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Pagine Zen N° 94

gennaio/marzo 2012

Pagine Zen è realizzato grazie alla collaborazione
Centro Cultura Italia Asia

visita l'archivio di pagine zen2012 l'anno del drago nero
23 gennaio 2012 – 9 febbraio 2013
Fabio Smolari

Il 2012 sarà un anno renchen 壬辰, retto cioè dal nono Tronco Celeste (ren 壬) dell’elemento acqua e dal quinto Ramo Terrestre (chen 辰) dell’elemento terra. Signore Stellare dell'anno sarà il Drago. I rami terrestri chen e mao si troveranno in opposizione, con l'elemento terra chen sottomesso all'elemento legno mao. Le due stelle della malattia entreranno nella Casa del Destino; ciò potrebbe causare malattie e infortuni. Si consiglia pertanto massima attenzione a non esporsi ad azioni o attività pericolose.
Si prevedono incontri con imbroglioni, dai quali conviene guardarsi, onde evitare sfortuna e perdite. Le donne facciano attenzione agli incontri galanti e valutino bene eventuali futuri compagni. Negli affari numerosi ostacoli richiederanno attento esame ed intelligenti soluzioni, oltre che parecchie energie. In agguato screzi e litigi tra i compagni. Calma e sangue freddo saranno necessari per sciogliere le contraddizioni e riportare armonia nella coppia.
L'anno del Drago d'Acqua sarà buono per i nati sotto il segno del topo, che potranno superare la stagnazione dei loro affari e portare a temine operazioni interessanti e lucrative. Sarà invece impegnativo per il bufalo, che dovrà lavorare sodo, cosa che non lo spaventa di certo, vista la sua forza! Duro sarà anche per la tigre, occupata da nuovi progetti e preoccupazioni. Abbastanza bene per il coniglio, che riposerà dalle fatiche del suo anno appena conclusosi.
La saggezza del serpente gli permetterà di sopravvivere riducendo le perdite e strisciando di qua e di là alla ricerca di un buco nel quale nascondersi. Bei tempi per cavalli e capre, ai quali il Drago d'Acqua porterà grandi opportunità di divertimento e lavoro. Gioisca pur la scimmia, che potrà dar sfogo a tutta la sua spavalderia raggiungendo gloriosi traguardi. crespi bonsai - milano
Il gallo vivrà action & changes sconvolgenti; al cane si consiglia passiva sorveglianza e aggancio opportunistico ai più fortunati. Why not? Anche così ce la si può cavare! Felici saranno i maiali, perché per loro non ci sarà anno migliore.

Il drago nella tradizione cinese
Il drago (long 龙) è l'unico animale mitologico dell'oroscopo cinese. E' uno dei simboli più venerati e presenti nella cultura cinese, ma le sue origini restano tutt'ora avvolte nel mistero. Si dice abbia nove peculiarità fisiche somiglianti a quelle di animali esistenti: occhi di gambero, corna di cervo, muso di bufalo, naso di cane, baffi di pesce gatto, criniera di leone, corpo di serpente, squame di pesce, artigli d'aquila.

La sua comparsa in Cina è molto precoce. Nel villaggio neolitico di Xinglongwa 兴隆洼 (Mongolia Interna) fu rinvenuto un mosaico di “drago dalla testa di maiale” (猪首龙zhushoulong) risalente a circa 8.000 anni fa, la più antica immagine di drago cinese finora scoperta.

Il drago è generalmente un simbolo benevolo di potere, saggezza e fertilità legato alla pioggia, numerose sono infatti le immagini di draghi tra le nuvole.Giappone in italia
Il drago ha poteri magici che gli permettono di mimetizzarsi, mutar forma e dimensione, da piccolo come un baco di seta può crescere illimitatamente; vola nei cieli, vive nelle acque profonde e nelle viscere della Terra.
Il Drago Verde è uno dei quattro animali araldici del fengshui e protegge la direzione est.
Il drago per antonomasia nella Cina antica era l'imperatore. A lui era riservato il “trono del drago” e solo lui poteva vestire abiti decorati con nove draghi, uno dei quali nascosto all'interno.

Il drago nello zodiaco cinese
Il drago è il segno più ambito in Cina, ogni genitore vorrebbe un figlio nato drago, poiché i draghi coronano sovente con successo le loro vite. I nati sotto il segno del drago sono dei leader, dei trascinatori, degli idealisti, dei perfezionisti. Sono ambiziosi spiriti liberi, indomiti e insofferenti al comando altrui e di conseguenza anche piuttosto irascibili.
Sono aggressivi e determinati, incapaci di tener la lingua a freno; sono tirannici, vanitosi, orgogliosi e talmente pieni di sé che è impossibile far cambiar loro idea. Amano il potere e confidano sulle loro energie, tanto che la vecchiaia o l'idea di perdita sono a loro spesso insopportabili. Per quanto non avidi sono fortemente attratti dalla ricchezza, dal prestigio, dal potere, dal rango.
Sono estremamente intelligenti, eleganti, pieni di fascino, tenaci e generosi, da tutti ammirati. Possono intraprendere qualunque impresa con successo e sono amanti contesi.
Vanno d'accordo con: topo, coniglio, serpente, scimmia, gallo, maiale
Celebrità nate sotto il segno del drago: Sigmund Freud, Marlene Dietrich, Kirk Douglas, Ringo Starr, Sandra Bullock, Mina, Dario Argento, Roberto Benigni, Luciana Littizzetto, Fabio Fazio, Monica Bellucci...e ovviamente BRUCE LEE.

1860 Giappone - Italia
Sguardi incrociati di artisti e viaggiatori
Rossella Marangoni - www.rossellamarangoni.it

Nel XIX secolo due Paesi, l’Italia e il Giappone, in apparenza così distanti, compiono un percorso analogo che li condurrà verso la modernizzazione. Non solo, è proprio in quel complesso periodo di sfide che i due Paesi stringono relazioni di amicizia e subiscono una reciproca fascinazione.
Nei decenni cruciali fra il 1850 e il 1870 si compiono nei due Paesi due processi storici analoghi: in Italia si completa il processo unitario che terminerà con la breccia di Porta Pia (1871), in Giappone si completa la restaurazione del potere imperiale (o restaurazione Meiji) con la fine dello shogunato dei Tokugawa (cioè del governo dei guerrieri) e con essa la fine del sistema feudale e la  liquidazione delle ultime sacche di resistenza nel 1868/1869.
Entrambi i Paesi in quegli anni cruciali devono affrontare grandi questioni e grandi sfide. Per l’Italia si tratta di perfezionare l’unità conquistando territori ancora in mano alle potenze straniere, Venezia e, soprattutto, Roma: il Risorgimento, in quegli anni, non è ancora finito.
Il Giappone,  in quegli stessi anni, vive una situazione di grande complessità. All’interno, la classe dei guerrieri, il cui corroso potere è ancora nelle mani dello shōgun, si oppone ancora alla Restaurazione del governo  imperiale, che pure è sostenuta da una nuova generazione di  intellettuali e ideologi. All’esterno, l’arcipelago deve affrontare le sfide imposte dall’apertura dei porti cui è stato costretto dalla minaccia dei bombardamenti lanciata dalle navi del commodoro Perry.


Edificio di periodo Meiji ad Hakodate. Foto di Rossella Marangoni.

All’apertura ha fatto così seguito l’arrivo delle potenze straniere (Stati Uniti, Olanda, Francia, Inghilterra) che stabiliscono le proprie legazioni a Yokohama, non lontano da Edo (poi rinominata Tōkyō), per sostenere i propri interessi commerciali nell’arcipelago, imponendo la stipula di trattati ineguali al traballante governo dello shōgun. Il giovane Regno d’Italia non è da meno e già nel 1866, ancora prima che il Giappone abbandoni definitivamente il feudalesimo, invia una propria nave, la pirocorvetta Magenta, della Regia Marina, impegnata in un viaggio di studio che la porterà poi a circumnavigare il globo per due anni. Sarà una missione che porterà, nel 1866, i passeggeri della Magenta a dare testimonianza di un Paese ancora legato a tradizioni e costumi antichi ma in cui già è ben viva una forte spinta verso la modernità.
Di questo viaggio resta lo straordinario diario di Enrico Hillyer Giglioli, studioso di scienze naturali e seguace di Darwin, che rende una testimonianza fresca e vivace del Giappone dell’epoca, documentandone, in stile piacevole anche se mai banale, la transizione verso la modernità ma anche usi e costumi non ancora intaccati dal contatto con le culture europee. Da acuto osservatore quale è, Giglioli ci permette così di penetrare in una realtà lontana e ancora sconosciuta con sguardo rispettoso e privo del facile esotismo di cui sembrano essere invece affetti i testi di scrittori europei del pari di Pierre Loti.
Fu quello stesso 1866 che vide la firma del Trattato di Amicizia e di Commercio fra il giovane Regno d’Italia e il Giappone. L’anno successivo venne aperta ufficialmente la Legazione italiana con lo scopo di curare gli interessi commerciali italiani in cui parte non minima era data dal lavoro dei semai, agenti incaricati di acquistare in Giappone bachi da seta “sani” per permettere ai setaioli dell’Italia del Nord di far fronte alle epidemie di pedrina che in quegli anni facevano strage degli allevamenti italiani.
Ma fu nel 1873 che il viaggio di un’altra pirocorvetta, la Governolo, inaugurò la fase della diplomazia fra i due Paesi che proseguì grazie all’azione abile di grandi diplomatici come Fè d’Ostiani, Barbolani e De Martino. Fu così che si inaugurò un ventennio (1873-1896) considerato, a buon diritto, dagli storici come il periodo d’oro delle relazioni fra Italia e Giappone (Giappone che aveva visto, nel 1868, la fine della guerra civile fra i sostenitori dello shōgun e quelli dell’imperatore e il definitivo ritorno ai pieni poteri dell’istituzione imperiale).

kathay oggettistica dal mondo - milanoPochi infatti sanno che Tomaso di Savoia, duca di Genova, fu il primo membro di una casa regnante europea a incontrare l’imperatore Meiji nel 1873 e che, nel corso del secondo viaggio del duca di Genova in Giappone, nel 1881, la nave italiana con la quale era giunto nell’arcipelago, la Vettor Pisani, fu la prima nave estera visitata dall’imperatore e anche, di conseguenza, il primo territorio straniero su cui un imperatore giapponese metteva piede.
Non solo, nel 1879 Mutsuhito tennō, l’imperatore Meiji, era stato insignito da Umberto I di Savoia, re d’Italia, dell’ordine della Santissima Annunziata, massima onorificenza del Regno di Sardegna e prima onorificenza straniera ricevuta dall’imperatore giapponese.

In quell’epoca il prestigio dell’Italia agli occhi dei giapponesi crebbe in maniera esponenziale e coprì altri settori, dopo quello commerciale. L’interesse nei confronti della penisola e del contributo che l’Italia avrebbe potuto portare alla modernizzazione del Giappone, che era stato chiuso ad ogni influenza straniera per circa 250 anni (dal 1603 al 1858), si allargò al settore militare e a quello giuridico. Ma già a partire dagli anni Settanta del XIX secolo l’Italia stava contribuendo attivamente all’introduzione delle conoscenze europee soprattutto in campo artistico. Infatti, con la restaurazione imperiale e il ritorno del potere de jure e de facto nelle mani dell’imperatore, la nuova oligarchia, che era costituita da un gruppo di giovani uomini politici, nessuno dei quali raggiungeva i quarant’anni, decise di far giungere da Europa e Stati Uniti i maggiori esperti in ogni campo per contribuire allo sviluppo del Giappone. Nell’arco di un ventennio il governo Meiji chiamò ben 2400 esperti stranieri o oyatoi gaikokujin (lett. “onorevoli impiegati stranieri”). All’Italia venne riconosciuto il primato nelle arti e furono proprio gli artisti gli esperti italiani più richiesti. Alcuni di questi personaggi, il pittore  Antonio Fontanesi (1818-1882,  in Giappone dal 1876 al 1878), lo scultore Vincenzo Ragusa (1841-1927, in Giappone dal 1876 al 1882) e l’incisore Edoardo Chiossone (1833-1898, in Giappone dal 1975 alla morte) avrebbero segnato con la loro opera in terra giapponese una stagione nuova e foriera di sviluppi interessanti per il panorama artistico dell’arcipelago.

Bibliografia:
T. CIAPPARONI ROCCA, P. FEDI, M. T. LUCIDI (a cura di), Italiani nel Giappone Meiji (1868-1912), Atti Convegno Internazionale (Roma 8-11 novembre 2000), Editrice Sapienza, Roma, 2007.
Donatella FAILLA, Edoardo Chiossone (1833-1898), artista, incisore e grande collezionista d’arte nel Giappone Meiji, in Atti del XXII Convegno di Studi sul Giappone, (Aistugia, Cortina d'Ampezzo 10-12 settembre 1998), Aistugia, Venezia, 1999.
Enrico HILLYER GIGLIOLI, Giappone perduto. Viaggio di un italiano nell’ultimo Giappone feudale, Milano, Luni-Oriental Press, 2005.
Federica MAFODDA, Confronti tra Italia e Giappone durante la restaurazione Meiji: Antonio Fontanesi, Vincenzo Ragusa, Edoardo Chiassone, Università Cattolica di Milano, 2011, tesi inedita.
Paolo PUDDINU, Un viaggiatore italiano nel Giappone del 1873. Il “Giornale particolare” di Giacomo Bove, Sassari, IEOKA Editore, 1998.
TAKI Koji, Il ritratto dell’imperatore, Medusa, Milano, 2005.
Cartina dei viaggi per mare dall'Italia al Giappone attorno alla metà del XIX sec.

Storie di fantasmi giapponesi
Il kaidan nel cinema - Prima parte
Giampiero Raganelli

Ai kaidan, i racconti fantastici di fantasmi ed esseri soprannaturali popolari in epoca Edo, il cinema ha attinto a man basse, tant’è che i film dal titolo “Kaidan”, o con la parola nel titolo, ormai non si contano più. Mentre l’interesse per questo genere di ghost story, nel cinema classico, si intreccia con la sua commistione con il teatro kabuki e con la tendenza a realizzare film a impianto teatrale, nel cinema contemporaneo rappresenta un bacino di storie per i j-horror, i popolari film orrorifici che spopolano anche in occidente.
La più famosa storia di fantasmi è sicuramente il dramma kabuki Tōkaidō Yotsuya kaidan, opera di Tsuruya Nanboku IV, la cui prima rappresentazione risale al 1825. Racconta di una donna, Oiwa, il cui onryō, lo spirito in cerca di vendetta, perseguita il marito, il ronin Iemon, responsabile della sua morte. Esistono ben una trentina di versioni cinematografiche, che la collocano quindi come la seconda storia della tradizione, dopo Chūshingura (i “47 ronin”), più adattata al cinema.

La prima versione su schermo risale al 1912 ed è opera di Makino Shōzō, il padre del cinema giapponese, non a caso un direttore di teatro kabuki che vide nell’invenzione del cinematografo la possibilità di filmare rappresentazioni teatrali.

A cimentarsi con quel testo anche Kinoshita Keisuke, il grande regista classico, rivale storico di Kurosawa, con Shinshaku Yotsuya kaidan (1949), che propone un’interpretazione nuova, in chiave psicologica e sociologica, filtrata dalla peculiare visione umanista del regista,

dove si fa minimo ricorso alle apparizioni sovrannaturali. Mori Masaki nel 1956 realizza una versione più teatrale con gli attori truccati come nel kabuki. Misumi Kenji, il grande regista artigiano di film di samurai noto per le serie di Baby Cart e Zatoichi, realizza una sua trasposizione a colori nel 1959 dove ribalta la figura di Iemon, che da malvagio assassino diventa un eroe ingannato, mantenendo così la visione positiva del samurai e dell’etica del bushido. Allo stesso anno risale la  sontuosa versione del maestro del gotico, Nakagawa Nobuo.

La sua ricostruzione dell’epoca Edo fa un uso espressivo di colori saturi, oltre che essere la più fedele alla storia originale, con gli archetipi dei racconti dell’epoca, come la donna vittima di un samurai arrivista senza scrupoli, il samurai malvagio che antepone l’opportunismo all’integrità e la donna offesa. Kato Tai, l’enfant terrible del cinema di genere, amato da Oshima, realizza, nel 1961 l’ennesima versione dal titolo Kaidan Oiwa no borei, spingendo verso il grottesco. Il suo coetaneo, l’eclettico Fukasaku Kinji, alla fine della sua carriera, dirige Chūshingura  gaiden: Yotsuya kaidan (I 47 ronin fedeli – Storia dei fantasmi di Yotsuya), dove, con lo stile dei suoi film di yakuza, ibrida il testo con la leggenda dei “47 ronin”. Un’operazione azzardata ma fino a un certo punto, visto che il dramma kabuki originale era collegato a quella storia, e veniva spesso rappresentato proprio negli intervalli della stessa.
Anche l’opera Kaidan botan dōrō (La strana storia della lanterna con le peonie) del 1884, incentrata sull’amour fou tra un uomo e lo spirito di una donna, a sua volta basata su una leggenda cinese, può vantare un numero ragguardevole, circa una ventina, di trasposizioni su schermo. La prima di queste è del 1910, mentre la più importante è Botan-dōrō (1968) di Yamamoto Satsuo.
Un altro filone molto battuto è quello dei bakeneko mono, le storie di gatti mostruosi o gatti fantasma. Il film più importante del genere, Kuroneko (1968) porta la firma del grande regista Shindō Kaneto, che racconta la vendetta di due donne gatto fantasma, contro i soldati che le hanno stuprate e uccise. Il forte spirito antimilitarista del regista impregna questo film ambientato durante il periodo Sengoku, degli stati combattenti. Il genere si può ibridare con quello delle case infestate (obake yashiki) in questo caso, quindi, da spiriti felini. Il capolavoro è ancora una volta dello specialista Nakagawa Nobuo, Borei Kaibyo YashikiLa dimora del gatto fantasma (1958) in cui, di nuovo, un samurai colpevole di omicidio e stupro subirà la vendetta spettrale che si ripercuoterà anche sui suoi discendenti. Da ricordare anche Kaidan nobori ryuLa maledizione della donna cieca o La vendetta del gatto nero (1970) di Ishii Teruo, ibridato al genere yakuza, dove la sorella di un boss, rimasta cieca in una guerra tra gang, si vendicherà del leader rivale, tatuato di dragoni all’inverosimile, assistita dall’immancabile gatto nero.
                                                                                                              (continua)

IDEOGRAMMI
Questo strano mondo - Seconda parte
Matteo Rizzi

Altri fattori che incidono nella predilezione di alcuni kanji possono essere l'essenzialità data dal numero esiguo di kaku (tratti) che li compongono, oppure, di contro, la complessità che caratterizza quelli formati da molti tratti. Vediamo i casi estremi.
Il più semplice bisognerà ovviamente individuarlo tra i kanji formati da un solo tratto:  一 ichi che significa “uno” è sicuramente il più semplice, quello che risponde ad un criterio d'immediatezza sia per il concetto che esprime, sia per la modalità in cui viene tracciato, un tratto orizzontale da sinistra a destra.
Ora proviamo a dare la caccia al kanji più complesso. Limitandoci ai kanji JIS (Japanese Industrial Standards) digitabili oggi sui computer ci imbattiamo in 鸞 ran e 驫 hyō, hyū (fig.1) entrambi formati da 30 tratti. Quest'ultimo è composto da tre ideogrammi 馬 uma (cavallo) ed esprime il concetto di “molti cavalli”; con la particolare lettura todoro appare anche nel nome della stazione ferroviaria Todoroki 驫木 nella prefettura di Aomori.
Certo 30 tratti sono tanti, ma se consultiamo il Daikanwa jiten, più grande dizionario di kanji (ne contiene circa 50 mila) compilato nell'arco di decenni e formato da 15 volumi, scopriamo che i due kanji col maggior numero di tratti sono quelli rappresentati in fig.2. Entrambi ne contano 64. Il primo si legge sei e il suo significato rimane indefinito. Il secondo (tetsu, techi) è composto da quattro ideogrammi di “drago” 龍 ma a differenza di quel che ci si aspetterebbe non significa “molti draghi”, bensì “molte parole”.
Dunque sono questi i due kanji col maggior numero di tratti, sessantaquattro? Sì, secondo l'autorevole Daikanwa jiten. Ma noi vogliamo sconfinare nello strano mondo dei kanji leggendari!    Ve ne sono altri due, veramente sorprendenti (fig.3). Entrambi sarebbero wasei kanji, cioè caratteri nati in Giappone su modello di kanji, e come intuiamo questi esempi rappresentano casi estremi di  stravaganti assemblaggi. Sul primo abbiamo qualche certezza: formato da 79 tratti si legge ōichiza come indicato dal suo creatore Kurahashi Itaru (più noto con lo pseudonimo Koikawa Harumachi),
artista di ukiyo-e e autore di narrativa popolare gesaku, un genere letterario in voga soprattutto nella seconda metà dell'Epoca Edo. Appare nel racconto parodico Sato no bakamura mudaji zukushi che ha come sfondo i locali dei quartieri di piacere e tra le righe sbeffeggia i loro stupidi avventori: il termine ōichiza è presente nel vocabolario scritto in modo differente e significa “raduno di numerose persone” specialmente in questa tipologia di locali o a feste chiassose. Se analizziamo singolarmente i kanji che l'autore ha scelto per comporre il suo originale ideogramma, vi troviamo tutti attorno gli avventori 客 , degli antagonisti 敵 e al centro un grosso kanji 吐 di “vomito”.
quaderni asiatici - milano

L'altro ideogramma di fig.3 si ritiene sia stato creato ed impiegato per scrivere il cognome Taito. E' composto dai kanji di tre 雲 nuvole e tre 龍 draghi, conta un totale di ben 84 tratti e si legge taito. Il carattere è riportato sul Jitsuyō seishi jiten (Dizionario pratico dei Cognomi) pubblicato dalla Mailing [1964], e una versione molto simile con le letture “otodo, daito” appare invece nel Nandoku seishi jiten (Dizionario dei Cognomi di difficile lettura) edito da Tōkyōdō Shuppan [1977]. lo spirito e il segno, calligrafia dall'oriente - lugano(svizzera)Questo impressionante wasei kanji ha fatto parlare di se sui giornali e in televisione, ma ad oggi non si hanno sufficienti informazioni che attestino la sua autenticità; se comprovata sarebbe senza dubbio l'ideogramma con più tratti al mondo.
Fin qui abbiamo considerato il parametro del numero di tratti (kakusū) quale fattore che rende più o meno complesso un kanji. Tuttavia sono vari gli aspetti da tenere in considerazione per valutarne il livello di difficoltà. Alcuni ideogrammi sono facilmente confondibili presentano la medesima lettura, o perché lo stesso puo avere più particolari letture. Altri sono apparentemente semplici, ma difficili da tracciare seguendo il corretto ordine dei tratti (hitsujun).
Vi ricordate deko 凸 ? L'abbiamo conosciuto nella prima parte dell'articolo. Paradossalmente possono emergere più dubbi nel tracciare questo kanji che il fantomatico “taito” di 84 tratti. (fig.4).
La regola generale stabilisce che i kanji si traccino da sinistra a destra e dall'alto al basso, ma alcune pubblicazioni (tra cui il Sinsen kanwa jiten della Shōgakukan) riportano differenti sequenze.
Ideogrammi...questo strano mondo!

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L'ESPOSIZIONE D'ARTE GIAPPONESE  Roma, 1930

Luca Piatti  -  luca@kottoya.eu

Il 26 aprile del 1930, a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, si inaugurava  l’Esposizione d'Arte Giapponese. Voluta più per ragioni diplomatiche e propagandistiche che per vero interesse per l'arte realizzata nel paese del sol levante, ha il merito di essere stato il primo evento ufficiale, in Italia, nell'ambito dell'arte giapponese. Il catalogo stampato per illustrare la mostra era privo di testo esplicativo, composto dall'elenco delle centosettantasette opere esposte, presentate con autore e titolo, e da molte illustrazioni delle pitture, stampate a piena pagina, in bianco e nero. La mostra si concluderà nel maggio dello stesso anno.
Per l’allestimento il Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale fu letteralmente trasformato dagli appartenenti alla “Missione Artistica Giapponese”, guidata dal pittore “Taikwan Yokoyama”, come era riportato nella traslitterazione usata dai giornali dell'epoca. I falegnami giapponesi furono gli autori di soluzioni espositive che ricreavano le forme e gli spazi tipici delle case del sol levante. Gli ambienti erano realizzati con l'uso di pilastrini in tronco di ciliegio, il legno dell'albero era allo stato naturale, come fu tagliato, senza scortecciatura e piallatura. Le stanze con pareti mobili, porte scorrevoli, con pochi ed essenziali mobili; era possibile vedere, per la prima volta, lo spazio abitativo come era nella realtà quotidiana giapponese. In questi locali erano collocati i quadri portati per l'esposizione, mai prima d'ora, in Italia e in Europa. Si poterono esporre opere di pittura giapponese ambientate come nella loro terra d'origine, rispettando le collocazioni e le proporzioni tipiche dei gusti giapponesi. Le opere pittoriche esposte erano state selezionate con il fine di poter dare un quadro completo delle diverse tendenze e delle diverse scuole che allora operavano in Giappone. international okinawa goju-ryu - scuola di karate - roma
Prima di questa data il panorama su quest’arte, in Italia, era assai limitato; un solo critico, Vittorio Pica, se ne era occupato. Le conoscenze dell’intellettuale napoletano non erano dirette, egli non si recò mai in Giappone e tutte le informazioni, almeno sino al 1897, le ebbe attraverso le frequentazioni con Edmond de Goncourt. Dal 1881 il letterato francese aveva iniziato con Pica un carteggio; da questa corrispondenza e dalla successiva frequentazione, a Parigi nel 1891, nasce nell’uomo di cultura italiano l’interesse per l’arte giapponese. La conoscenza sarà, per la maggior parte, basata sull’analisi delle stampe giapponesi collezionate da Goncourt, dove erano presenti fogli di Hokusai, Utamaro, Toyokuni e Hiroshige. Questa era una caratteristica degli albori dell’interesse europeo per l’arte giapponese, basato sulle stampe e gli oggetti d’arte applicata; le prime considerate, in Giappone, forma d’arte di scarsa importanza e i secondi, prodotti espressivamente per l'esportazione, erano realizzati più per compiacere l’acquirente finale che come vera espressione d’arte del Giappone. Questo rapporto e la conoscenza acquisita permetteranno a Pica di pubblicare, nel 1894, “L’arte dell’estremo oriente”, il primo testo in lingua italiana sull'argomento. Il libro consacrera' il Pica come divulgatore dell'arte giapponese.

Diversa fu la situazione in Europa, dove apparvero testi e riviste sull'argomento. Fra il pubblicato non si possono non citare le due opere fondamentali che permisero tutti gli sviluppi futuri. In ordine di stampa, nel 1882, il testo di William Anderson, intitolato “Japanese wood engravings”, la prima opera sull'arte giapponese, scritta da un autore che si era recato, per l'elaborazione, in Giappone. A questo seguì, nel 1883, lo scritto di Louis Gonse, intitolato “L’art japonais”, in due tomi, per la cui compilazione si avvalse di Wakai Kenzaburo e Hayashi Tadamasa, due giapponesi attivi a Parigi. Hayashi Tadamasa, mercante d'arte giapponese, collaborò anche con de Goncourt, fu l'autore della traduzione dei testi in lingua giapponese inerenti l'opera di Utamaro, lavoro che permise la pubblicazione, nel 1891, della monografia “Utamaro, le peintre des maisons vertes”.kottoyà - spade giapponesi - milano
Nel panorama italiano altri due eventi precedenti a quello del 1930 vanno citati: quando nel 1897, alla seconda Biennale di Venezia, venne dedicata una sala alle opere degli artisti appartenenti alla “Nihon Bijutsu Kyokai” e, nel 1905, l'apertura del Museo Chiossone a Genova. Entrambi questi avvenimenti incisero sul punto di vista del Pica che, fino a quel momento, era l'unico riconosciuto paladino dell’arte giapponese. Dopo la Biennale molti critici scrissero sulle opere d'arte degli artisti giapponesi, esprimendo il proprio parere da una parte, alimentando una concezione dissonate e la disinformazione dall'altra; nel caso di Ugo Ojetti, fu introdotta nel dibattito culturale l'opera di William Anderson, aprendo a nuove istanze, più consone all'arte giapponese, e al superamento della centralità dell'opera scritta dal Pica sull’argomento. maremagnum libri antichi e da collezione - milano

Da parte sua il Pica, ammirata la qualità degli oggetti esposti nel museo genovese, redasse vari articoli di descrizione e commento, pubblicati sulla rivista “Emporium”. Gli articoli, pur rispecchiando le idee espresse nel suo testo del 1894, risentono della nuova conoscenza delle opere del Gonse e dell’Anderson, ora introdotti nella bibliografia, e della revisione dei richiami al de Goncourt.
Alla mostra del 1930 seguirono recensioni sui giornali e pubblicazioni di volumi sull’argomento come “La pittura moderna giapponese”, di Pietro Silvio Rivetta, conosciuto anche con lo pseudonimo di Toddi, edito dall’Istituto Nazionale L.U.C.E. e, di ben altra veste editoriale, “Ars Nipponica, saggi raccolti in occasione della mostra Okura d'arte giapponese”, a cura del barone Pompeo Aloisi, contenente la traduzione in lingua italiana di molti scritti di rappresentanti della cultura giapponese dell'epoca, stampato a Tokyo in lingua italiana. Entrambi gli autori, impiegati in tempi diversi  nell'ambasciata italiana di Tokyo, non erano estranei alla cultura e all’arte del Giappone.tora kan zen dojo - pratica zen - roma


La conoscenza e la sensibilità maturate da Rivetta per questa forma artistica ben si possono cogliere in alcune frasi, che traggo dal suo libro e qui riporto. Egli descrive la forma dei dipinti giapponesi, esemplificando la concezione del paese d’origine: “…e diciamo pitture, meglio che quadri, in quanto l'idea di un dipinto rigorosamente squadrato e contenuto è non solo del tutto esotica, ma addirittura in antitesi con la tradizionale funzione dell'arte nipponica. Un dipinto giapponese non è che la parte centrale di un più ampio oggetto artistico, il kakemono, destinato a fondersi in un certo qual modo all'ambiente e a creare, in esso e con esso, una determinata atmosfera”; concludendo “è facile da ciò intendere come la funzione stessa della pittura giapponese ne determini lo speciale carattere, decorativo e di suggestione, il quale nettamente la distingue dalla pittura in stile europeo”.

hokusai manga
Katsushika Hokusai

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700 pagine 
21 x 30,3 cm / brossura

Per la prima volta in Italia vengono pubblicati i mitici manga di Hokusai, 
il “best seller” del periodo Edo, in una prestigiosa edizione bilingue 
italiano-giapponese fatta in coedizione tra la Pie Books di Tokyo e 
L’ippocampo. Un unico e massicio tomo (700 pagine, formato “sumo”!) 
ragruppa il fior fiore delle 4000 incisioni in legno che il genio del Sol 
Levante e inventore dei manga eseguì tra il 1814 e il 1878 in quindici 
volumi: la Cappella sistina dell’ukiyo-e!
Inizialmente destinati ad un utilizzo pedagogico, i manga di Hokusai 
raffigurano la vita della gente ordinaria, animali, piante e paesaggi 
nonché gli immancabili demoni e mostri del folclore nipponico. associazione culturale italo giapponese fuji

libreria azalai - milanofeimo calligrafia orientale - firenze

furoshiki
Cento usi di un quadrato di stoffa
Chiara Bottelli

L’arte giapponese di avvolgere contenere, trasportare oggetti di ogni forma: un’alternativa elegante ed ecologica per preparare originali pacchi dono.

La sensibilità verso l’ambiente cresce e tornano in voga materiali e abitudini antiche, di cui si riscopre la modernità. Dal Giappone si fa strada anche in Europa, tra le altre cose, l’interesse per il FUROSHIKI, l’arte di imballare e trasportare le cose piegando e annodando un telo di stoffa.
Il furoshiki non è altro che un quadrato di stoffa; piegato e annodato in vari modi diventa di volta in volta borsa, imballaggio, contenitore, adattandosi a oggetti di ogni forma e mantenendo sempre stile ed eleganza.
È un oggetto che dimostra la raffinatezza e il gusto estetico, così sviluppati della cultura giapponese. Scegliere e annodare un furoshiki è diventata un’arte che si tramanda di generazione in generazione.
Non basta un pezzo di stoffa qualsiasi, è importante scegliere il colore, il disegno e il tessuto secondo l’occasione. Un regalo, ad esempio,  richiede un furoshiki di seta, magari decorato con motivi tradizionali.

Dalle dimensioni della tela al disegno che lo impreziosisce, dalla tipologia del tessuto fino alle sfumature del suo colore, ogni dettaglio risponde a un preciso significato: la scelta del furoshiki, insomma, non si può improvvisare.
Originariamente utilizzato come fagotto per trasportare gli abiti puliti al bagno pubblico, esistono tracce storiche dell’esistenza del furoshiki già a partire dal periodo Muromachi (1392-1573), quando i cortigiani erano soliti portarlo con sé al grande edificio termale costruito dal Generale Yoshimitsu Ashikaga. Noto con il termine di hirazutsumi, questo antenato del furoshiki serviva a contenere il cambio di abiti da indossare dopo il bagno. È nel periodo Edo (1683-1868) però che, diffondendosi ormai anche tra i semplici cittadini l’abitudine di frequentare i bagni pubblici, il fagotto per i vestiti  assume il nome di furoshiki, combinando appunto la parola furo (bagno) e una forma del verbo shiku che significa stendere. Il grande fazzoletto conserva anche nelle epoche successive la sua funzione principale, ma lentamente le sue dimensioni cambiano, adeguandosi alle misure di qualunque oggetto si voglia donare o trasportare in modo pratico. Una curiosa abitudine era anche quella di tenere un furoshiki allestito con articoli di prima necessità sotto al futon, per essere pronti ad una rapida fuga in caso di incendio o terremoto.
Le dimensioni  di questo quadrato di stoffa variano dai 50 cm fino a più di due metri, per riporre i futon invernali durante l’estate.
Di solito l’oggetto da avvolgere viene posto al centro del furoshiki, diagonalmente. Se ha una forma allungata, la stoffa che avanza ai lati viene piegata per bene attorno ad esso, prima da una parte e poi dall’altra nella direzione opposta.

C’è una legatura per trasportare bottiglie, una per i libri, gli oggetti tondi come l’anguria, la spesa giornaliera, un regalo e mille altre cose. Il furoshiki  può essere di cotone, di seta, di tessuto sintetico. Multicolore o in tinta unita, double face, dipinto a mano, stampato con le fantasie inesauribili della tradizione nipponica. Cucito a mano o a macchina, a buon mercato o costosissimo data la varietà dei tessuti.
Il revival del furoshiki ha anche una dimensione ufficiale; è stato infatti promosso dal Ministro per l’Ambiente giapponese, che ne ha suggerito l’uso quotidiano come alternativa ecologica all’utilizzo delle borse di plastica. L’iniziativa è stata denominata “Mottainai Furoshiki”. L’espressione “mottainai” significa “non sprecare”; si tratta di un termine ripreso dal buddismo che fa riferimento all’essenza delle cose: tutte le cose  hanno un'anima, sono lo spirito (kami) del materiale di cui sono state create; gettarle o sprecarle vuol dire non rispettare la loro anima. Dopo lo sfrenato consumismo dell’epoca moderna, la campagna pubblicitaria della Ministra Yuriko Noike rientra nell’obiettivo di aumentare la consapevolezza contro gli sprechi e promuovere il riciclaggio, rifiutando nei negozi le confezioni in eccesso, riducendo gli sprechi dell’imballaggio con un oggetto riutilizzabile.Avvicinarsi alla filosofia del furoshiki, inoltre, non è solo un vantaggio per l’impatto ambientale, ma significa anche ritrovare la bellezza nei gesti  semplici e quotidiani con fantasia e creatività.
Così il furoshiki non è soltanto un pratico accessorio eco friendly, ma può diventare un’alternativa elegante e originale anche alle classiche borse di pelle.

I metodi base di avvolgere gli oggetti con il furoshiki sono tre:
    Hirazutsumi (avvolgere) è il modo più elegante, indicato per fare pacchetti-regalo;
    Hitotsumusubi (con un nodo);
    Futatsumusubi (con 2 nodi).

Questi metodi base prevedono numerose variazioni:
    Otsukaizutsumi, per oggetti quadrati.
    Binzutsumi, per le bottiglie.
    Makizutsumi, per oggetti cilindrici, come rotoli.
    Honzutsumi, per libri.
    Suikazutsumi, per avvolgere oggetti tondeggianti, come le angurie.

zen:uccidere
Tetsugen Serra - Monastero Zen Il Cerchio
 

Un giorno Gasan istruiva i suoi seguaci:
“Quelli che parlano contro l’assassinio e che desiderano risparmiare la vita di tutti gli esseri consapevoli, hanno ragione. E’ giusto proteggere anche gli animali e gli insetti. Ma che dire di tutte quelle persone che ammazzano il tempo, che dire di quelli che distruggono la ricchezza e di quelli che distruggono l’economia pubblica? Non dovremmo tollerarli. E inoltre, che dire di uno che predica senza l’Illuminazione? Costui uccide il buddismo”

Tratto dal libro VIVERE ZEN
del Maestro Tetsugen Serra
Xenia Edizioni - Milano

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POESIA d'inverno
Anonimo

RACCONTI DEI SAGGI SAMURAI
poesia d'autunno

Ono no Takamura

Sulla neve posata sui fiori di susino

 

   Hana no iro wa
yuki ni majirite
   miezu tomo
ka o dani nioe
hito no shirubeku

 

Il colore del fiore,
confuso nella neve,
non si vede: eppure
possa esalare almeno la fragranza,
sì che si noti la sua presenza.

Tratto da Kokin Waka Shū
Raccolta di poesie giapponesi antiche e moderne.
A cura di Ikuko Sagiyama - Ed. Ariele, Milano 2000

racconti dei saggi samuraiDi Pascal Fauliot
Traduzione dal francese di Giovanna Fozzer

Editions de Seuil, Parigi, 2011
L’ippocampo, Milano, 2011

Attingendo alla tradizione orale, nonché a fonti scritte finora inesplorate, Pascal Fauliot ci propone un’antologia favolosa delle gesta dei samurai, un’élite di gentiluomini che non erano solo guerrieri, ma anche spesso maestri zen e fini letterati. Mettendo in scena i grandi principi delle arti marziali, della strategia, del codice d’onore, della pratica zen, questi racconti dell’età dell’oro dei samurai ci danno lezioni di vita piene di umanesimo e poesia. Ronin, maestri d’armi o fieri daimyo si confrontano con i grandi condottieri della storia del Giappone che furono Oda Nobunaga e Tokugawa Ieyasu.

…Parecchi di questi racconti e leggende mi sono stati trasmessi oralmente, ma ho ugualmente consultato diverse versioni scritte. Ricerche storiche mi hanno sostenuto nel lavoro, permettendomi di controllare le concordanze tra diverse testimonianze riguardo a numerosi personaggi realmente esistiti, e che spesso, secondo un costume del Giappone antico, hanno cambiato nome nel corso della loro vita.Libreria Azalai