tokio, che fino al 1868 si chiamava Yedo,è una sterminata città, vasta forse come Londra e, benché molto meno popolata di questa, conta sempre più di duemilioni di abitanti. Giace alla foce del fiume Sumidagawa, da cui si staccano molti canali che traversano la città in ogni senso. E' talmente grande che si stenta a capire dove cominci e dove finisca, tanto più che manca di muraglie e confini apparenti. Arrivando a Tokio per la stazione di Shimbashi, ci si presenta subito un immenso stradone detto "Ginza" larghissimo e interminabile, molto europeizzato nelle costruzioni, nelle botteghe e nel pavimento, e tagliato da parecchie altre grandi vie moderne. FeimoQui si crederebbe di arrivare in una grande città europea o americana. Ma quasi tutto il resto di Tokio è un infinita sequela di strade storte, di stradicciole e viottoli fiancheggiate dalle solite graziose casettine di legno, caratteristica d'ogni città delGiappone, quasi tutte uguali col loro largo tetto sormontato da un altro più piccolo e aprendosi interamentesulla via per mezzo di imposte mobili in modo da formare a pian terreno bottega, e di sopra veranda. Molte hanno ancora le finestra coi vetri di carta e quasi tutte una tinta grigio-scura, cheriuscirebbe monotona se non fosse ravvivata dai vivaci colori delle insegne delle botteghe. Il suolo delle abitazioni è coperto da fitte stuoie che servono da tappeto, da sedile e da letto. Il giapponese non ha bisogno di molta mobilia. Passando davanti ai negozi se ne vedono i proprietari accosciati a terra come tanti Budda in attesa di compratori. Di notte, per dormire, stendono sul pavimento dei materassi che al mattino arrotolano, e tutto è fatto. Anche per mangiare siedono a terra colle gambe incrociate. (continua)
* "Se i miei genitori mi avessero fatto studiare…e io avessi imparato, chissà cosa sarei diventato".

Archivio Pagine Zenl'arte di taniguchi jIRō
il più giapponese dei mangaka Giampiero Raganelli

I manga, i fumetti nipponici, sono un fenomeno di massa ormai ampiamente diffuso anche in occidente. Il loro caratteristico stile grafico fu elaborato da Tezuka Osamu, alla fine Jirodegli anni '40. Il capostipite dei mangaka (autori di manga) si ispirò a personaggi come Betty Boop e al mondo Disney. Il fatto che un elemento tipico della cultura giapponese abbia una derivazione occidentale non deve stupire.Rientra in quel ben noto processo di "giapponesizzazione" che consiste nel riprendere e rielaborare modelli stranieri. I ruoli si sarebbero capovolti per Tezuka, quando la Disney scopiazzò la sua famosa creatura, Kimba, il leone bianco, per Il re leone. Tra i mangaka contemporanei spicca la figura di Taniguchi Jirō, inventore di una nuova estetica. Anch'egli si rifà ad autori occidentali. Riprende il principio della "ligne claire" di Hergè, il creatore di Tintin, che consiste nel fare agire personaggi più o meno astratti su sfondi realistici fin nel minimo dettaglio. Taniguchi ha attinto molto anche dal grande illustratore francese Moebius, con cui giungerà a una inevitabile collaborazione per la graphic novel Icaru del 1997, che ibrida i manga con laconcezione occidentale del fumetto. Il particolare stile contemplativo di Taniguchi, agli antipodi dei fumetti d'azione, si esprime nel suo capolavoro L'uomo che cammina (Aruku hito, 1992), interamente incentrato su un uomo che passeggia in una città, e nei suoi sobborghi, ammirando edifici e alberi, incontrando persone e animali. E' una autobiografia camuffata, una sorta di taccuino degli appunti personale dell'autore, che lo avvicina alla forma del viaggio sentimentale, tipica della letteratura europea. TorakanMa si può ravvisare in quest'opera, anche un'analogia con le Cinquantatré stazioni di posta del Tōkaidō, la serie di stampe dell'artista di ukiyo-e Hiroshige Utagawa, per l'enfasi posta a quelli che sembrano dettagli secondari, ma che così non sono nella peculiare visione dell'artista. Gourmet (Kodoku no gurume, 1997)racconta invece di un uomo che mangia. Il protagonista visita, in ogni capitolo, un particolare ristorante giapponese, scelto per il tipo di cucina, per la collocazione urbanistica o anche per la tipologia sociologica dei suoi avventori. Si sofferma a descrivere il gusto dei piatti che sta assaporando,ascoltando le chiacchiere degli altri frequentatori. Altro capolavoro di questo artista è In una lontana città (Harukana machi-e, 1998) dove il protagonista, un uomo sulla cinquantina, viene portato a rivivere la sua adolescenza a seguito di un fenomeno misterioso, magico o fantascientifico, di "distorsione temporale". Il "ragazzo", consapevole del suo futuro, può così rielaborare le sue esperienze e i suoi sentimenti. Vorrà inoltre modificare il corso degli eventi, cercando di impedire quello che è stato il trauma della sua vita, la sparizione del padre senza lasciare tracce, secondo l'abitudine diffusa ancora oggi in Giappone dell'"evaporazione", la fuga da problemi economici, coniugali o di qualsiasi altra natura. Ancora un'autobiografia camuffata che va ben oltre la semplice rievocazione, disincantata e dolorosa, della propria infanzia. Restituisce anche le atmosfere di un mondo perduto, il Giappone diLibreria Azalaiprovincia. E' quindi una sorta di viaggio sentimentale nel passato, a Tottori, la città di nascita di Taniguchi. Per la sua dimensione meditativa e nonostante le sue influenze occidentali, o forse proprio per queste, si può definire Taniguchi come il più giapponese dei mangaka, mutuando la celebre definizione data dallo studioso Donald Richie al regista Ozu Yasujiro. Se il grande cineasta poteva fregiarsi di tale titolo senza aver, quasi, mai realizzato opere riconducibili, nell'immaginario, al Giappone, come film storici o di samurai, non altrettanto si può dire per Taniguchi. Accanto alla sua produzione più filosofica infatti, figurano opere di genere, anche se su sceneggiatura altrui. Tra queste spicca il bellissimo Il libro del vento (Kaze no sho, 1992), un dramma storico scritto da Furuyama Kan. Incentrato sulla figura storica del samurai Mitsuyoshi Yagyū Jūbei, vissuto all'inizio del periodo Edo, questo manga si segnala per la fedeltà della ricostruzione storica, per la cura nella riproduzione di kimono e obi dell'epoca, per la raffigurazione delle varie tecniche di combattimento con la katana. Ma quest'opera è soprattutto una riflessione sulla storia del Giappone e sul ripetersi ciclico, al suo interno, di situazioni quali il conflitto tra il potere dell'Imperatore e quello dello Shogun. Taniguchi mostra così il suo eclettismo, uscendo dall'austero realismo per cui è noto.

la mediazione culturale dei gesuiti in giappone
Susanna Marino Quarta e ultima parte

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KathaySe dopo la partenza di Francesco Saverio dal Giappone, restano tre comunità cristiane nel sud del Paese per un totale di 700/800 convertiti, nel 1593 si arrivano a contare circa 217.000 cattolici, guidati da 151 Gesuiti, mentre nel 1596, il primo vescovo nominato in Giappone, è responsabile spirituale di ben 300.000 anime. Tale incremento nel numero dei convertiti al Cristianesimo si ricollega certamente anche a ragioni di carattere storico, politico ed economico sia da parte nipponica che europea, ma il grande contributo dato dai padri menzionati, sarà ulteriormente arricchito da quello di un altro celebre gesuita italiano, Padre Alessandro Valignano (Chieti 1539 – Macao 1606). Di origini aristocratiche, ha studiato giurisprudenza all'università di Padova e arriva in Giappone nel 1579. La sua attività in questo paese è particolarmente interessante, perché segna una svolta nel metodo di predicazione dei missionari. Egli rimane favorevolmente impressionato dal popolo giapponese tanto che arriva a definirlo come "il popolo più capace e meglio educato di tutto l'Oriente". In genere, il metodo precedente non era impostato sulla reciproca fiducia, poiché si temeva che i giapponesi s'impadronissero delle scienze europee e superassero in breve tempo i maestri, rendendo superflua la presenza dei cristiani. Per Valignano, più lungimirante, occorre invece parificare i rapporti tra missionari e collaboratori giapponesi, come già ha percepito padre Torres; ecco perché nei collegi e seminari si sarebbe diffusa la cultura europea e si insegna la lingua giapponese agli europei appena arrivati. Vi si insegnano matematica, cosmografia, astronomia, scienza della navigazione: le concezioni scientifiche europee, insomma, non suscitano in Giappone fenomeni di rigetto o ostruzionismo da parte dei detentori della cultura ufficiale. Ad un primo periodo di fortuna nella predicazione in terra nipponica, contribuisce anche la lenta penetrazione dei missionari nella città di Kyōto (l'allora capitale nel centro del Paese) e quindi, la simpatia che per loro ha Oda Nobunaga, il capo politico e militare del Giappone del tempo, che non ama particolarmente il Buddhismo; egli è curioso di cose nuove e non rimane indifferente alla forza di carattere e alla severità di disciplina cui i Gesuiti erano, con dura scuola, educati. Probabilmente, l'errore dei Gesuiti è di occuparsi un po' troppo delle cose interne al Giappone e proprio in un momento particolarmente delicato, quando alcuni daimyō, tentano di frenare l'anarchia dilagante nel Paese. Per circa venti anni, dalla fine del XVI secolo, gli editti di proscrizione nei confronti dei cristiani si moltiplicano senza però entrare in vigore a tutti gli effetti. Come se non bastasse, nonostante che dal 1580 il Portogallo fosse politicamente annesso alla Spagna sotto il regno di Filippo II, i mercanti spagnoli e portoghesi non si sentivano per niente parte della stessa nazione e una rivalità altrettanto accesa esisteva tra i vari ordini religiosi (Gesuiti e Francescani, nello specifico): i Gesuiti, cioè, s'identificavano con gli interessi portoghesi, mentre Francescani e più tardi Domenicani, con quelli spagnoli, mantenendosi pertanto ostili ai portoghesi. All'inizio del XVII secolo, tuttavia, l'arrivo degli olandesi nei mari dell'Estremo Oriente priva i missionari di uno dei loro maggiori punti di forza. E così, dopo alcuni anni di persecuzioni, la cristianità giapponese è ormai alle corde. Nel 1614 è rinnovato l'editto di proscrizione nei confronti dei cristiani e l'intolleranza verso di loro si tramuta infine in una reale persecuzione, ma gli apostati saranno pochissimi. L'ultimo atto si svolge nel 1637 a Shimabara, dove un gruppo di cristiani uniti a dei contadini affamati, circa trentamila persone in tutto, e guidati da quattro samurai battezzati, s'impadronisce di un deposito di riso, poi di una fortezza nella quale resiste a un assedio di due mesi contro un immenso esercito. La messa al bando del Cristianesimo è pertanto legata a elementi di carattere sia politico sia economico, che non di vero e proprio fanatismo religioso. Per il governo centrale, il fatto che i rivoltosi fossero cristiani era comunque un'aggravante decisiva. L'insurrezione politica, perciò, alimentata dal carattere religioso della persecuzione, diviene l'acme della ribellione. L'arrivo dei nanbanjin in Giappone nel 1543, non aveva recato con sé solo buone nuove: dieci anni dopo che i giapponesi avevano visto per la prima volta gli archibugi, alcuni daimyō del Giappone occidentale avevano ordinato ai propri artigiani una gran quantità d'imitazioni. Avviene così una svolta nelle lotte per il potere che precedono l'unificazione del Paese. Da quel momento, la superiorità della potenza di fuoco decide naturalmente l'esito degli scontri, mentre i piccoli castelli di legno che avevano fino a quel momento resistito agli attacchi di archi e lance, vengono ben presto soppiantati da massicci castelli in muratura con ampi bastioni e fossati. Le guerre intestine che chiudono il XVI secolo possono essere viste come il punto di svolta della storia giapponese che porterà non solo all'unificazione del Paese, ma anche ad un lunghissimo periodo di 250 anni di relativa pace interna. L'arrivo dei missionari,la diffusione del Cristianesimo, le prime persecuzioni e la definitiva espulsione dal Paese, rientrano in questo quadro storico piuttosto complesso. Tornando quindi al nostro discorso riguardo alla rivolta di Shimabara del 1637, dopo il lungo assedio, il castello è distrutto e tutti i superstiti sono massacrati. Ironia della sorte, ad aprire la prima breccia sono i cannoni di una nave prestata al governo nipponico dalla Compagnia orientale delle Indie Olandesi, la de Ryp Nicolaus Koeckebakker, che ordina ai propri marinai di fare fuoco sulla fortezza dove sono asserragliati contadini e cristiani: il risultato è il lancio di 700 granate in 15 giorni. I mercanti dei Paesi Bassi, che avevano ricevuto nel 1609 il permesso dallo shōgun stesso distabilire un posto commerciale a Hirado, nella prefettura di Nagasaki, non esitano ad intervenire contro i loro "cugini" europei, pur di difendere il loro avamposto commerciale. Ecco allora che, anticipando il fenomeno di globalizzazione storica, economica e politica, gli olandesi ripagano con tale mossa e con la stessa moneta, agli antipodi e sulla testa degli altri, il terrore diffuso dagli spagnoli nelle Fiandre.

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La bocca è la voce dell'anima
Maestro Tetsugen Serra - Monastero Zen Il Cerchio - Milano

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Monastero Zen.it Parlare, piangere, gridare, fare smorfie, mordere, salivare e altre funzioni sono espressioni emozionali che hanno origine in altre parti del corpo, ma che emergono dalla bocca, anzi, spesso sono trattenute per paura o convenienza e creano tensioni e limitazioni croniche all'espressione di ciò che veramente sentiamo e vogliamo manifestare. Tutte le persone che bloccano le emozioni hanno la bocca serrata e dura. E' importante nella meditazione recuperare la normale morbidezza della bocca. Mandibola, lingua, mento, faringe muscoli della bocca, del collo e occipitali devono essere rilassati, per avere tutto il corpo senza schemi muscolari fissi condizionanti che c'impedirebbero una buona e profonda meditazione. Seduti, con il respiro profondo ma leggero come il vento, iniziamo ad ascoltare il nostro corpo all'altezza della bocca; inspiriamo lentamente e, espirando dolcemente e a lungo, indirizziamo la nostra espirazione alla bocca. La lingua, morbida e appoggiata alla parte alta del palato con la punta rivolta ai denti incisivi, riceve l'energia rilassante dell'espirazione. Sentiamo le mascelle che si decontraggono, le guance che si rilassano e la tensione che si allenta tra il collo e la nuca.

Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra Fabbri Editori 2005