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Pagine Zen N° 92

luglio/settembre 2011

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

Okimono

Okimono raffigurante una donna che suona il tamburo. Realizzato in Giappone nella seconda metà del XIX secolo. Avorio d'elefante, con parti incise e decorate a inchiostro.

visita l'archivio di pagine zenLA PERDITA D'IMPORTANZA DEL NETSUKE E L'AFFERMAZIONE DELL'OKIMONO
Luca Piatti - www.kottoya.eu

Il netsuke ?un oggetto che veniva indossato con il compito di fissare i vari sagemono all'obi del kimono maschile. Per consentire una giusta portabilit?non poteva essere di dimensioni eccessive e doveva essere privo di parti sporgenti, per non impigliarsi all'abito; per evitare ci?era molto importante la forma geometrica del manufatto che, per i pezzi pi? antichi, era caratterizzata da un contorno triangolare, andato, nel tempo e per svariate ragioni, modificandosi in ovale. La traduzione del termine giapponese ?"oggetto fissato, tsuke, all'estremit? ne, di una corda"; kottoy?- spade giapponesi - milanoquest'ultima passa entro due fori, chiamati himotoshi, posti in punti ben studiati, tanto da non essere immediatamente visibili o, aumentandone di molto il valore, entro gli spazi vuoti della modellazione della figura. I giapponesi e i collezionisti pi? esperti preferiscono i netsuke realizzati in legno; i collezionisti alle prime armi, il pi? delle volte, rivolgono il loro interesse verso quelli in avorio. Pi? raramente, per i netsuke possono essere usati materiali come: la lacca, il metallo, l'osso, i denti d'animale, il corno, le pietre semipreziose, il corallo, le conchiglie e tutto ci?che per una qualsiasi ragione pu?attirare l'attenzione di un netsuke-shi o del suo committente. Pu?succedere che un netsuke sia composto da materiali diversi o presenti intarsi di altri materiali. La produzione del netsuke diviene nel XVI secolo un'arte indipendente, i pezzi sono difficilmente reperibili. Il mercato antiquario offre, in genere, manufatti databili tra la fine del XVIII secolo e la fine del XIX secolo. La produzione ottocentesca, soprattutto quella della seconda met?del secolo, palesa un allontanamento dall'originale concetto di netsuke e agli occhi dei pi? puri ed esigenti, fra mercanti e collezionisti, ?identificata come una vera e propria decadenza, caratterizzata da una esasperata perfezione tecnica e una sofisticata estetica. E' in questi ultimi esemplari che compare la firma dell'autore, mai presente in pezzi del XVII secolo e precedenti.
Gli esemplari pi? antichi, oltre alla mancanza della firma dell'autore, sono caratterizzati da una rozzezza d?esecuzione, una eccessiva semplicit?e dal palesare degli influssi derivanti dalla cultura cinese. Gli okimono, sono delle statuette o dei gruppi di figure che hanno solo funzione decorativa. La loro produzione, in Giappone, inizi?quando il paese cominci?ad aprirsi alle influenze della cultura occidentale, periodo che possiamo far coincidere con l'ingresso delle "navi nere" del Commodoro Perry, nel 1853. Prodotti prevalentemente per soddisfare le richieste dei compratori esteri, trovarono anche acquirenti giapponesi. Questi manufatti furono esposti e apprezzati nella Esposizione mondiale e industriale di Vienna del 1871, New York del 1876, Philadelphia del 1876, Parigi del 1878, 79 e 1900, Amsterdam del 1883, Chicago del 1893 e Londra del 1910.quaderni asiatici - milano In tutte queste esposizioni l'arte giapponese, con i suoi gruppi in avorio " bianchi come neve ", fu apprezzata dal pubblico e dalla critica, molti articoli pieni di entusiasmo comparvero sulla stampa dell'epoca, interessando scrittori, artisti, critici, mercanti e collezionisti, creando un vero movimento culturale e introducendo nel mercato dell'arte le opere prodotte in Giappone. Manifestazioni analoghe avvennero anche in Giappone, con la Naikoko Kangyo Hakurankai che si tenne a Tokyo nel 1877, 1881, 1890, a Kyoto nel 1895 e a Osaka nel 1903.I soggetti più popolari per gli okimono sono i Shishi Fukujin, i sette dei della fortuna, e fra tutti, i favoriti diventano Hotei e Daikoku. Comune è anche la raffigurazione della Takarabune, la barca con a bordo i sette dei saggi. Altri soggetti sono i samurai, raffigurati singolarmente o in scene di duello, i Sennin, a raffigurare la persona che ha raggiunto l'immortalità, varie figure buddiste come Daruma o i Rakan, Futen, il dio del vento e da ultimo gli Oni, i diavoli, sempre rappresentati con senso dell'umorismo, muscolosi e con viso grottesco, mostruoso e innaturale.

Nel periodo di nascita e affermazione, fra il 1860 e 1900, gli okimono raffigurano, in preferenza, scene di vita domestica, Giappone in italiaagricola, pescatori e bambini, pi? rare sono le raffigurazioni di uccelli, animali e fiori. E' durante questo periodo che si assiste a un notevole cambiamento negli usi del popolo giapponese; molto evidente nell'abbigliamento, dove quello tradizionale comincia a lasciare il posto a quello occidentale, caratterizzato da tasche e, in contemporanea, si assiste all'introduzione delle sigarette che iniziano a rendere obsolete le borse da tabacco. Gli okimono erano realizzati ad opera degli stessi fabbricanti di netsuke, chiamati netsuke-shi. Anche per questa ragione possono essere considerati un'evoluzione del netsuke, che andava perdendo la sua utilit?e dunque la sua commerciabilit? Legno e avorio sono i materiali principali per la realizzazione dei netsuke; lo sono anche per gli okimono, anche se col tempo l'uso del legno ?andato via via diminuendo a favore dell'avorio. Il legno, usato in svariate essenze, poteva venire tinto e lucidato. Gli okimono pi? preziosi, realizzati con l'avorio d'elefante e "bianchi come la neve", erano prodotti, verso la fine del XIX secolo, dalla scuola di Tokyo. Sono opera di autori quali: Ishikawa Komei e Yoshida Homei. kathay oggettistica dal mondo - milanoErano realizzati partendo da materiale proveniente dalle parti pi? pregiate delle zanne. Il pi? delle volte sono caratterizzati dalla presenza, nella composizione, di piccoli elementi, come pipe, attrezzi da lavoro, frecce e cosi via. Ai fini dell'integrit?della scultura necessita che tutte queste piccole parti non siano andate perse e rimesse; per avere questa certezza ?bene controllare le proporzioni, le differenze nel colore, nel materiale e nella qualit?d'esecuzione. L'avorio arrivava in Giappone dall'India, dal Siam e dalla Cambogia; solo una piccola parte, per mezzo di commercianti cinesi e arabi, proveniva dall'Africa. Questo lungo tragitto lo rendeva una materia prima cara e preziosa; per questa ragione fu sempre lavorato con molta attenzione. Gli artisti che usavano la parte migliore della zanna usualmente rivendevano gli scarti ad altri colleghi. La sagoma delle sculture palesa questa caratteristica di oculatezza nell'uso, partendo da un pezzo d'avorio ben conforme al soggetto che si pensava di realizzare. Con questa logica si giustifica la forma triangolare dei primi netsuke, poich?la struttura del pezzo di materia prima, di partenza, era una scheggia di zanna. Sempre per riutilizzare e ottimizzare gli scarti, anche se questa affermazione deve avere molte deroghe, si assiste alla nascita di okimono realizzati unendo avorio e legno, oppure avorio e metallo; in questi casi l'avorio era usato per realizzare la testa e i piedi.

YUZEN-ZOME 友禅染め
L'arte della pittura su stoffa
Kazuko Kataoka, maestra di "yuzen" - orirek@yahoo.co.jp
l'arte della pittura sulla stoffa

Due kimono realizzati dalla maestra Kazuko Kataoka

Sotto il termine yuzen si radunano una serie di tecniche, anzi di vere e proprie arti di decorazione della stoffa per kimono. Il nome deriva da Yuzensai Miyazaki, un famoso pittore di ventagli che si dice abbia inventato lo yuzen nel XVII secolo. In realt??probabile che Miyazaki abbia raccolto e codificato tecniche che esistevano gi?nell'area di Kyoto e Kaga, dove visse e dove, oggi, sono ubicati i due principali centri di produzione. Il maestro introdusse disegni pi? semplici e liberi, adatti al gusto di un pubblico pi? vasto e non solo a quello delle classi nobili. Allo stile tradizionale, di cui era eccellente disegnatore, egli aggiunse un tocco di ricercatezza personalissimo, che lo pose all' avanguardia tra i suoi contemporanei. E' quindi considerato come il "fondatore" dello stile yuzen, non tanto per l'invenzione della tecnica, ma per i suoi numerosi bozzetti di vestiti sui quali dipingeva con pi? colori rispetto a quanti ne venissero usati prima. Lo yuzen ?una tecnica basata sull'utilizzo dell'amido (itomenoriok), ottenuto dalla cottura a vapore del riso. Una volta deciso il disegno, questo viene riportato a mano libera sulla stoffa naturale, usando come "inchiostro" il succo di una pianta che ha la propriet?di non interferire con i colori che saranno usati successivamente. I contorni del disegno sono poi ripassati con la pasta di amido di riso che serve ad impregnare la stoffa e, una volta secca, ad impedire che il colore applicato si spanda. A questo punto si passa alla fase pi? delicata: l'artigiano-artista colora a mano tutto il disegno, utilizzando spesso tinture naturali, ottenendo risultati di grande bellezza. I colori vengono fissati con il vapore caldo in apposite stufe. La pasta di amido viene stesa nuovamente su tutte le parti colorate e si procede ad applicare il colore sullo sfondo con l'utilizzo di grandi pennelli. In questo modo il colore dello sfondo tinge la stoffa tranne le parti ricoperte con l'amido di riso. I colori vengono fissati una seconda volta con il vapore e, al termine del procedimento, il tessuto viene lavato in acqua corrente per togliere l'amido. Un tempo il lavaggio veniva effettuato immergendo le pezze di tessuto, lunghe 15-16 metri, nell'acqua pulita dei fiumi; ancora oggi, in estate, si pu?assistere a questo spettacolo unico sul fiume Kamo di Kyoto: stoffe colorate che fluttuano nelle acque limpide, saldamente assicurate ad un bastone di legno. Nella tecnica yuzen, l'utilizzo dell'amido per delineare i contorni e prevenire le sbavature ha permesso lo sviluppo di disegni originali, caratterizzati da una vivace policromia. In epoca Showa (1925-1989) l'uso dell'amido venne sostituito con quello della gomma, un prodotto chimico che risultò molto efficace come delineatore dei contorni del disegno.
CENNI STORICI
Durante l'epoca Nara (710-784), grazie ai rapporti commerciali e culturali con Cina e Corea, furono sviluppate tre tecniche di decorazione della stoffa: roketsu:

tintura batik con l'utilizzo della cera; hasami: tintura con strumenti di legno (il disegno viene ottenuto utilizzando bastoncini di legno sagomati inseriti in stoffe piegate); shibori: tintura con disegno screziato. Queste furono le basi di partenza per altre tecniche che permisero decorazioni pi? complesse quali: kaki-e: pittura ad inchiostro nero con semplice disegno calligrafico; suri-e: stampa ottenuta usando come matrice un legno inciso; bokashi- zome: tintura con sfumature. Durante il periodo Heian (794-1192) rimase in uso la tecnica Shibori, arricchita di ricami (prima si ricama la stoffa, dopo la si arriccia e la si immerge nel colore, ottenendo cos?una tinta sfumata) e venne introdotta la tecnica Surihaku, dove il disegno ?ottenuto incollando sulla stoffa fogli d'oro e d'argento. crespi bonsai - milanoLa tecnica roketsu venne abbandonata a causa della mancanza della cera, dovuta alla diminuzione degli scambi con la Cina e a causa dell'introduzione della moda dei vestiti in tinta unita. Durante l'epoca Kamakura (1192-1333), venne introdotto l'amido quale importante materiale per ottenere un nuovo tipo di tintura. Nel periodo Momoyama (seconda met?del 1500), dalla shibori, l'unica tecnica antica rimasta ancora in uso, fu creata la tecnica tsujigahana-zome, che unisce le due tecniche shibori e surihaku, utilizzando disegni con linee di colore nero o rosso. Intorno al 1624 nasce e si diffonde la decorazione chaya-zome, caratterizzata da semplici disegni realistici con paesaggi ed elementi naturali caratteristici delle varie stagioni. Questo stile ?considerato come l'origine della tintura yuzen, che si diffuse a cavallo fra le ere Genroku e Kyoho (1688-1736).
I KIMONO GIAPPONESI DELLE "GLORIE NAZIONALI VIVENTI"
I luoghi principali dove viene tramandata l'arte yuzen come pittura per kimono sono Kyoto, Kanazawa, Tokyo, Nagoya. Fino agli anni '50 del secolo scorso gli artigiani che utilizzavano la tecnica yuzen non firmavano le loro creazioni, che spesso nascevano in botteghe familiari, dove ognuno era preposto ad una fase della lunga lavorazione. Da quando il governo giapponese dichiar?"gloria nazionale vivente" tutti gli artisti che si erano particolarmente distinti nel loro campo, alcuni maestri yuzen, considerati come "tesori viventi" di un artigianato unico, firmano i loro capolavori. Purtroppo dei molti artisti attivi in epoche precedenti possiamo ammirare i vestiti, ma non conosciamo il loro nome per poterlo onorare. Sul territorio giapponese la pittura yuzen si ?sviluppata con caratteristiche tecniche e stilistiche diverse: a Kyoto abbiamo uno kyo yuzen, a tipici colori brillanti; a Tokyo i toni sono delicati; nella zona centrale abbiamo il kaga yuzen; a Kanazawa i disegni hanno sfumature accese. Fra i maestri yuzen pi? noti citiamo: Tokio Hada: usa una tecnica mista fra kyo yuzen e kaga yuzen con raffinati effetti cromatici. Kihachi Tabata: predilige disegni realistici di fiori e uccelli. Kako Moriguchi: usa la tecnica makinori, che permette di ottenere un effetto puntinato mediante una base di amido a granelli. Tameji Ueno: riunisce lo stile kyo e kaga con il risultato di un arricchimento stilistico particolare. Eiichi Yamada: riprende l'antica tecnica yuji nori, che consiste nell'applicazione dell'amido sul profilo del disegno, servendosi di uno stuzzicadenti per tratteggiare finissime linee.

Evanescente come rugiada:
l'estetica del periodo Edo (1603-1868)

Rossella Marangoni - www.rossellamarangoni.it

evanescente come rugiada

Amanti ? Xilografia di Hishikawa Moronobu, 1682 circa. Collezione Hillier

Nell'immaginario occidentale contemporaneo, molta parte di quello che consideriamo "gusto giapponese" rimanda al mondo visivo del periodo Edo, un periodo caratterizzato da una straordinaria esperienza artistica nata dalle esigenze di un nuovo pubblico per le arti, la classe dei chonin (il popolino di Edo, composto da artigiani, mercanti, carpentieri, lavoratori di ogni tipo e reddito) che svilupp?gusti propri e nuove forme di divertimento che andarono a costituire una vera e propria cultura, dai caratteri eminentemente urbani e popolari. Questa cultura nasce da una mentalit?che poggia su due caratteristiche principali: il pragmatismo e l'edonismo.

lo spirito e il segno, calligrafia dall'oriente - lugano(svizzera)

L'impegno quotidiano, la capacit?negli affari, permettevano a una buona fetta di popolazione una vita dignitosa, se non addirittura di agi, mentre l'edonismo diffuso era tale da riuscire a trasformare un concetto buddhista come l'ukiyo[1] in un'idea di godimento. Questo termine infatti indic?nel periodo Edo il mondo fluttuante, moderno, alla moda, sensuale, sempre transitorio ed effimero e da godere nel pi? breve spazio di tempo possibile. La prima, celeberrima definizione di ukiyo, nel senso di momento fuggevole che va afferrato e goduto, ?di Asai Ryoi (1612-1691) che nel 1660 scrisse: "Vivere momento per momento, volgersi interamente alla luna, alla neve, ai fiori di ciliegio e alle foglie rosse degli aceri, cantare canzoni, bere sake, consolarsi dimenticando la realt? non preoccuparsi della miseria che ci sta di fronte, non farsi scoraggiare, essere come una zucca vuota che galleggia sulla corrente dell'acqua: questo io chiamo ukiyo. [2]"

Questo mondo si diverte nelle fiere di piazza, al teatro kabuki, nei quartieri del piacere. Questo mondo si rappresenta attraverso l'arte dell'ukiyoe, la stampa del "mondo fluttuante", che rappresenta una delle forme artistiche in cui si esprime il gusto dei chonin. L'esperienza artistica del Giappone del periodo Edo è quindi caratterizzata da un dato di eccezionale importanza: la nascita di un nuovo tipo di committenza e di un nuovo pubblico per le arti, novità straordinaria frutto dell'emergere economico e sociale della classe dei chonin, le popolazioni urbane, costituite per la maggior parte da mercanti ed artigiani. Questo dato, di evidente rilievo, caratterizzò tutto lo sviluppo artistico del periodo. Una seconda considerazione da fare è l'osservazione che le manifestazioni artistiche del periodo Edo sono caratterizzate da un lato dal persistere di gusti aristocratici – originati nell'ambito della corte imperiale di Kyōto e di cui, in seguito, si appropriò l'élite guerriera di Edo – e, dall'altro, dall'emergere di nuovi gusti più legati al ceto arricchito dei mercanti. Una coesistenza e una reciproca influenza di gusti che testimonia della complessità del panorama culturale del periodo. Infine, e non ?dato da sottovalutare, la presenza di un mercato d'arte pi? vicino alle possibilit?economiche e ai gusti del popolino ? meno raffinati, certo, ma non meno sicuri e meritevoli di indagine. Kyoto rest?per tutto il periodo la fedele custode della tradizione, una tradizione raffinatissima, irraggiungibile dalle classi mercantili che inutilmente si affannavano a imitare l'impalpabile, indescrivibile, perfetta bellezza delle opere d'arte, dei manufatti di lusso, degli oggetti preziosi prodotti a Kyoto e, a detta degli stessi abitanti dell'antica capitale imperiale, incomprensibili al resto del Giappone, fosse pure agli Edokko (i "figli di Edo") pi? danarosi.

Ma se nel primo periodo Edo il lavoro presso la corte imperiale e un revival della letteratura e della cultura del periodo Heian (794-1185) trattennero gli artisti nell'antica capitale, verso la fine del XVII secolo il centro di produzione artistica si spost?verso est, a Edo, e nelle altre citt?che godevano della ricchezza dei commerci (Osaka, Sakai, Nagoya) dove gli artisti - pittori, ceramisti, artigiani della lacca, doratori, stampatori, incisori che fossero - trovarono nuovi e pi? generosi mecenati: i daimyo (grandi feudatari) di recente nobilt?e i mercanti, di altrettanto recente ricchezza.

Note

[1]Ukiyo ?termine di origine buddhista che assunse significati diversi a seconda delle epoche. In origine indicava che "la vita ?fluttuante" secondo un'idea taoista di derivazione cinese, poi in epoca Heian si mut?il kanji uki ?con quello ?, che si pronuncia allo stesso modo e prese a indicare la sofferenza e l'instabilit?della vita, la transitoriet?delle cose mondane. A partire dal periodo Muromachi (XVI sec.) si torn?alla grafia iniziale e indic?"le cose di questo mondo".
[2] ASAI Ryoi, Ukiyo Monogatari浮世物語, 1661, citazione riportata nell'introduzione di Maria Teresa Orsi a UEDA Akinari, Racconti di pioggia e di luna (Harusame Monogatari, 1808), Venezia, Marsilio, 1988, p. 10.

visita l'archivio di pagine zenUNA POESIA D'AMORE
Abe no Kiyoyuki

Nel giorno in cui si celebr?la funzione commemorativa per un defunto al tempio meridionale di Izumo, l'autore compose i seguenti versi sul sermone del monaco officiante Shinsei e li invi?a Ono no Komachi.

Tsutsumedomo            Pur gelosamente custoditi,
sode ni tamaranu        le maniche non trattengono
shiratama wa              questi candidi gioielli:
hito o minu me no       son essi le lacrime che stillano
namida narikeri          dagli occhi privati della bramata visione.

La localit?precisa del tempio meridionale di Izumo ?ignota. Il sermone cui si riferisce la poesia ?probabilmente una parabola contenuta nel sutra del Loto: un uomo in visita ad un amico, ubriacandosi s'addorment? l'amico, dovendo uscire per un impegno ufficiale, leg?dietro all'abito del dormiente un gioiello senza prezzo come regalo; in seguito l'uomo, senza mai accorgersi del gioiello, dovette condurre una vita stentata, finch?incontr?nuovamente l'amico che lo biasim?della sua ignoranza.

 

Tratto da Kokin Waka Shū
Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne.
A cura di Ikuko Sagiyama - Ed. Ariele, Milano 2000

international okinawa goju-ryu - scuola di karate - roma

CAMBIARE D'ABITO
Tai A No Kai ? www.iogkf.it

cambiare d'abito

Il simbolo kenkon

Lo spogliatoio del Dojo non ?lo spogliatoio di un "centro fitness". Nello spogliatoio del Dojo il CAMBIO DELL'ABITO prima dell'inizio della lezione ?gi?lezione, ed assume un significato speciale: si smette l'abito ordinario per indossare l'abito dell'Arte col quale si accede nel Dojo, il "Luogo della Via". Non ?quindi senza importanza che jo di Do-jo significhi, s? "luogo": ?ma proviene anche dal giapponese antico ageru che significa costruire, elevare, edificare, offrire un regalo, fare un'offerta, un sacrificio rituale [?] nel Buddismo, particolarmente nelle correnti dello Zen, dojo viene definito con il termine sanscrito bodhimanda, il "luogo dell'edificazione". Manda, che ritroviamo nella parola mandala, significa recinto e per estensione cerchio o strada. Bodhi, da parte sua, significa originariamente "costruire i quattro stadi della Via suprema" (boghi arya marga) e per estensione arrivare al risveglio. Bodhimanda, il dojo, ?dunque una volta ancora il "luogo sacro della costruzione della via", o il "luogo del risveglio"?. (Il dojo ? luogo di edificazione della Via, Arti d'Oriente, ottobre 1999). Se la lezione inizia gi?nello spogliatoio, allora il cambio dell'abito ?un kata, un rito integrante dell'Arte: non si pu?accedere nel Dojo e praticare l'Arte se non ci si libera delle abitudini del vivere profano: "abitudine" deriva dal latino habitus, abito appunto, e quindi nello spogliatoio del Dojo la lezione inizia con lo spogliarsi degli abiti-abitudini profane per rivestirsi dell'abito cerimoniale, l'abito del Rei, cio?del nuovo comportamento, completamente purificato da pensieri e parole inutili e banali. (superfluo aggiungere che l'abito del Rei ha da essere in perfetto ordine, cio?pulito, stirato e di misura convenevole al Praticante.) Come gi?accennato, lo spogliarsi del vecchio per rivestirsi del nuovo ?un kata, un rito, e "rito", come anche "arte" significa ? dalla radice sanscrita rta ? ordine, armonia. maremagnum libri antichi e da collezione - milano?quindi opportuno che dal momento in cui si entra nello spogliatoio (e perci?ha inizio la lezione) si assuma un atteggiamento adeguato all'occasione, ricordando sempre che lo "spogliarsi" ?un "morire" a cui segue un "rivestirsi" e perci?un "rinascere" che rende degni di accedere nel Dojo e di praticare l'Arte. Pertanto, dev'esser chiaro che in assenza di tale atteggiamento la lezione non potr?dare risultati apprezzabili. In quanto kata-rito, il cambiarsi d'abito ?un atto solenne che richiede il RACCOGLIMENTO SILENZIOSO unitamente alla PRESENZA A SE STESSI. L'osservanza di questi due precetti tradizionali ?di estrema importanza poich?favorisce (e virtualmente realizza) la coordinazione mente-corpo, punto di partenza e di arrivo dell'Arte. Essi, di concerto, costituiscono uno STATO DI VEGLIA che, per cosi dire, "mette in stanby" il flusso torrentizio e incontrollato dei pensieri e delle immagini che relegano il Praticante nell'inconsapevolezza, e che, pi? di quanto non si creda, comportano sofferenza. ?necessario evidenziare come fra gli abiti pi? "stretti", cio?fra le abitudini pi? radicate delle quali ?difficile spogliarsi, vi sia il PARLARE, cui seguono immediatamente la DISPERSIONE DI ENERGIA e la DISTRAZIONE . ?bene rendersi conto come l'aprirsi della bocca ed il fuoriuscire delle parole rispondano ad un ISTINTO che ? diventato ormai un ABITO-ABITUDINE ? scavalca con irrisoria facilit?sia la coscienza che la volont? Di pi?, ?opportuno che il Praticante si renda conto di come l'istinto a parlare, come tutti gli istinti, sia dotato di vita propria, si direbbe quasi di una propria volont?di affermazione, ci?costituendo un primo ed importante spunto per l'esercizio dell'auto-osservazione.

Pertanto il Praticante ha da chiedersi costantemente: "Sono io che "cavalco" l'istinto diventando più forte? Oppure è lui che regolarmente mi sorprende, mi "disarciona" e mi indebolisce?». Non sono domande di poco conto, che ci si dovrebbe porle per ogni tipo di istinto, ammesso e non concesso che l'uomo possa avere piena coscienza di tutti gli istinti che, alla lettera, lo pilotano. Ed è appena il caso di precisare che qui si sta trattando della Via che conduce alla vera libertà: «Il primo movimento dell'uomo che cerca la Via deve essere quello di spezzare l'immagine abituale di se stesso […] Tutti gli esercizi di sviluppo interiore saranno paralizzati se non si rompe il guscio-limite che la vita quotidiana forma intorno all'uomo». (Leo, Barriere in Introduzione alla magia - ediz. Mediterranee). tora kan zen dojo - pratica zen - roma Abito… abitudine… istinto… guscio-limite… un po' come il dio marino Glauco descritto da Platone nella Repubblica, talmente ricoperto di incrostazioni (le abitudini) da non lasciar più scorgere l'antica natura divina; e poiché le sue membra sono coperte di conchiglie, alghe e sassi, egli dovrà incominciare la sua purificazione scuotendo via – appunto spogliarsi – di tale materiale superfluo. Del resto il Dojo è una palestra, in latino PALAESTRA e in greco PALAISTRA da PALE lotta (onde PALAIEIN lottare), propriamente lo scuotere, il crollare ("crollare" è sinonimo di scuotere e non di venire giù, rovinare, come si dice comunemente, ad esempio, di un palazzo). Dal che se ne deduce agevolmente che il Dojo è un agone, un crogiolo, insomma un ambiente in cui, a partire dallo spogliatoio, si persegue una trans-formazione a mezzo di combattimento, morte e rinascita. Ma c'è dell'altro. Infatti, prima di entrare nello spazio sacro dell'addestramento, è necessario togliersi gli zōri (i sandali) e rimanere a piedi nudi, e questo denudamento dei piedi è anch'esso un kata-rito. «In genere il piede è considerato la parte del corpo che, per il suo naturale contatto con la terra e per il suo fondamentale ruolo nell'equilibrio dell'uomo, può meglio "sentire" il rapporto con il sacro, diventando elemento privilegiato di connessione. Basti pensare alla tradizione islamica di denudarsi i piedi prima di entrare in una moschea. Una forma di rispetto che può anche essere vista come una sorta di apertura nei confronti della rivelazione divina. origami do - origami a milano L'atto rituale di denudarsi il piede è presente anche negli altri grandi monoteismi: ne abbiamo conferma nella tradizione biblica: "Non avvicinarti, togliti i sandali dai tuoi piedi, perché il luogo sul quale stai è un luogo santo (Esodo 3, 5). Ma anche nell'invito ai discepoli, da parte di Cristo, di andare per il mondo a predicare scalzi (Matteo 10, 10; Luca 10, 4), si riafferma questo importante concetto. Nelle credenze di molti Parsi, anche lontani, il piede occupa una posizione rilevante: la forma, l'azione di pestare eccetera sono "segni" da cui vengono spesso tratti molti auspici. Si dice che i patrizi romani ponessero uno schiavo nel vestibolo delle loro abitazioni perché avvertisse i visitatori di entrare con il piede destro: entrare con l'altro corrispondeva a una prossima sventura». (Massimo Centini, Il cammino di Santiago - ediz. Xenia). Denudare i piedi lasciando gli zōri: e con essi lasciare l'ego.

Tratto da Tora Kan Dojo

Giappone: luci e ombre delle terra del Sol Levante
Susanna Marino - www.italiancreativityatwork.com
Testi e fotografie di Iago Corazza e Greta Ropa - Edizioni White Star, 2010

giappone

Cos?Iago Corazza e Greta Ropa presentano il loro viaggio raccontato in questo libro dove le immagini si alternano ai testi e i testi alle immagini. Non ?un semplice libro fotografico con didascalie e qualche scheda introduttiva ai vari capitoli, ma ?un vero e proprio caleidoscopio di contrasti che si affollano davanti ai nostri occhi, dove le luci e le ombre, sapientemente scelte per far meglio risultare i colori, sono anche quelle che fanno apparire e scomparire aspetti stupefacenti e impensati del Giappone. Proprio come il vecchio treno sferragliante che alita nell'aria una nera nuvola di fumo e si immerge in un oscuro tunnel per poi continuare la sua corsa in un soffice orizzonte imbiancato dalla neve, sotto un cielo di tenebre. kathay oggettistica dal mondo - milanoEra con questa contrastante immagine che Yasunari Kawabata, premio Nobel per la letteratura nel 1968, dava vita al suo romanzo Yukiguni ? Il paese delle nevi. Un viaggio metaforico che riportava il protagonista della storia in un mondo "puro e candido", dove il biancore della neve invernale agiva da elemento purificatore e rassicurante. Luci ? hikari e ombre ? kage si alternano nel libro di Iago e Greta, per creare un contrasto pervasivo, ma non certo contraddittorio. Prendendo spunto da un proverbio giapponese che cita: 光陰矢の如し koin'ya no gotoshi, vediamo insieme come questa visione apparentemente dualistica, finisca per fondersi in una sola e unica prospettiva. Il proverbio corrisponde all'incirca al nostro detto 'il tempo vola', ma ritengo interessante sottolineare i termini utilizzati per illustrare tale metafora: 'come dardi di luce e di ombra'. A voler sottolineare lo scorrere del tempo, visto come il susseguirsi ininterrotto di momenti di luce senza i quali l'ombra non pu?esistere (e viceversa). Questa visione di inevitabile compresenza delle due facce della medaglia pervade, in realt? buona parte delle forme espressive pi? tradizionali a partire, per esempio dallo spirito che anima gli haiku. Leggiamone uno insieme per lasciarci guidare dalle suggestioni suggerite dall'autore, ma che, rimanendo nell'ombra, non descrivono nulla in modo lampante. Inoltre, il testo ?estremamente breve, essenziale, ma dinamico e ricco di immagini non viste, ma visibili.

‘accatastata per il fuoco,
la fascina
comincia a germogliare’

giappone

Se prendessimo poi ad esempio un suibokuga ovvero 'una pittura ad inchiostro nero', noteremmo parecchie similitudini con il tipo di espressività insita nella forma poetica dello haiku.In una pittura di questo genere in inchiostro nero, i colori sono in realtà ben più d'uno – tutte le sfumature che si possono ottenere dal bianco al nero, diluendo sempre più l'inchiostro – e la funzione del digradare delle tonalit?che ci portano in un ennesimo gioco di luci e di ombre, crea immagini nette e ben riconoscibili (come i tetti degli edifici), appena accennati (come gli alberi in primo piano) o evanescenti e appena suggeriti (come le piante sullo sfondo, che emergono dalla nebbia). Un esempio di ben altro genere, ci viene rivelato attraverso la figura dei kurogo 黒衣 del teatro Bunraku ? il teatro delle marionette.feimo calligrafia orientale - firenze Si tratta dei due assistenti del capo-burattinaio che danno vita sul palco, ai movimenti di un'unica marionetta. La presenza dei tre ?necessaria, visto le dimensioni e la complessit?di movimenti possibili degli arti, della testa e del viso della marionetta stessa. Nonostante la presenza dei due assistenti si riveli fondamentale, essi indossano un abito nero, con un cappuccio che li ricopre interamente, quindi agiscono sul palco insieme al visibilissimo capo-burattinaio, ma ?come se non esistessero, come se fossero le ombre indivisibili dalla luce della marionetta. Gli esempi di questo rincorrersi di luci e di ombre non mancano e anche nella quotidianit?vissuta in una casa tradizionale, la fievole luce che penetra all'interno attraverso gli shoji ?un'ulteriore conferma del fatto che nella cultura nipponica i contrasti creati dagli opposti non hanno un carattere stridente, ma sono anzi parte integrante di un modo diverso di vedere la realt?delle cose. A questo proposito, le parole dello stesso scrittore Jun'ichiro Tanizaki nel suo 'Libro d'ombra', illustrano appieno questa prospettiva. "V'?forse, in noi Orientali, un'inclinazione ad accettare i limiti, e le circostanze, della vita. Ci rassegniamo all'ombra, cos?com'? e senza repulsione. La luce ?fievole? Lasciamo che le tenebre ci inghiottano, e scopriamo loro una belt?" [1]

Note

[1] Tratto da: ‘Libro d’ombra’, Jun’ichirō Tanizaki, ed. Nuovo Portico Bompiani, 1982, Milano, pag. 68

IL GIAPPONE MODERNO
Una storia politica e sociale
Elise K. Tipton - Piccola Biblioteca Einaudi 2011 - Giulio Einaudi Editore, Torino

Una sintetica e originale introduzione alla storia sociale, culturale e politica del Giappone moderno. Coprendo un arco temporale che va dal periodo Tokugawa a oggi, l'autrice ricostruisce, con stile sempre avvincente e ricco di partecipazione umana, l'evoluzione di un paese e i violenti processi di modernizzazione che hanno condotto il Giappone ad affermarsi come una delle massime potenze economiche e politiche dell'et?contemporanea. Rivolto sia al pubblico generale dei lettori di storia sia a quello degli studenti di cultura orientale, il libro intreccia insieme gli sviluppi sociali e politici del Giappone, alternando la costruzione degli scenari d'insieme ad analisi pi? particolari, offrendo spaccati di vita quotidiana che gettano luce sulle fondamentali e spesso traumatiche trasformazioni storiche. L'attenzione costante per le problematiche di genere, delle minoranze e della cultura popolare costituisce una delle caratteristiche principali del libro, concorrendo efficacemente a tratteggiare, in tutta la sua complessit?e particolarit? la societ?giapponese moderna e contemporanea.

Elise K. Tipton ?docente di cultura giapponese all'Universit?di Sydney.

libreria azalai - milano

zen: alcune regole per vivere e cucinare zen
Tetsugen Serra - Monastero Zen Il Cerchio

  • Essere Wabi Sabi, essenziali cio?nella scelta dei cibi in accordo con le stagioni.
  • Curare con consapevolezza e massima presenza mentale ogni cibo che si cucina.
  • Non sprecare nulla.
  • Niente di ci?che rimane ?da considerare un avanzo; riciclare tutto il possibile.
  • Curare i contenitori del cibo e presentarlo in tavola con essenzialit?ma non con povert?
  • Lavare gli utensili e i piatti con lo stesso amore con cui si cucina.
  • Ricordare che si ?ci?che si mangia e come si mangia.
  • Non v'?regola migliore, infine, della consapevolezza e dell'amore per quello che si fa.

Tratto dal libro ZEN del Maestro Tetsugen Serra Fabbri Editori 2005

enso-ji monastero zen - il cerchio - milano

visita l'archivio di pagine zenTUTTO PART?da KANDA -
Breve excursus tra giocattoli tradizionali giapponesi - seconda e ultima parte
Massimo Tomassoni - www.mistermaxparty.it

Nel precedente numero abbiamo trattato alcuni giocattoli tipicamente giapponesi. Qui ne descriver?alcuni che ricordano giocattoli italiani.

Chi non ricorda il gioco in plastica, che si usava soprattutto in spiaggia lanciando degli anelli di diversa grandezza e cercando di infilarli in una piccola asta? Questo gioco in Giappone ?il わなげ  WANAGE (gettare l'anello). La parola WA significa "anello" e NAGE (da NAGERU) significa "gettare". Lo si pu?trovare in molte feste popolari ed anche nelle stanze da gioco dei "ryokan", alberghi tradizionali giapponesi. Si narra che il gioco tragga origine dalle navi che approdavano a Kobe (dal 1912) che, una volta arrivate a 8.5 metri dalla riva. tiravano 9 anelli in 9 aste diverse per attraccare. Rispetto al nostro vecchio gioco, quello originario giapponese usa anelli fatti con corda (simile a quella delle navi) e un'asta rigorosamente in bamb?. Ora il wanage viene riproposto con le immagini di Hallo Kitty o di altri eroi dei manga. E' una vera e propria tendenza quella di costruire giochi corredandoli con l'immagine o il marchio di eroi dei fumetti attuali: un'operazione commerciale che riesce positivamente a far convivere vecchio e nuovo. In Giappone come in Italia sono molto diffuse le trottole. Seppur colorate e costruite in maniera diversa, queste sono molto simili alle trottole in legno create dagli artigiani di molte regioni italiane. In Giappone la trottola ?こま KOMA (trottola). Viene fatta girare con le mani oppure grazie ad una corda attorcigliata nella parte inferiore, che viene velocemente tirata. Nel tempo sono stati creati in Giappone molti tipi di trottole: che fanno suoni particolari, luminose, o che possono girare pi? velocemente del normale. Si dice che gi?dal 1500 a.C. in Egitto esistesse un simile gioco, mentre in Giappone le pi? antiche KOMA ritrovate risalgono al VI sec. d.C. Si narra comunque che le KOMA arrivarono in Giappone circa associazione culturale italo giapponese fuji1.000 anni fa dalla Cina. Durante il periodo Edo (1603-1868) divenne popolare la competizione tra trottole. Usando una corda, i giocatori dovevano far girare trottole di legno e di acciaio all'interno di un ring, generalmente un secchio coperto con un asciugamano. Scopo del gioco era spingere le trottole avversarie fuori dal ring. Una competizione simile esiste ancora oggi, il sumoukoma: le trottole si comportano come i lottatori di Sumo, quella che si ferma per prima o esce per prima dal ring perde. Un gioco tradizionalmente giapponese per le sue origini e la sua storia è il だるまおとし DARUMAOTOSHI (bambola a pezzi). La prima parte del nome "Daruma" è il nome della bambola e Otoshi significa "far cadere". Questo gioco richiede un buon occhio e prontezza di riflessi. Lo scopo del gioco è quello di abbattere i vari pezzi con il martelletto a partire dalla parte inferiore senza far cadere la bambola. La parte superiore della bambola si chiama Daruma e rappresenta il sacerdote buddista Bodhidharma, che si dice abbia perso l'uso delle braccia e delle gambe dopo aver meditato per nove anni.

I bambini giapponesi possono giocare con Darumaotoshi quando sono soli vedendo il numero di blocchi che possono abbattere prima che cada il Daruma. In alternativa possono mistermaxpartysfidare gli amici, oppure giocare insieme abbattendo i pezzi a turno, fino a che il Daruma non cade. Conosciuto oggi in tutto il mondo come gioco di abilit?grazie alla giocoleria e agli artisti di strada ?お手玉  OTEDAMA (pallina in mano). In Giappone era soprattutto un gioco sociale e non solamente di abilit? Consiste in sacchetti di fagioli di piccola taglia che sono gettati, lanciati e ripresi con destrezza. Raramente ?competitivo e spesso ?accompagnato da canti. Otedama oggi sta scomparendo e le molte canzoni che lo accompagnavano sono state quasi dimenticate. Otedama ?stato trasmesso in Giappone dalla Cina, nel periodo Nara (710-794). Ha raggiunto il suo picco di popolarit?dopo la guerra mondiale, quando gli altri giocattoli non erano disponibili in Giappone. I sacchi di fagioli azuki erano cuciti e tenuti insieme da strisce di seta. In tempo di guerra, i genitori potevano usarli per contrabbandare cibo per i loro bambini affamati. Otedama era tradizionalmente popolare fra le ragazze; una conoscenza tramandata da nonna a nipote. Il gioco specifico varia molto da regione a regione. Generalmente si gioca con cinque sacchi di fagioli, ma sono state introdotte molte varianti. Oggi i sacchetti vengono anche riempiti con soia, mais, soba, conchiglie, perline, frutti di loto, ecc? o semplicemente con polimeri in plastica. I sacchetti vengono comunque rivestiti con affascinanti stoffe tradizionali giapponesi, a volte pregiate. Un gioco ancora in voga in Italia e che viene ancora costruito in alcune scuole ?il caleidoscopio. In Giappone ?chiamato 万華鏡  MANGEKYOU. Consta di un cono nel quale sono poste ad arte degli specchietti e delle pietruzze colorate. Guardando all'interno del cono attraverso un foro, grazie alla luce che entra dall'estremit?opposta e che illumina le pietruzze, si ottengono dei divertenti giochi di luce. Ruotando poi il cono le pietruzze si muovono ed i giochi di luce cambiano. Vorrei chiudere con due giochi che erano anche giochi quotidiani della mia infanzia. Il primo ?piuttosto maschile, mentre il secondo ?prevalentemente femminile. ゴム鉄砲  GOMUTEPPO (fucile di gomma) consiste in una pistola o fucile in legno che, grazie ad un semplice meccanismo di molle, "spara" degli elastici che dovranno abbattere dei paletti in legno posti su un tavolo o a terra. nihon club - milanoOgni paletto reca scritto il punteggio. あやとり  AYATORI (prendere la corda) e' un gioco tradizionale che si tramanda. Si gioca a fare vari tipi di forma filando un cordino a forma di cerchio con le dita delle mani. Si creano cos?figura come il fiume, la nave, la scopa, il ponte, ecc? Si gioca da soli o con gli amici e a pi? mani. Il gioco ?la dimostrazione della destrezza delle mani dei giapponesi. Generalmente al termine di ogni figura, tirando un solo punto del filo, che sembra molto intrecciato, questo si slega facilmente e la figura si disfa con leggerezza. La mia ricerca ovviamente continua, spostandosi anche nelle scuole giapponesi, dove ho potuto constatare una grande cura nel costruire giocattoli con elementi ricavati dalla natura o con oggetti riciclati. Vi sono scuole che sono esse stesse dei piccoli musei da visitare e dove vengono esposte alcune opere "ingegnose" create dai bambini.