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Pagine Zen N° 91

aprile/giugno 2011

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

visita l'archivio di pagine zenIshikawa Takuboku (1886-1912), poesia come vita.
Rossella Marangoni - www.rossellamarangoni.it

"La poesia non deve essere ci?che generalmente viene chiamato poesia. Deve essere una testimonianza precisa, un diario onesto, dei mutamenti che incorrono nella vita emotiva di un uomo". Rare volte si ha, come nella breve parabola umana di Ishikawa Takuboku , figura esemplare di intellettuale nel Giappone del periodo Meiji, un'identificazione cos?assoluta fra poesia e vita. Tale identificazione impregna la sua opera a tal punto da trasformarla in una sorta di diario, "la storia di una vita" troppo breve e troppo intrisa di disperazione ma, proprio per questo, capace ancora oggi, a distanza di un secolo, di affascinare il pubblico giapponese.

takuboku

Ishikawa Takuboku

La figura del giovane Takuboku ?quella di un intellettuale ai margini, conscio del proprio genio, ma incapace di ricavarne di che vivere. Una figura di perdente che ? come ha ben stigmatizzato Ivan Morris nel suo celebre "La nobilt?della sconfitta"- attrae invariabilmente la simpatia e l'ammirazione del popolo giapponese, capace di cogliere al di l?dei risultati pratici l'impegno e la dedizione assoluta a una causa: "Questa predilezione per eroi incapaci di realizzare i loro obiettivi concreti pu?illuminarci sui valori e sulla sensibilit?giapponesi, e indirettamente anche sui nostri. In una societ?preminentemente conformista i cui membri sono intimiditi dall'autorit?e dalla tradizione, uomini coraggiosi, sprezzanti del pericolo, spiritualmente puri esercitano un fascino particolare."Era la letteratura la causa di Takuboku.
La breve esistenza di Ishikawa sembra svolgersi soprattutto sotto il segno della poesia, meglio, del tanka. [1] Nel tanka Takuboku lascer?il segno indelebile del suo talento precoce e rivoluzionario, capace di rinnovare, trasformandolo e spingendo sino ai limiti estremi, un genere che pareva destinato all'oblio, nel nuovo secolo affamato di modernit?
Ma accanto al tanka, sono la miseria, la malattia, la frustrazione aggravata da una profonda consapevolezza del proprio genio, a permeare la vita del poeta, conferendogli un'aura di tragica grandezza.
Pure l'esistenza di Ishikawa sembrava essere iniziata sotto i migliori auspici. Figlio di un monaco zen della scuola S?? Hajime era nato nel 1886 a Tamayama, presso Morioka, nell'estremo nord dell'isola di Honshu. L'anno successivo al padre viene dato in gestione un tempio presso il villaggio di Shibutami.
A dieci anni il giovane ?mandato a proseguire gli studi a Morioka, dove risiede presso uno zio materno. ?in quegli anni che il precoce ingegno di Takuboku viene alla luce, negli studi e nelle prime prove poetiche di cui si diletta. Fonda con gli amici un'associazione letteraria studentesca e la rivista Nigitama (Anima sensibile) su cui compaiono gi?suoi tanka ("Non dire ad altri i miei sogni di stanotte, piccolo guanciale:/ a volte irritato, a volte sofferente, a volte anche felice").
A sedici anni lascia la scuola dopo essere stato punito per una scorrettezza commessa durante l'esame finale e raggiunge Tokyo. ?un marginale, senza diploma com'? e quindi senza possibilit?di lavoro qualificato, e nella capitale di un paese che sta a grandi passi colmando il divario di modernizzazione che lo divide dalle potenze occidentali, gi?deve arrabattarsi per vivere. Ma ?qui che comincia a frequentare vari circoli di poesia, e soprattutto il gruppo Shinshi-sha (Associazione della Nuova Poesia), riunito attorno a Yosano Tekkan e alla moglie Akiko (1878-1942), sicuramente la pi? grande poetessa giapponese moderna e alla rivista da loro fondata Miojo (Stella mattutina). La personalit?del giovane poeta non tarda ad affascinare tutti coloro che lo incontrano e che, nel corso degli anni, saranno capaci a volte di straordinaria indulgenza nei suoi confronti e di grandi gesti d'amicizia. ?il periodo delle letture convulse in biblioteca, dei tentativi di traduzione del "John Gabriel Borkman" di Ibsen, dello studio di Wagner e di Gorki. libreria azalai - milano
Ma in capo a pochi mesi si ammala (forse le prime avvisaglie della tubercolosi che lo uccider?a 26 anni) ed ?costretto a rientrare a Shibutami. ?ora che sceglie lo pseudonimo di Takuboku (picchio): "Cos?magro sono cresciuto/ brutto come un esile picchio/ che si affretta nella boscaglia". In questi due anni, il 1903 e il 1904, vede pubblicati vari suoi tanka sulla rivista Myojo e che inizia la sua attivit?di giornalista e saggista. Agli inizi del 1905 ?di nuovo a Tokyo, dove pensa di potersi dedicare interamente alla letteratura. Viene infatti pubblicata la sua prima raccolta Akogare (Desiderio) ed ?considerato una delle voci poetiche pi? promettenti: "Oh, la terra ?presa nella stretta della notte furiosa,/ una nebbia nera striscia sull'intera sua superficie!/In mezzo a tutto, il mio respiro raggiunge i cieli/ e il mio cuore ha il godimento di una fuggevole visione." In Akogare ? la sua, ancora una voce piena di entusiasmo?
Torna al nord per sposare una compagna di scuola di cui ?da tempo innamorato, Horiai Setsuko, ma nel frattempo il padre ?privato dalle autorit?zen della conduzione del tempio di Shibutami e la famiglia Ishikawa si trova improvvisamente priva di mezzi di sostentamento. Per Takuboku ?un colpo durissimo: si trova gravato del peso del mantenimento della famiglia. Un peso troppo oneroso per le sue esigue energie e che sconvolge il sogno di una vita dedicata alla letteratura. Inizier?cos?il suo peregrinare attraverso il "paese delle nevi" nel gelido nord del Giappone, alla ricerca di posti di lavoro (supplente alla scuola di Shibutami, correttore di bozze ad Hakodate e a Sapporo, redattore a Kushiro dove si rivela brillante giornalista) che gli permettano di mantenere, se pur da lontano, la famiglia. Takuboku ?irrequieto, consapevole del proprio talento fino all'arroganza, incapace di adattarsi alla mentalit?provinciale, che disprezza, e alla disciplina: quasi ogni rapporto di lavoro termina con le sue dimissioni. Il suo è uno spirito inquieto, insoddisfatto di se stesso come del mondo che lo circonda. Ma il richiamo della letteratura è troppo forte, non basteranno più le preoccupazioni economiche della famiglia a fermarlo. Questa responsabilità è un peso che lo infastidisce, che si scrollerebbe volentieri dalle spalle. Questo emerge chiaramente e crudamente dai numerosi diari che il poeta ci ha lasciato e che della sua anima rivelano il lato oscuro. Nel 1908 se ne va a Tōkyō e questa volta è per sempre.

moro real estateSarà la letteratura a mantenerlo, scriverà racconti: ed è infatti a questa sola attività che si dedica per mesi, esclusivamente, sopravvivendo appena con l'aiuto degli amici. I suoi manoscritti vengono però continuamente rifiutati.La realtà è che è nella poesia che si dispiega il suo grande talento. Ne sono folgorante testimonianza quegli straordinari due giorni di ispirazione in cui compone, nel giro di 50 ore, ben 246 tanka (24 e 25 giugno 1908), di cui un centinaio vengono pubblicati dalla rivista Myōjō nel luglio successivo. Scrive nel diario "La mia testa si era riempita di poesia. Ogni cosa che vedevo, ogni cosa che sentivo, tutto diventava tanka."
Intanto, nonostante abbia finalmente trovato lavoro come correttore di bozze presso il quotidiano Asahi Shinbun, la vita di Takuboku si trascina in una quotidianità fatta di ristrettezze economiche, di prestiti richiesti agli amici, di passeggiate a piedi per risparmiare i pochi sen [2] del biglietto del tram, di piccole trasgressioni per sfuggire al peso delle responsabilità: qualche incontro con prostitute, un cinema e, soprattutto, le kakai, sessioni di poesia, spesso organizzate da Mori Ōgai o dagli Yosano, che prevedevano la riunione di un certo numero di poeti impegnati a comporre utilizzando anche alcune parole chiave predeterminate e in un dato numero di ore. Pur essendo un modo artificiale di comporre, le sessioni kakai avevano il merito di stimolare il poeta mettendolo sotto pressione e a confronto con altri poeti. Takuboku, sempre affamato di compagnia, amava quelle sessioni e vi partecipava volentieri.
origami do - origami a milanoDi quei primi mesi del 1909 resta cruda sconvolgente testimonianza, il Romaji Nikki, diario scritto appunto in alfabeto latino, secondo la traslitterazione che ancora pochi conoscevano. Né la moglie, né molti suoi amici avrebbero potuto leggerlo e questo gli permetteva una grande libertà di espressione, una franchezza davvero inaspettata: quelle pagine erano scritte per sé e per nessun altro. Con questo e con gli altri diari Takuboku prosegue il discorso introspettivo iniziato con l'uso spregiudicato (se guardiamo la tradizione secolare della poesia giapponese) della poesia considerata come confessione autobiografica, meglio, come denudamento dell'io del poeta:" : "Sono un debole. Sono un debole anche se possiedo una spada più appuntita di qualsiasi altro. Non posso impedirmi di lottare, ma non posso vincere. In questo caso, non c'è altra via eccetto morire. Ma odio la morte. Non voglio morire! Allora, come posso continuare a vivere?"
Il Romaji Nikki si interrompe all'arrivo della famiglia a Tōkyō, quando alle difficoltà economiche di sempre si aggiunge la frustrazione personale sempre più esasperata del poeta. L'anno successivo, il 1910, si rivela un anno chiave per Takuboku: viene pubblicata la sua seconda raccolta poetica, Ichiaku no suna (Un pugno di polvere) in cui per la prima volta nella storia del tanka, i componimenti vengono scritti in tre versi, di lunghezza variabile, pur entro la misura delle 31 sillabe.
Per allontanare da sé almeno temporaneamente il peso delle responsabilità famigliari, nel Romaji Nikki Takuboku era arrivato ad augurarsi una malattia.
I kami non tardarono ad esaudire questo perverso desiderio. Già nel febbraio 1911 era stato ricoverato in ospedale per una peritonite acuta. Era solo un'avvisaglia della tubercolosi che ormai si stava impossessando del suo corpo, e intanto anche la madre e la moglie si erano ammalate. Pochi giorni prima di morire, nell'aprile del 1912, aveva espresso all'amico Aika Toki il desiderio che venissero pubblicate le poesie che aveva composto nell'ultimo anno e mezzo. Il volume venne pubblicato postumo con il titolo Kanashiki gangu (Giocattoli tristi), un'espressione ripresa da un articolo del poeta: "Sono rimasto immobile mentre la lancetta dell'orologio completava un giro. Poi ho sentito la mia mente diventare sempre più triste. Quello che sento ora fastidioso non è solo scrivere tanka in un singolo verso. Eppure, ciò che posso liberamente cambiare o che potrò cambiare in futuro sono solo la posizione dell'orologio, quella della pietra da inchiostro, e del flacone dell'inchiostro sulla scrivania e, oltre a ciò, il tanka. nihon club - milanoQueste sono tutte cose di poca importanza. Cosa posso fare con quelle cose che veramente mi infastidiscono e mi danno dolore? Niente. No, non posso andare avanti con questa esistenza a meno che non viva una miserabile doppia vita, sottomettendomi con rassegnazione e servilismo a questi fastidi. Anche se cerco di giustificare me stesso, non posso far altro se non ammettere che sono diventato una vittima degli attuali sistemi famigliare, di classe e capitalista e del sistema del commercio della conoscenza. Dall'orologio ho girato lo sguardo verso una bambola gettata a terra come un cadavere sui tatami . I tanka sono i miei giocattoli tristi."

Questo testo è un estratto di un saggio più ampio pubblicato dalla rivista Galleria di Roma (anno L, n° 1-2, 2000) e costituisce il nucleo di un libro in preparazione.

 

Note

[1] Il tanka, genere peculiare della poesia giapponese che, di origini antichissime, si trova gi?rappresentato nell'antologia classica del Man'yoshu (VIII secolo), ?costituito da sole 31 sillabe, rese generalmente in 2 emistichi di 3 e 2 versi, secondo lo schema sillabico 5-7-5-7-7.
[2] Un sen era un centesimo di yen.

Oriente, occidente e dintorni...
Scritti in onore di Adolfo Tamburello
Virginia Sica

Lo scorso 18 novembre, l'Aula delle Mura Greche di Palazzo Corigliano, a Napoli, era gremita. Da tutta Italia (ma anche da molto pi? lontano) erano confluiti yamatologi e sinologi, uniti da uno stesso proposito: rendere omaggio al Decano Adolfo Tamburello e partecipare alla presentazione dell'opera edita in suo onore, per la cura di Franco Mazzei e Patrizia Carioti. Un'opera sorprendente, per qualit? mole, ricchezza di temi trattati. L'autorevolezza che Adolfo Tamburello, fine studioso di fama internazionale, incarna da pi? di 50 anni per gli studi di settore yamatologico e sinologico, ?nota ai pi?.

oriente, occidente e dintorni

Franco Mazzei, Patrizia Carioti, Oriente, Occidente e dintorni... Scritti in onore di Adolfo Tamburello,
Napoli, IL TORCOLIERE
Officine Grafico-Editoriali d'Ateneo UNIVERSIT? DEGLI STUDI DI NAPOLI "L'ORIENTALE" , 2010
(5 volumi in cofanetto rigido, pp. 2522)

Tuttavia, la stupefacente adesione all'opera (158 contributi, 5 volumi in cofanetto, pagg. 2525) di studiosi di ogni disciplina (spaziando dall'Europa, al Medio Oriente fino all'Asia orientale), testimonia la profonda stima che egli riscuote nel mondo accademico, in risposta alle assidue curiosit?intellettuali che sempre lo hanno condotto oltre i confini geografici e di settore. Quella mattina gli interventi sono stati numerosi, ognuno per suo verso toccante, in un'atmosfera di palpabile commozione: Lida Viganoni, Rettore de L'Orientale; Francesco D'Arelli, storico discepolo del Professore, in rappresentanza di Gherardo Gnoli, Presidente dell'Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente; Amneris Roselli, Preside della Facolt?di Lettere e Filosofia; Franco Mazzei, che, con l'arguzia che lo contraddistingue, ha ricordato i comuni esordi e le esperienze giovanili condivise con Tamburello, prima di dare lettura dell'epistola che il Grande Vecchio Lionello Lanciotti ha voluto scrivere di proprio pugno; le studiose Adriana Boscaro (Ca' Foscari) e Maria Teresa Orsi (La Sapienza); i discepoli di un tempo, oggi docenti negli Atenei napoletano e milanese, Patrizia Carioti, Giorgio Amitrano, Virginia Sica; la sinologa Annamaria Palermo.

giappone in italiaOgnuno legato al Professor Tamburello da esperienze diverse, ma tutti accomunati dal sincero affetto che egli ha saputo suscitare in intere generazioni di studiosi. Perché, fra i maggiori meriti del Professore, è l'aver dato vita ad una scuola, non solo fatta di ricerca, metodo, rigore scientifico, ma anche di passione, entusiasmo, dedizione. In questo senso, se per decenni Tamburello ha rappresentato l'anima – talvolta combattiva e caustica– dell'Ateneo napoletano, egli è stato anche il Maestro per eccellenza. Questa la ragione per cui, per la copertina dell'opera, Patrizia Carioti ha fortemente voluto l'immagine di Hotei, il monaco itinerante affettuoso ed eccentrico, dispensatore di saggezza antica e quotidiano senso comune, incarnazione terrena del buddha Miroku. Di Hotei, si dice che abbia composto questi versi:

Miroku, il vero Miroku
Ti manifesti in molteplici forme
Spesso ti riveli alla gente del tempo
Altre volte non ti riconoscono.

Al Professor Tamburello, i suoi amici, colleghi, allievi di sempre, per sempre grati.

un'isola in levante
Saggi sul Giappone in onore di Adriana Boscaro

un'isola in levante

a cura di Luisa Bienati e Matilde Mastrangelo 488 pagine

Questo volume nasce dal desiderio, condiviso da tanti studiosi italiani che si occupano della cultura giapponese, di rendere omaggio ad Adriana Boscaro. Studiosa del Giappone - conosciuta e stimata a livello internazionale - Boscaro ?nata a Venezia e a Venezia ?legata tutta la sua vita, quella privata e quella accademica. Pur viaggiando molto, e rivelandosi cittadina del mondo per incontri e amicizie, la sua venezianit?ha impresso un marchio indelebile sul suo modo di fare e di parlare, spesso ironico - con un naturale scivolare dall'italiano al veneziano -, su una sentita sorta di insularit?che la porta talvolta a ribadire un noto detto locale "se non ci fosse il ponte [quello che congiunge la terraferma a Venezia], l'Europa sarebbe un'isola"... Bench?il Giappone sia quanto di pi? distante da Venezia si possa immaginare, ha sempre cercato di trovare un nesso, un parallelo, qualche aggancio tra le due "insularit?. Per questo nel dedicarle questo volume abbiamo voluto richiamare nel titolo - Un'isola in levante - il suo legame con Venezia, nella prima descrizione che del Giappone ci ha dato Marco Polo. Ma non ?solo uno scontato riferimento: Boscaro, nei suoi molteplici interessi che spaziano dalla storia alla letteratura, ha a lungo approfondito i primi rapporti europei con le terre asiatiche, partendo dal XII-XIII secolo quando i primi avventurosi mercanti, o religiosi, si sono inoltrati sulle vie carovaniere, per poi lasciarne memoria in affascinanti relazioni di viaggio. Lunghi anni di ricerche di archivio, di letture di Lettere e Relazioni dei gesuiti, di corsi universitari, sono approdati nel 2008 in un volume, sulla missione dei gesuiti in Giappone nei secoli XVI-XVII. Tra gli argomenti sui quali si ?maggiormente focalizzata la ricerca di Boscaro, troviamo l'introduzione della stampa a caratteri mobili e l'attivit?della stamperia gesuitica; la figura di Hideyoshi; la missione in Europa ideata da Alessandro Valignano di quattro giovani nobili convertiti al cristianesimo.

L'itinerario percorso da questi ragazzi negli otto anni intercorsi dalla partenza da Nagasaki nel 1580 al rientro nel 1588, è stato seguito passo a passo, in particolare per quanto riguarda l'Italia e Venezia, con la scoperta di nuovi documenti d'archivio, la stesura di numerosi articoli, la partecipazione all'allestimento nella Biblioteca Marciana di una mostra commemorativa del 400° anniversario della loro visita a Venezia (1585), e la raccolta, con riproduzione dei frontespizi, di tutti gli opuscoli usciti in Europa per l'occasione. I suoi interessi l'hanno portata anche a studiare Endo Shusaku, e così attraverso le opere dello scrittore cattolico il

lo spirito e il segno, calligrafia dall'oriente - lugano(svizzera)
"secolo cristiano" è riaffiorato, e le tematiche già note hanno preso una veste letteraria. Ma gli studi per i quali Boscaro è più internazionalmente nota sono quelli su Tanizaki Jun'ichiro, sia per la vasta opera di traduzione dei suoi lavori, sia per i repertori bibliografici e per il primo convegno internazionale sull'autore che si è svolto a Venezia nel 1995. «Energetic, intelligent, immaginative - come l'ha descritta il grande studioso E. Seidensticker - she has been an enriching presence. She is genuinely cosmopolitan. Scholars on the European continent and scholars in the English-speaking countries tend not to pay much attention to other factions. This has not been true of Adriana. She has always seemed interested in what we are doing. I have been very grateful, and I am glad that her retirement does not mean her disappearance from the scene». In occasione dei suoi settantacinque anni, questo volume è un segno che la comunità scientifica vuole dedicare alla sua preziosa attività.

visita l'archivio di pagine zenIL KI
Le metamorfosi del ki : significati, interpretazioni, modi di dire ed espressioni dal mondo nipponico

Susanna Marino - www.italiancreativityatwork.com

  Come abbiamo già avuto modo di vedere nel numero scorso [1], parlando dell’uso e dell’abuso dei significati degli ideogrammi, essi risultano essere parte integrante del sistema di scrittura, di comunicazione, di trasmissione deduttiva ed empatica del mondo giapponese. Gli ideogrammi trasmettono una serie d’informazioni, vale a dire che nascono da una prospettiva ben diversa di vedere il mondo stesso e le cose e spesso ci creano difficoltà per definirle con un semplice nome “univoco”, “chiuso”, “definitivo” come una semplice etichetta.
Se è vero che ogni ideogramma copre una o più sfere semantiche ed esprime vari significati non sempre traducibili con esatta coincidenza nella nostra lingua, per il termine ki 気, tale affermazione calza davvero a pennello. E poiché uno stesso termine usato in un campo specialistico quale può essere lo shiatsu, può presentare diverso significato secondo come è utilizzato e assumere valenze diverse secondo l’epoca in cui il termine in questione è stato creato ed applicato, l’itinerario tra le pieghe più recondite del termine ki 気, può rivelarsi davvero sorprendente.   
Il ki, termine di derivazione cinese – Qi - esprime il concetto delle energie fondamentali dell'universo, di cui fanno parte la natura e le funzioni della mente umana. Si parla di “energia vitale” che permea il nostro corpo e kathay oggettistica dal mondo - milanolo spazio che ci circonda. Nell’accezione giapponese, tuttavia, questa parola sembra aver acquisito connotazioni diverse da quelle che possedeva in origine, andando ad indicare “emozione, temperamento o comportamento”, in altre parole funzioni della sfera emotiva che però, in alcuni casi, si riferiscono anche alla capacità di giudizio, di coscienza o di volontà.
   In altre parole, il singolo termine ki 気presenta una ricchissima gamma di significati e sfumature come possiamo constatare consultando un dizionario giapponese-italiano[2] . Primariamente è tradotto come “sensi” e per fornire un esempio ci è detto che 気が遠くなる – ki ga tōku naru – significa “svenire, perdere i sensi”, ma letteralmente l’espressione vorrebbe dire “il ki si allontana”, cioè venendo a mancare il ki, si perdono i sensi Ma se guardiamo una seconda possibile traduzione del termine, scopriamo che esso significa anche “carattere” e un esempio lo troviamo nell’espressione 気が短い – ki ga mijikai – che significa “essere impaziente, irascibile”, ma letteralmente vorrebbe dire “il ki è corto, breve”, un carattere con limitata capienza. Se poi guardiamo alla terza accezione “intenzione, inclinazione”, troviamo una curiosa espressione che dice: 気が多い – ki ga ōi – “avere molti interessi”, ma anche “essere capriccioso”; espressione che letteralmente vorrebbe dire “avere molto ki”. Come dire che l’eccessivo accumulo di ki, può essere tanto positivo, quanto negativo.
   Se il significato dell’ideogramma ki 気 è invece quello di “sensazione, stato d’animo”, un doppio esempio contrapposto la dice lunga sulla versatilità di questo termine. Se 気を良くする – ki o yoku suru – significa “compiacersi, diventare di buon umore” (letteralmente “migliorare il ki”), l’espressione opposta 気を悪くする – ki o waruku suru – (letteralmente “peggiorare il ki”) traduce invece l’idea di “offendersi, prendersela”.
Infine, il ki può però anche essere “attenzione, cura” e quindi 気が散る – ki ga chiru – vuol dire “distrarsi”, cioè letteralmente “disperdere, far cadere il ki”. Come afferma lo studioso giapponese Takeo Doi in un testo che analizza il comportamento sociale giapponese: il ki 気 potrebbe essere definito con maggiore precisione come il movimento dello spirito da un istante all’altro[3] .

frammenti di giapponeUn elemento in continua trasformazione come ci viene spiegato dalla grafica stessa dell'ideogramma che rappresenterebbe il "vapore 气" derivante dal "riso メ" cotto: interpretazione originaria, trasformatasi poi nell'accezione astratta in "movimento invisibile, forza o spirito celato". La trasformazione del ki気, tuttavia, può portare a soluzioni esasperate, quanto inattese. 気違い – kichigai – "pazzo o folle" nel linguaggio comune, ma "psicotico" in quello medico, è quindi qualcuno che ha un ki気 "diverso, differente" dagli altri, qualcuno che ha problemi di funzionamento del ki気. E questa anormalità si riscontra anche nell'espressione 気が狂う – ki ga kuruu – "impazzire", dal momento che il ki気 non funziona bene, va fuori controllo. Tuttavia, l'antica saggezza popolare ci insegna che il proverbio 気違いも一人狂わず – kichigai mo hitori kuruwazu – "anche se si è folli, da soli non si impazzisce", evidenzia il fatto che la pazzia non si scatena senza una ragione di fondo e che qualunque azione aggressiva o irrazionale, non si attua senza la presenza di un interlocutore con cui litigare o confrontarsi. Addentrandoci più a fondo nei meandri della lingua giapponese, troviamo anche espressioni come: 気違花 – kichigaibana - fiore che sboccia fuori stagione, letteralmente "fiore impazzito", che non si comporta come ci si aspetta. Il ki気 che opera in ciascuno di noi, quindi, sembra seguire gli stessi principi e dal momento che tutti cercano sostanzialmente qualcosa che sia in armonia con il sé, si spiega perché una mancata armonia tra due ki気, ovvero tra due persone che hanno difficoltà adcrespi bonsai - milano intendersi tra loro, sia vissuta come spiacevole. [4] Infatti, di qualcuno che non si sopporta, che non si riesce a digerire, si dice: 気に食わないやつだ – ki ni kuwanai yatsu da – ovvero "è un tipo con un ki気 immangiabile"! Nella ricerca di armonia con l'altro, tuttavia, è importante non "interferire con il ki気 altrui", ovvero 気に障る – ki ni sawaru – cioè, "irritare"od "offendere" qualcuno. In quel caso, probabilmente, se si giunge ad "interferire con il ki気 altrui", ci si è avvicinati troppo all'altra persona, senza mantenere un'adeguata distanza sociale o comportamentale. Al contempo, tuttavia, se la distanza rimane tollerabile, si può altresì "strofinare o massaggiare" il ki気 di qualcuno, con l'intenzione di "preoccuparci per lui o di essere in pensiero per lui". Evidentemente non è un problema di quantità ma di qualità , dal momento che l'eccesso di ki気 fa di noi persone "generose" – perché "abbiamo un grande ki", cioè 気が大きい - ki ga ōkii -, mentre, al contrario, avere un ki piccolo, cioè 気が小さい – ki ga chiisai – fa di noi delle persone timide. Si potrebbe, di conseguenza, definire il ki気 come un'"energia delle interazioni", come uno stato particolare delle energie stesse e dello spirito in un dato momento, mai immobile, mai fisso o eterno. Un'energia multiforme, indefinibile e ambigua che deve essere dosata a seconda del momento, di chi ci è vicino e dell'ambiente in cui ci troviamo.

Note

[1]"Immagini di scrittura o scrittura per immagini", in Arte del vivere N.47, pag. 36-38
[2] Il dizionario giapponese, Susanna Marino e Yuko Enomoto, Zanichelli, Bologna, 2006; Dizionario giapponese-italiano, A.A. V. V., ed. Hakusuisha, Tokyo, 1992
[3] "Anatomia della dipendenza: un'interpretazione del comportamento sociale dei giapponesi", Takeo Doi, Raffaello Cortina edizioni, Milano, 1991
[4] Ibidem

TUTTO PART?da KANDA
Breve excursus tra giocattoli tradizionali giapponesi - prima parte
Massimo Tomassoni ? www.mistermaxparty.it - www.giapponeinitalia.org

La mia attività di attore, regista e intrattenitore mi ha portato in molti paesi tra cui il Giappone.

giocattoli tradizionali giapponesi

Arrivato a Tokyo mi sono sentito come immerso in un’altra dimensione. Rapito quindi da una sorta  di euforia mi sono trovato all’interno di un piccolo negozio di Kanda che vendeva solo oggetti in legno che mi ricordavano vagamente gli oggetti che da bambino mio padre mi mostrò durante una visita al parco nazionale d’Abruzzo. Spiando gli altri clienti ho presto intuito che si trattava di giocattoli, proprio come i giochi in legno che vengono intarsiati in Abruzzo o in Trentino. Come di riflesso sulle mie labbra si è disegnato un sorriso di soddisfazione tanto che il negoziante oltre alla celebre accoglienza con “irasshiaimase” ha dato sfogo alla proverbiale cortesia giapponese e si è prodigato nell’illustrarmi molti di questi giochi. Affascinato dalla sua tecnica  ho provato io stesso a cimentarmi in alcune sfide con lui: ne ho vinta solo una. Credo mi abbia fatto vincere per gentilezza. Indagando poi a fondo sull’origine di ogni gioco ho capito che la tecnica e la loro storia non sono poi così diverse da quelle dei nostri antichi giochi in legno: così lontani… così vicini! Differente è però l’uso e il rispetto che ancora oggi se ne ha in Giappone, rispetto alla considerazione che invece se ne ha in Italia. Il Giappone riesce in maniera disarmante a conciliare aspetti super tecnologici con aspetti tradizionali ed entrambi mantengono la dignità di esistere. In Italia i giochi artigianali sono spesso considerati  vecchi oggetti da museo, che incuriosiscono solo nel momento in cui li si riscopre, ma sono relegati tra quegli oggetti che hanno fatto una parte di storia e che ormai appartengono al passato.  mistermax party - intrattenimento stile giapponeseE’ da quella giornata a Kanda che nasce il mio interesse per i giochi tradizionali giapponesi e in genere per i giochi artigianali.
Uno dei giochi giapponesi più conosciuti e che viene usato anche dagli adulti con vere e proprie competizioni a premi è il けん玉  KENDAMA (spada e palla). Kendama è un giocattolo  formato da un pezzo di legno di forma conica connesso per mezzo di una cordicella ad una sfera di legno. Il kendama è un gioco profondo, con migliaia di diverse tecniche: il gioco si dice essere utile allo sviluppo della concentrazione. Questo giocattolo tradizionale non è più solo un divertimento, ma sta diventando uno sport competitivo, con gare che si svolgono in tutto il Giappone. Esistono molte teorie sulla nascita di questo gioco: ci sono documenti che indicano che il Kendama è nato in Francia nel XVI secolo oppure si crede essere arrivato in Giappone attraverso la Via della seta tra il 1603 e il 1868 a Nagasaki.

A quel tempo, il Kendama era un gioco per soli adulti perché era una sorta di gioco da bevuta. Il giocatore che commetteva un errore veniva costretto a bere un altro bicchiere. In Giappone, nell'era Meiji (1868-1912), il Ministero della Pubblica Istruzione ha addirittura introdotto Kendama nella relazione per l'istruzione dei bambini che ha messo insieme nel 1876.
Altro gioco tradizionale giapponese conosciuto forse in Italia, grazie al celebre cartone animato di Doraemon, con il nome di “TAKE-COPTER” è il 竹トンボ TAKETONBO. Letteralmente significa libellula di bambù. Consiste in un bastoncino in legno  con 2 ali in legno. Facendolo girare con le mani giunte, le due ali volano a mo’ di elicottero. Ricordo che in Italia questo gioco di eliche esisteva come gioco in tora kan zen dojo - pratica zen - romaplastica dove era necessario tirare una corda dentata per far volare l’elica anziché usare la forza e la delicatezza del movimento delle mani giunte. Un giocattolo tradizionale giapponese creato grazie alla carta di riso che gli conferisce una particolare eleganza è il 紙風船 KAMIFUSEN (palloncino di carta). Consiste in una palla di sottile carta colorata che viene facilmente gonfiata e lanciata in aria. Grazie alla sua leggerezza il movimento è lento e delicato. In questo gioco è fondamentale la potenza e la modalità dei colpi che si danno alla palla perché questa possa volare con grazia. A volte i kamifusen vengono anche usati come decorazione. Infatti  sono stati creati kamifusen di diverse forme (pesce, polipo, mappamondo, anguria, ecc…).
Altro gioco di origine tipicamente giapponese è 福笑い FUKUWARAI (fortuna che ride). Fukuwari è un gioco che viene fatto soprattutto a capodanno. Si usa un foglio sul quale sono disegnati solo i lineamenti del viso di una donna che si chiama OTAFUKU (donna buffa fortunata) e alcuni pezzi di carta tagliata a forma disopraccigli, occhi,  naso,  bocca e  orecchie. Si benda una persona che dovrà poi apporre ad istinto tutti i pezzi sul viso ricreando il viso di OTAFUKU. Visto che la persona è bendata generalmente i pezzi non saranno posti con precassociazione culturale italo giapponese fujiisione ed il viso risulterà piuttosto buffo. Mentre la persona bendata pone i pezzi sul viso gli altri ridono dei suoi errori e della stranezza del viso:  chi ride per primo sarà poi il prossimo a cimentarsi nel gioco. Oggi comunque non esiste solo OTAFUKU, ma i volti che devono essere ricomposti sono diventati molti e di diverso genere e sesso,  anche molti volti di noti personaggi di cartoni e manga. 

ARTI marziali e calligrafia
Bruno Riva - seconda parte

La prima parte di queste brevi note sul rapporto tra calligrafia e arti marziali si era conclusa con alcune citazioni tratte dalle opere di Takuan Sōhō 沢庵 宗彭  (1573 - 1645). Proprio partendo dall’influsso che egli ebbe sui contemporanei troviamo l’importante figura di Miyamoto Musashi 宮本 武蔵  (1584-1645) che fu soprattutto uno spadaccino. La sua celebrità derivò dal particolare stile di combattimento e dall’elevato numero di duelli che sostenne. Condusse un’esistenza errante scandita da continue sfide, in un progressivo processo di affinamento tecnico e spirituale che lo condusse al ritiro dai combattimenti all’età di cinquant’anni, dopo aver sostenuto sessanta duelli, anche con più avversari contemporaneamente. Durante gli ultimi anni di vita si dedicò alla letteratura, allo studio, alla calligrafia, alla pittura e alla forgiatura delle tsuba 鍔.
Musashi rimase lontano dall'ufficialità del regime Tokugawa e le sue gesta lo resero una figura leggendaria; sulla sua vita rimangono pochi documenti certi ma una quantità innumerevole di testimonianze, anche postume, che rendono difficile individuare i reali confini tra gli avvenimenti storici e quelli leggendari.
Quasi sicuramente Musashi e Takuan non s’incontrarono mai personalmente, ma non è difficile rintracciare elementi del pensiero di Takuan e della filosofia Zen 禅 negli scritti di Musashi; sono piuttosto evidenti nella sua opera più nota, il Libro dei cinque anelli (Go rin no sho 五輪書), in cui sintetizza la sua esperienza d'arte della spada, esponendo elementi di strategia, tattica e filosofia. In quest’opera non mancano accenni alla pratica delle altre arti; la seguente citazione, seppur emblematica, non dev’essere presa alla lettera in quanto Musashi ben conosceva il valore dell’insegnamento sia della tecnica che delle regole di base su cui si fondano tutte le arti.
Quando applico il principio della strategia alle Vie di arti diverse non ho più bisogno di un maestro”.

cincia

 “Cincia su un tronco morto” 枯木鳴鵙図

Questo riuscì a dimostrarlo soprattutto in età matura quando si dedicò a esse e cercò di trasferire l’esperienza che aveva appreso elaborando strategie, maneggiando la spada e temprando il proprio spirito in vista dei continui duelli. Nonostante le sue opere giunte fino ai nostri giorni siano poche si può affermare che produsse originali calligrafie e dipinti caratterizzati dall’economia di tratti e dalla maestria nell’uso dell’inchiostro.

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Oche selvatiche tra i giunchi” 芦雁図 (paravento, parte sinistra; dall’Eisei Bunko Museum, Tokyo).

L’attenzione alla calligrafia come pratica utile alla formazione del samurai è presente anche nella celebre raccolta di pensieri sul bushidō Hagakure 葉隱 di  Yamamoto Tsunetomo 山本常朝 (1659-1719), samurai che rifiutò di praticare il suicidio rituale dopo la morte del proprio signore, Nabeshima Mitsushige, che si era dichiarato contrario a quest’usanza.

(I, 29) “Quando chiesi a Yasaburo un saggio di arte calligrafica, mi disse: < si dovrebbe scrivere con caratteri sufficientemente grandi da riempire la pagina con un solo kanji, e con abbastanza vigore per strapparla. L'abilità nella calligrafia dipende dallo spirito e dall'energia con i quali viene praticata. Il samurai international okinawa goju-ryu - scuola di karate - romadeve agire senza esitare, senza mostrare segni di stanchezza né scoraggiamento fino a quando la missione è compiuta. È tutto. > E si mise a scrivere.”
(I, 91) “Il modo appropriato di applicarsi all'arte della calligrafia è quello di scrivere i kanji con accuratezza, ma ciò non è sufficiente, perché così la scrittura sarà semplicemente fiacca e rigida. È necessario andare oltre la forma pura e allontanarsi dalla regola. Questo principio si applica a tutte le cose.”
(I, 177) “Il maestro Ittei diceva: < Il progresso nell'arte della calligrafia consiste nel creare l'armonia tra la pagina, il pennello e l'inchiostro; tendono a essere così separati! >.”
Queste tre brevi citazioni mostrano nuovamente un approccio che potremmo definire “trasversale”, nel senso che sostituendo il campo d’azione, la calligrafia, con un altro, ad esempio una qualsiasi tra le arti marziali, la loro validità non muterebbe sostanzialmente.

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Hakuin Ekaku - Kotobuki 壽 “Lungavita

Non deve stupire che gli insegnamenti derivanti da quest’approccio possano ad esempio essere illustrati da una calligrafia di Hakuin Ekaku 白隠慧鶴 (1686-1769) che non fu artista-marziale… anche se nato da una famiglia di samurai. Hakuin fu un monaco Zen  Rinzai 臨済 che si batté per far tornare la propria scuola religiosa alla purezza della tradizione, basata sulle pratiche dello zazen 坐禅 e dei kōan 公案, abbandonando le influenze del Jōdo 浄土 (la scuola buddhista della Terra Pura) che avevano interessato la gran parte dei monasteri Rinzai dell’epoca. Hakuin esercitò una notevole influenza nell’ambito delle arti marziali anche grazie ai suoi insegnamenti sul metodo di respirazione chiamato Shinsen rentan, da abbinare all’allenamento del ki 氣. Se sono numerosi i samurai che si sono dedicati alla calligrafia, intrapresa come pratica utile al loro affinamento, alla loro crescita, è interessante rilevare che tra essi ben pochi hanno dato un contributo alla storia della calligrafia, sia in termini di originalità creativa, sia di qualità tecnico-esecutiva. Ciò non deve stupire perché la pratica di ogni arte richiede il massimo dell’impegno e se è affrontata per fini strumentali, difficilmente condurrà a risultati di eccellenza.

(continua)

L' ELEFANTE E L'ARTE GIAPPONESE
Luca Piatti - www.kottoya.eu

Incisione xilografica,?stampata in color nero, raffigurante "un elefante e otto uomini", ideata da Katzushita Hokusai, ?una illustrazione del libro appartenente alla raccolta ? Sillabario per trasmettere il vero spirito ?.

Pensare all’arte nata in Giappone e associavi l’elefante non è certo cosa comune. Altre raffigurazioni di animali popolano quel mondo, ma cercando con cura, scopriamo che questo pachiderma, d’origine non locale, non è proprio sconosciuto agli artisti operanti in Giappone, anche se non è soggetto frequente. Nel Giappone antico gli elefanti, considerati l’emblema della saggezza, erano conosciuti solo per le raffigurazioni provenienti dalla Cina e per l’avorio tratto dalle loro zanne, lavorato da lungo tempo e da molti artisti intagliatori, in oggetti d’uso e decorativi.Giunse fisicamente sul suolo giapponese nella prima metà del XVIII secolo, dono del re del Siam. A questo periodo si fa risalire un aneddoto che non tardò a divenire un soggetto nelle opere di molti artisti e, in un secondo tempo, ad acquisire un secondo significato.Si narra che la notizia dell’arrivo in terra giapponese dell’elefante avesse incuriosito moltissime persone e che molti si recavano ad ammirare quello che i giapponesi identificavano come la più bella opera fuoriuscita dalla creazione. Fra questi individui, un gruppo di persone, private della vista, volle esaminare, con il tatto, l’animale.A causa delle notevoli dimensioni ogni non vedente fu costretto solo ad un esame di una piccola parte. L’animale fu circondato e ognuno, in base alla porzione che gli competeva e alle proprie sensazioni, cercò di descrivere il mammifero. Come è logico intuire, tutte le narrazioni furono diverse e in nessun caso inerenti alla realtà. Col tempo, come spesse volte accade nella terra di Yamato, questo aneddoto acquisì un significato ulteriore, diventando il monito a non giudicare da un solo punto di vista ciò che non si conosce. Hokusai, con grande arguzia, illustrò questa situazione in una incisione che appartiene alla raccolta "Sillabario per trasmettere il vero spirito". L’elefante è anche il riferimento per l’identificazione di due personaggi che si possono ritrovare raffigurati in quest’arte: Tai Shun e Kokusenya. Tai Shun è usualmente rappresentato come un ragazzo con un elefante. Figlio di un vecchio cieco, chiamato Ku Sow.

kottoy?- spade giapponesi - milano Fu inviato dai suoi genitori sulle montagne a coltivare la terra. Accettando il suo destino, partì e si predispose al duro lavoro. Nel suo faticoso compito trovò l’aiuto di un elefante, il quale trainava l’aratro nel campo arando al suo posto. L’imperatore Yao, conosciuta la condizione del ragazzo, provò per lui della pietà e, per compensarlo, gli diede una delle sue figlie come moglie. Questo permise a Tai Shun di diventare il successore al trono imperiale. La vita di questo ragazzo è identificata come uno dei ventiquattro modelli di virtù dei figli.Kokusen’ya fu un famoso pirata vissuto nel diciassettesimo secolo, figlio di un padre di origine cinese, Cheng Che Lung, e di una madre giapponese, chiamato dai gesuiti Coxinga. Fu catturato nell’isola di Formosa e le sue audaci azioni, caratterizzate da umorismo macabro, lo portarono alla notorietà. E’ raffigurato come un uomo di piccola statura, nell’atto del furto di una tigre o di un largo elefante, mentre si allontana dal luogo della rapina con l’inusuale bottino.La raffigurazione dell’elefante è entrata anche negli accessori di ornamento delle lame giapponesi. Dall’era Kyōhō, (1716-1735), si realizzano tsuba raffiguranti un elefante. Il primo artista a introdurre questo soggetto fu Yasuchika.L’iconografia del Buddismo permette altre comparse dell’elefante. In Giappone, la divinità buddista Fugen Bosatsu, chiamata in Cina Pu Hien, citato nel testo del Sutra del Loto, viene raffigurato seduto su un elefante, a volte con pelle bianca o, più raramente, su un gruppo di elefanti, che talvolta possono presentare tre paia di zanne. Generalmente è rappresentato mentre regge, fra le mani, un rotolo scritto, più raramente con un fiore di loto. E’ la divinità che impersona gli insegnamenti del Buddha, dispensa conoscenza e saggezza. In Giappone, la qualifica di Bosatsu è destinata ad un individuo che, anche se gli è permesso, ha fatto voto di non entrare nel Nirvana fino a quando tutte le altre creature non potranno accedervi con lui. Nel tempo dell’attesa aiuta e salva tutti coloro che sono prigionieri nel ciclo delle rinascite.Una curiosità: leggendo un fumetto giapponese, il barrito dell’elefante è scritto “paooooooon”.

zen
Tetsugen Serra

enso-ji monastero zen - il cerchio - milano

feimo calligrafia orientale - firenze

visita l'archivio di pagine zenShodo Girls!!
Quando l'antica arte della calligrafia incontra la cultura pop
Giampiero Raganelli

Shōdo Girls!! Watashitachi no kōshien è un film del 2010 che si è potuto vedere, in occidente, solo al Marché du Film di Cannes, la manifestazione che si svolge parallelamente al festival dove vengono presentate le opere ai possibili compratori. In occasione di questa presentazione, i produttori hanno organizzato una dimostrazione di calligrafia proprio sulla spiaggia della Croisette, dove si esibiscono, sotto lo sguardo perplesso dei bagnanti, ragazze nella tipica divisa liceale giapponese (il filmato di questa performance è visibile su Youtube).
Si tratta di un filmetto di produzione televisiva, senza troppe pretese, ma che mostra come l’antica arte dello shodō, la calligrafia a inchiostro, sia ancora popolare in Giappone, anche tra i giovani. Segue palesemente la formula di Linda Linda Linda, film di successo di qualche anno fa, che vedeva varie band di ragazze di un college esibirsi in una gara musicale di fine anno scolastico. In questo caso però abbiamo a che fare con una competizione sul modello della ‘shodō performance koshien’, un evento annuale che vede la partecipazione di studenti liceali, provenienti da club di calligrafia sparsi in tutto il paese. L’esibizione, a squadre, consiste nell’utilizzare dei grandi fude, i pennelli della calligrafia, su larghi fogli di carta, di 10m x 12m, posti per terra. L‘apice della performance si raggiunge quando gli studenti, con senso coreografico a ritmo di altisonante musica j-pop, saltano tutt’attorno al foglio mentre i colleghi del team, tutti con l’uniforme del club, dipingono. Certo i puristi dello shodō come arte meditativa individuale storceranno il naso, ma si tratta della testimonianza di come le tradizioni nipponiche si perpetuino tra le nuove generazioni. La stessa protagonista del film, appartenente alla scuola della calligrafia tradizionale, dopo un’iniziale riluttanza, si converte a questa nuova forma d’arte.
La storia di Shōdo Girls!! è ambientata a Shikokuchūō, nella Prefettura di Ehime, nota come la città della carta perché sede della più grande quantità di cartiere del paese.

E’ un paesaggio urbano anonimo e squallido, fatto di casettine basse sormontate da grandi ciminiere. L’ambiente è reso ancora più desolante dal fatto che la cittadina è stata duramente colpita dalla recessione e ha ormai perso la sua antica prosperità. Nella principale via dello shopping tutti i negozi hanno le saracinesche chiuse. Proprio in questo contesto di depressione, le ragazze del club maremagnum libri antichi e da collezione - milanodi calligrafia del college organizzano una gara interliceale di shodō performance, al fine di raccogliere fondi a beneficiodei negozi locali per rivitalizzare così l’economia della comunità. Seguendo un copione tipico della mentalità nipponica, quello del trionfo contro tutte le avversità, della tenacia, della determinazione, dei grandi sforzi per il raggiungimento dell’obbiettivo in cui si crede, le ragazze riusciranno a compiere un piccolo miracolo. E l’esibizione della scrittura del kanji saisē, che significa ‘rinascita’, prelude alla speranza per un domani migliore.
Un piccolo film, come si diceva, opera del regista di TV movie Inomata Ryūichi, ma che merita di essere visto solo per la lunga parte finale della manifestazione di shodō performance, spettacolare e spassosissima, dove l’arte millenaria della calligrafia si sposa con la moderna cultura della musica j-pop. Il film peraltro è ispirato a una vicenda reale, il grande successo che sta avendo in Giappone un team liceale di calligrafia. Ormai del resto la popolarità della shodō performance sta dilagando. Ci sono calligrafi specializzati diventati star e alcuni di questi hanno fondato società che offrono servizi a matrimoni o a convegni aziendali. Per i primi è molto gettonata quaderni asiatici - milanol’esibizione di calligrafia del kanji koi (‘amore’), per i secondi è di moda quella del kanji yume (‘sogno’). Il tutto a un costo che si aggira sui 150.000 yen, pari a circa 1.300 euro.
Giganteggia nel film la protagonista, Narumi Riko, idolo delle nuove generazioni giapponesi, che qualcuno ha già ribattezzato come la Meryl Streep nipponica. Ora diciottenne, calca le scene da ben tredici anni, lavorando anche con grandi registi come Ichikawa Jun. Negli ultimi anni sembra essersi specializzata nei ruoli di ‘ragazza prodigio’, avendo interpretato una pianista prodigio in Shindō e la campionessa di kendō in Bushidō Sixteen.