Arretrati
Pagine Zen n°9

L'IDEOGRAMMA DI PRIMAVERA
(Ryoko Kimoshita)
C’è un detto in Giappone: “il sonno in primavera non conosce l’alba”. La dolcezza del clima, la temperatura mite… Forse tutto ciò contribuisce a creare una pace interiore che porta al sonno. Quante volte da bambina la maestra mi sgridava per la mia mancanza di concentrazione a causa del sonno!
In Giappone le stagioni sono abbastanza ben distinte. La primavera si manifesta con lo spuntare delle gemme, con lo sbocciare dei fiori. I giapponesi amano molto tutto ciò. La vita ricomincia e le innumerevoli esistenze della terra riprendono la loro attività. So bene che tutto ciò è comune in gran parte del pianeta, ma in Giappone mi sembra, forse a me giapponese, che tutto avvenga in modo particolare. Il periodo più bello è quello fra la fioritura del prugno e quella del ciliegio. Amo molto essere immersa nello spettacolo della fioritura prima del prugno, poi del pesco e infine del ciliegio. E’ un fantastico crescendo, un fenomeno sempre più vasto. Una consequenzialità a fasi quasi distinte, con una breve sovrapposizione fra i vari momenti. Viverlo non è come parlarne o scriverne. Tutto ciò si manifesta con la descritta temporalità, ma anche, curiosamente, salendo dal sud al nord del Giappone.
La primavera ha sempre ispirato i poeti giapponesi.
Questa poesia di Saigyo Hooshi mi tocca ogni volta molto profondamente. Il poeta ama così tanto la primavera da fargli dire che quando morirà, vorrebbe che ciò
avvenisse in primavera, sotto la fioritura del ciliegio.Questo è l’amore dei giapponesi per una magica stagione: la primavera. Il significato
del carattere “Primavera”
(Giuliana Malpezzi)

IL CARATTERE "CHUN", primavera, ha un significato tanto semplice da sembrare scontato, eppure il pittogramma è una ben riuscita sintesi del risveglio della natura. l'ideogramma in basso, quello che sembra un quadratino con una riga a metà, è il sole, la cui azione permette ai semi, nascosti nella terra durante l'inverno, di spuntare e di fiorire, come appare nella parte superiore del carattere. Non per nulla il Capodanno cinese si chiama "festa di primavera". Il drago, animale d'acqua e del cielo, esce allo scoperto a liberare il sole dalle tenebre, perchè inizi un nuovo ciclo vitale sotto l'azione del sole brillante della nuova stagione.
La festa di primavera in Cina si festeggia con sfilate di draghi, con scoppi di mortaretti, con un gran rumore ed un gran trambusto, per spaventare le tenebre, perchè il sole possa brillare e far crescere di nuovo le tenere foglie.
Alle pareti e sulla soglia di casa si appendono cartelli rossi, con poesie scritte in bei caratteri neri, e si regalano ai bambini le lanterne, che illumineranno la notte come mille luccioline, lanterne in forma di animale, l'animale dell'anno che inizia. Il 2002 è l'anno del cavallo: tanti bimbi cinesi con le loro lanterne a forma di cavallo augurano a tutti un felice anno nuovo.
IKEBANA - La via dei fiori (seconda parte)
(Nicoletta Spadavecchia)
Lo shintoismo e l’atteggiamento
del giapponese nei confronti della natura

La via dei fiori, come tutte le altre “vie”, pone le basi della sua esistenza e si sviluppa da un certo atteggiamento del giapponese nei confronti di se stesso e di ciò che lo circonda, cosa che costituisce l’essenza dello shintoismo, il sentimento e la coscienza religiosa propriamente giapponese. Questo atteggiamento è un po’ come il seme da cui germoglia una pianta e determina lo sviluppo di una mentalità del tutto particolare.
In Giappone non esiste una frattura, una diversificazione tra uomo, natura
e divinità: l’uomo vive in costante compartecipazione con le cose che lo circondano, siano esse fiori, alberi, montagne o sassi, che vengono considerati aspetti diversi del divino, ma tutti di ugual valore. A questo proposito particolarmente illuminanti e convincenti sono le parole di Giuseppe Tucci: “La terra rupestre e dolce insieme e l’ombra verde dei boschi che nascondono la roccia e ora contendono alla neve la montagna, ora scendono a lambire il mare, parvero meraviglie e dono degli dei: uomini e Cami (dei) vivono insieme aggiogati a quella bellezza; l’occhio contempla con amorosa sollecitudine quei paesaggi brevi, che il sole vela d’ombra e la nebbia avviluppa con languori sognanti.” GIUSEPPE TUCCI, Il Giappone, tradizione storica e tradizione artistica, Bocca, Milano, 1943, pag. 42. Anche l’uomo fa parte di questo mondo della natura fondamentalmente egualitario nel quale non gode di alcun privilegio, ma, come qualsiasi altro aspetto di essa, vive e agisce conformemente alle sue leggi. Dal riconoscimento della superiorità della natura e delle sue forze, nasce il desiderio di osservare il mondo circostante e le leggi che lo regolano e, di conseguenza, la voglia di conformarsi e armonizzarsi ad esso. L’offerta di fiori e rami alle divinità e il modo con cui viene fatta è uno dei primi esempi dell’atteggiamento spirituale del giapponese: la scelta del materiale vegetale a seconda della stagione e del carattere del fiore o del ramo stesso, il fatto di rappresentarlo in modo che ogni elemento si armonizzi con gli altri, valorizzando le proprie caratteristiche, derivano dall’importanza attribuita alla natura, intesa come maestra di vita.
Il solo shintoismo, tuttavia, le sole tendenze di natura religiosa e spirituale di cui sopra non bastano a spiegare il fatto che la pratica dell’ikebana sia diventata una pratica di vita. A farne la forma culturale di oggi, ha contribuito una serie di fattori di tipo storico-sociale, i più indicativi dei quali si intende ora analizzare.

Il buddismo e il suo vivificante apporto culturale

Il primo elemento da prendere in considerazione è l’introduzione del buddhismo, avvenuta nel VI sec. d. C., che segna un momento particolarmente fecondo e fruttifero nel processo di sviluppo della civiltà giapponese. Il suo apporto, infatti, è estremamente diversificato e investe ogni aspetto della vita del giapponese, dal momento che propone un’esperienza intesa a realizzare un graduale miglioramento spirituale. La preoccupazione buddhista è nello stesso tempo di tipo pratico, partendo dall’osservazione dei fatti contingenti della vita, e di tipo speculativo, tendendo alla riflessione, alla meditazione, alla introspezione, e, in tal modo, completa la tendenza pragmatica propria dello shintoismo.
Attraverso l’esperienza buddhista il giapponese prende coscienza di fatti fino ad allora inconsapevolmente vissuti. Già nel periodo Heian (IX-XII sec) comincia a considerare la vita umana e a viverla come momento di estrema ma effimera bellezza. Nella raffinatezza del mondo di corte, non a caso il fiore diventa mezzo di comunicazione dei sentimenti umani e soprattutto dell’amore: secondo una consapevolezza del tutto nuova, come l’amore necessariamente svanisce, così il fiore acquista valore e significato nel compimento della sua esistenza; si è scoperto che la bellezza non è tanto quella estetica, quanto quella legata al passare del tempo. Tale convinzione emerge dalla quasi totalità della produzione artistica del periodo Heian, a testimonianza della quale si riportano i versi ben noti della poetessa Ono no Komachi (834-900), rappresentativi della mentalità giapponese del periodo:

Il calore dei fiori,
ahimè, è svanito!
mentre senza scopo
io, pensosa, ho passato la vita,
lo sguardo fisso alla pioggia notturna.


Da MUCCIOLI M., La letteratura giapponese. La letteratura coreana, Sansoni Accademia, Milano, 1969, pag. 82.
Quando, nel periodo di Kamakura (XII-XIV sec.), il samurai diventa la figura centrale della società e alla sua esistenza si adatta la mentalità del momento, si compie un altro passo nel processo di maturazione dell’individuo. La vita acquista valore solo nel momento in cui si prende in considerazione il suo compimento. Ogni attimo viene vissuto come l’ultimo prima della morte, alla quale si deve essere pronti e preparati sempre e nel modo migliore. Le riserve di tipo psicologico necessarie alla vita del guerriero, la forza spirituale a cui esso deve attingere si devono arricchire inverosimilmente; per agire nel modo migliore, nascono le prime “vie”. Per il guerriero, scoprire un fiore, coglierlo e comporlo con altri diventa un esercizio alla calma interiore; il “vedere” una semplice margherita nel campo un modo per attribuire a ogni cosa il suo valore e ad apprezzarla nella sua vera essenza e natura.

(Continua) Tratto da Quaderni Asiatici, Anno III n. 9
Edito dal Centro di Cultura Italia-Asia “G. Scalise”
ORIGAMI - il fiore
(Antonella Ballabio)
È preferibile usare un foglio di carta il cui colore sia uguale su entrambi i lati.
PENSIERI DI IERI... TEMPI DI OGGI
(Hua t’o)

Oggi. Oggi ci troviamo davanti ad una realtà quotidiana che stravolge tutto e tutti. La violenza, l’intolleranza, il dispregio delle norme di vita più elementari, sono come una fiumara in piena che scorre su un letto dove non dovrebbe scorrere, che spazza via, devasta e distrugge.
E sembra che l’umanità assista impotente a tale scempio, dipende infatti da lei, ci si è quasi abituata e quindi l’accetta come fatto compiuto.
Dobbiamo oppure no opporci a tale scenario? Quali i mezzi a disposizione? Si potrà subito obiettare che se tutti si alzano in piedi a teatro, difficilmente si riuscirà a vedere qualcosa restando seduti.
Allora occorre accettare le nuove usanze? Non mi azzardo a definirle regole. Preferisco tornare, almeno nella memoria, ai vecchi tempi, quando vigevano altri elementi del vivere civile, quando si doveva, sottolineo doveva, cedere il posto a sedere a chi è più vecchio di noi.
Ma tutto questo ormai puzza di sorpassato, di vecchio, di stantio. L’uomo si è posto degli obiettivi da raggiungere, vuole costruire a tutti i costi, passando sopra a quanti si oppongono ai suoi disegni, in definitiva sopra se stesso. Se vuoi arrivare, questa sembra ormai definitivamente la strada da imboccare. Ma è veramente quella giusta? Quando sei arrivato dove vuoi arrivare e ti volgi indietro cosa ti aspetti di vedere? Un quadro rasserenante della tua vita trascorsa? Niente affatto. Sei stato solo uno spettatore e non un protagonista. E’ il bilancio della propria vita che a un certo punto bisogna affrontare. Occorrerebbe a questo punto fare molti, ma molti passi indietro per avere una valutazione del come si è vissuto.
Leggi sui giornali che per rimettersi dalla vita stressante alcuni si rifugiano nello zen. Ma molto evidentemente non si sa di che si parla. Perché giungere allo stress e poi rifugiarsi in pratiche che lo rifuggano? Non sarebbe meglio invece evitare di giungere a situazioni stressanti, che purtroppo ormai fanno parte della vita di ogni giorno.
Ecco pararsi davanti le tecniche per giungere a questi risultati. Ma di che tecniche si parla. Il mondo è pieno di detentori di scienze particolari, tutte protese a fornire felicità al prossimo e quattrini a chi le manipola.
Non occorre alcuna tecnica. Solo e soltanto noi stessi possiamo essere l’oggetto di indagine da noi più o meno profondamente condotta. Solo noi stessi possiamo giungere a conoscerci e ricercare le vie di uscita. Che sono peraltro molto semplici.
Iniziamo col rifiutare le tecniche di scuola. Queste devono necessariamente corrispondere, se non quando obbedire, a regole prefissate da maestri di varie tendenze e posizioni personali. Come si è potuto vedere, nel corso dei tempi gli indirizzi di interpretazione della vita sono stati sempre più svariati e complessi.
Molti di chi legge ricorderanno a questo punto il mito della caverna di platoniana memoria. La vita

che oggi accettiamo fa di noi gli spettatori immobili e incatenati che vedono riflesso sulle pareti della caverna quanto avviene fuori della stessa, dove c’è la vera vita e non le parvenze della stessa proiettate sul muro dell’antro verso il quale siamo rivolti.
Dobbiamo slegarci, mobilizzarci, uscire fuori dall’antro oscuro nel quale siamo stati condotti.
Ho già riflettuto e scritto in passato quanto sia deleteria l’azione della consuetudine, del pregiudizio, del conformismo.
I mezzi in mano dei persuasori occulti sono molteplici, liquidiamoli con una parola oggi molto in uso: i media.
Gonna su oggi, gonna giù domani, scarpa con punte inaccettabili oggi, scarpe mozze domani, e così via. Si ragiona e ci si esprime come altri vogliono. E le espressioni non comprendono il linguaggio, bensì gli atteggiamenti e il come proporsi.
Quale dunque l’invito e nello stesso tempo la speranza.
Imparare a ragionare con la propria testa, lungi da chi ci vuole far ragionare con la sua, anzi ci impone di ragionare con la sua.
Il rifiuto quindi della quotidianità almeno come da altri voluta, anche se la fiumara in mezzo alla quale ci veniamo a trovare ci costringe ad abili schivate. Pensate proprio che il senso della vita stia nella violenza degli stadi o sul fanatismo scatenato da una squadra che vinca su un’altra?
Qualcuno si è mai domandato perché gli studi di consultazione degli psicologi ed analisti della psiche sono sempre più frequentati? Sostiamo quasi volontari impotenti davanti a termini quali depressione, angoscia, panico e quant’altro. Si cerca un rimedio a questa, diciamolo pure, patologia o si vuole trovare una giustificazione alla nostra impotenza, alla nostra incapacità di reagire. Eccoci davanti quindi al tema fondamentale delle pratiche zen. Queste non vogliono certamente essere una maniera per ricaricarsi degli abbattimenti che il quotidiano ci produce, chiamalo pure incomprensione tra umani. Vuole essere qualcosa di interiore che rivalorizzi noi stessi, che ci induca a pensare criticamente, a calarci nelle più profonde e recondite pieghe della nostra interiorità. E con lo zen questo può avvenire, anzi deve avvenire a qualunque costo, se non si vuole essere travolti. E molti sintomi mi portano a pensare che questo non è lungi dall’accadere.

SOFFI DI PRIMAVERA
(Graziana Canova Tura)

In Giappone si assapora la stagione della rinascita quando, dopo il lungo sonno invernale, emergono dal terreno i mille germogli commestibili cari da secoli al popolo nipponico: tra essi quelli di felce (warabi), di equiseto (tsukushi), di farfara (fuki no tô) e, delizia massima, di bambù (takenoko). In Italia, ahimè li troviamo soltanto in scatola, e il sapore è ben diverso, per esempio, da quello dolce tenero raffinato del takenoko fresco. La cucina vegetariana si gode al massimo in questa stagione, quando nei campi, nei prati e sulle pendici dei monti le giovani erbe spuntano dal terreno. I conoscitori le raccolgono e ne valorizzano il sapore in lievi ricette di antica origine che permetteranno anche a noi di apprezzare fino nel profondo il piacere di vivere.
Ma i germogli non si mangiano soltanto perché sono gustosi: essi rappresentano alla mente, e portano all’organismo, l’energia nuova che sbocca, aiuta a crescere e a rinnovare le forze consumate nella stagione fredda.


Menu primaverile: carote all’aceto, germoglio di bambù e alga konbu, yuba fritta, riso e piselli, minestra trasparente con tôfu, umeboshi e spinaci.
Tratto da La Cucina Zen
di Graziana Canova Tura - Ed. XENIA
LIBRI - LA CUCINA ZEN
(di Grazia Canova Tura - Edizioni Xenia)
Nella vita di un monastero zen, accanto alle pratiche spirituali, viene dedicata un’attenzione tutta particolare a necessità quotidiane più terrene, come la preparazione del cibo. Fuori del Giappone quasi nulla si sa della cucina zen, spesso confusa con la macrobiotica o genericamente con la cucina tradizionale giapponese. L’autrice rivela così in questo libro un mondo sconosciuto e affascinante con i suoi precetti religiosi e le sue regole minuziose che fanno assumere un profondo significato religioso e filosofico a ogni scelta alimentare, a ogni gesto nella preparazione e nella assunzione del cibo. Il libro offre un panorama dell’origine storico-culturale di una concezione dell’alimentazione che, nata col buddhismo, passa dall’India alla Cina e da qui in Giappone, dove la scuola della meditazione la porterà alla perfezione attuale. Un proverbio giapponese dice: "Se non l’assaggiate, non ne conoscerete mai il sapore". Si è ritenuto perciò opportuno inserire nel libro numerose ricette, perché, dopo la teoria, il lettore possa accostarsi alla pratica di un’arte culinaria poco conosciuta, ma essenziale, raffinata e insieme gustosa e – ciò che è più importante – assolutamente sana.

GRAZIANA CANOVA TURA si è laureata in lingua e letteratura giapponese all’Università di Venezia e ha vissuto per molti anni in Giappone. E’ membro dell’Associazione Italiana per gli Studi Giapponesi e vicepresidente del Centro di Cultura Italia-Asia. Ha curato varie traduzioni di classici giapponesi e ha scritto Il Giappone in Cucina (Mondadori), Giappone (Fabbri, collana di Cucina Etnica) e Sushi (Fabbri).
ARTE
(Tullio Pacifici)
Ayako Nakamiya
espone allo Zen Sushi Restaurant
di Milano, via Maddalena, 1
dal 23 marzo al 19 aprile 2002
Usui Katsutoshi Colosseo
espone allo Zen Sushi Restaurant
di Roma, via degli Scipioni, 243
dal 16 marzo al 5 aprile 2002
Artista giapponese, Ayako Nakamiya, lavora gli impasti, i colori, gli olii (Subconscio Blu, ‘99, Battito minimo, 2000, Specchio rosso, Specchio – Verde, Subconscio memoria I, Sub conscio memoria II, 2000), gli acquarelli (La memoria scorra ancora, ‘96, Fertilità II, ‘99, Fertilità IV, Fertilità I, Senza titolo, 2000).
Su tela e su carte, tinte calde, profonde, intime, informali (tra i principi fondamentali, mutuati dal surrealismo, l’informale vivacizza l’inconscio), restituiscono, variando i materiali utilizzati, superfici materiche dense - i rossi coprono, comprimono gli spazi, in un amalgama non segnico, non verbale - ma anche rarefatte, dove le differenze tra i piani appaiono più trasparenti, chiare.
I suoi linguaggi, espressioni, gesti, rapide intuizioni nascoste, lampeggi di memoria, sogni; un indefinito coloristico, senz’ordine, caotico, per immagini sentite/pensate, intimamente, sfuocate, decentrate, piuttosto che pensate/sentite per organizzare, rappresentare, de-lineare.
Battiti minimi, l’inconscio come il sangue, scorrevoli in silenzio, fluenti, entrambi vite. Questo nascosto, sformato, che si distribuisce secondo movenze in cui la gestualità deriva dalla liberazione delle proprie energie interiori, è parole che trasmigrano, informali, materie in metamorfosi, non immediatamente visibili, non chiaramente leggibili, zen.
Nato in Giappone nel 1919, nel ’53 è segnalato con successo alla International Association of Plastic Arts, in seguito ad alcune sue personali. In quel periodo decide il viaggio in occidente. L’Europa per estendere e verificare le proprie tematiche e verificarle, in particolare, con l’arte contemporanea. Nel 1961 è a Parigi, successivamente a Roma, dove si applica al restauro eall’abbellimento di palazzi e chiese. Le opere esposte in questa occasione si distinguono per almeno due punti di analisi, estetico e simbolico. Notando l’uso dei colori, spiccano i gialli-oro, i rossi, il bianco, il nero. Le tinte si distribuiscono, talvolta, a intrecci, disegnando, come maglie di tessuti, particolari effetti di movimento, oppure ripetizioni di forme identiche (v. foto invito). Gli spazi-tele, a volte, spezzati dalle forme, si dividono in parti asimmetriche, l’una di fronte all’altra, come la terra e il cielo, come eserciti in battaglia; le sfumature - bianche/rosse/nere - bandiere nipponiche, disegnano geometrie lineari insieme a inserti tonali a foglia; piccoli forme circolari, come grate, alveari, possono ipnotizzare gli sguardi ritornando l’impressione di un’immagine dietro l’altra, appunto, sembrerebbe, con l’intento di dare alla pittura significati non immediatamente evidenti, ma come direbbe Platone, di rimando, procedendo per enigmi cromatici e minimalisti.